‘Il mio Toro è morto nel 2005’

‘Il mio Toro è morto nel 2005’

Scrivo da una terra di dinosauri. Domenica mattina, lo spazio autori A della Fiera internazionale del libro ha ospitato due transfughi e un “prestito eccellente” per parlare di “E continuano a chiamarlo calcio. Storie e personaggi di un gioco geneticamente modificato” (pp 137, Mondadori, euro 14), l’ultimo libro del giornalista Sky Gigi Garanzini presentato da Renato Zaccarelli e…

Scrivo da una terra di dinosauri. Domenica mattina, lo spazio autori A della Fiera internazionale del libro ha ospitato due transfughi e un “prestito eccellente” per parlare di “E continuano a chiamarlo calcio. Storie e personaggi di un gioco geneticamente modificato” (pp 137, Mondadori, euro 14), l’ultimo libro del giornalista Sky Gigi Garanzini presentato da Renato Zaccarelli e da Alberto Barbera, direttore del Torino Film Festival, per nulla appassionato di pallone.

Renato Zaccarelli non ha più voluto parlare di Toro sui giornali o in tv. Lo fa oggi, in via del tutto eccezionale, per riconoscenza e amicizia verso Garanzini, “nato granata, ma ormai disilluso e stufo di un mondo che mi ha nauseato, tanto che da 4 anni non vado più allo stadio”. Non cede nemmeno alle insistenze del cronista che è sobbalzato sulla sedia quando gli ha sentito dire che il suo Toro è morto nel 2005. Non lo nega, ma non concede interviste a chiacchierata finita, perché ha già spiegato le sue verità poco prima. “Il mio Toro è morto ad Acqui nel 2005, in una sera di estate in cui ci hanno detto che non c’erano più le garanzie economiche per andare avanti. In quel momento i 99 anni di storia con il patrimonio di chi è passato per il Filadelfia, i cinque scudetti del Grande Torino, Superga, il titolo del 1976 sono spariti. Come si fa a spiegare a chi non l’ha vissuto certe cose ? E’ impossibile”. Ed è lo stesso Garanzini ad approfondire il concetto, spiegando tutta la sua nausea per un mondo che “si è inventato il lodo Petrucci con cui società sommerse di debiti, in cambio di poche banali garanzie, possono tornare a vivere con altro nome. Peccato che per le aziende e i lavoratori che non guadagnano milioni di euro, e non giocano a pallone, questo non sia possibile. Un Paese che si inventa e tollera simili soluzioni è un Paese a perdere”. Eppure il libro e l’incontro non sono un occasione per tagliarsi le vene, ma per riflettere. Per esempio, prosegue Zaccarelli, su perché negli allenamenti oggi non si insegnino più i passaggi di 40 metri dalla difesa, oppure a segnare dopo aver colpito la traversa. “Una volta l’apprendimento tecnico era importante e il rispetto per l’avversario veniva insegnato insieme a quello per il proprio ruolo. Oggi ormai l’allenatore non è più un educatore, ma un vero e proprio addestratore che vede nei ragazzini un mezzo per diventare famosi”.

Come mai si è arrivati a questa situazione, in cui gli stadi e le partite sono in mano all’Osservatorio per la Sicurezza del Viminale ? Lo spiega lo stesso Zaccarelli, (che Garanzini battezza come uno dei pochi “ombre vertical” del mondo del calcio): “Ho cominciato a frequentare la nazionale nel 1975, il presidente di Federazione era Franco Carraro, lo stesso che ha lasciato l’incarico due anni fa per Calciopoli. Se siamo arrivati a questi livelli è perché non c’è mai stata voglia di cercare il cambiamento, si sono cambiate un paio di poltrone perché faceva comodo. All’estero è diverso qui si dà una spolveratina, poi quando la polvere si deposita tutto resta come prima”. Manca dunque un calcio pulito, e questo libro vuole essere una guida attraverso gli Ogm del pallone e uno spunto per riflettere sul fatto che, dice Garanzini “almeno in questo ambito della vita quotidiana ci sia un minimo di serietà”.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy