”Bisognava giocare con semplicità”

”Bisognava giocare con semplicità”

di Stefano Rosso

 

Ha trascorso appena undici giorni in maglia granata di cui soltanto sette sul terreno di gioco assieme alla squadra eppure al presidente Urbano Cairo questi numeri sono sembrati più che sufficienti per esonerare Giuseppe Papadopulo, già ribattezzato ‘Papa’ dalla frangia ottimista del tifo, e richiamare sulla panchina il tecnico Franco Lerda di fatto sconfessando palesemente…

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di Stefano Rosso

 

Ha trascorso appena undici giorni in maglia granata di cui soltanto sette sul terreno di gioco assieme alla squadra eppure al presidente Urbano Cairo questi numeri sono sembrati più che sufficienti per esonerare Giuseppe Papadopulo, già ribattezzato ‘Papa’ dalla frangia ottimista del tifo, e richiamare sulla panchina il tecnico Franco Lerda di fatto sconfessando palesemente il proprio direttore sportivo Gianluca Petrachi – passato in dodici mesi dalle stelle (l’anno scorso in questo periodo veniva eletto ‘genio del mercato’) alle stalle – col quale difficilmente continuerà la convivenza anche nelle stagioni future.

Negli anni il presidente ha abituato il popolo granata a colpi ad effetto, soprattutto nell’ambito degli allenatori, cambiandoli e richiamandoli senza addurre motivazioni particolarmente credibili ma soprattutto palesando una certa cecità in materia calcistica: incredibile, tornando all’alba dei tempi, l’esonero di De Biasi nel 2006 in uno dei momenti più delicati della stagione – pochi giorni dal via – o il ritardo nel (ri)cambiare Zaccheroni qualche mese più tardi – col gesto, plateale, della squadra che si arrese al Chievo per 3-0 senza praticamente scendere in campo. Passa il tempo e passa la telenovela Novellino, le promesse di rinnovo mai mantenute a De Biasi e Camolese fino al cameo di Mario Beretta.

Quest’anno, bruciando tutti i record di rapidità stabiliti in precedenza, Urbano Cairo ha però trovato le parole giuste – almeno sul piano meramente teorico – per motivare l’esonero-lampo di Papadopulo: “bisognava giocare con semplicità“. Giunti praticamente alla metà del girone di ritorno, col distacco dal’obiettivo serie A che si avvia verso la seconda decina della doppia cifra e la crisi di stima e risultati che sta attanagliando la squadra, considerando il bagaglio tecnico ma soprattutto tattico offerto dai giocatori in rosa (e dal mercato di riparazione) il Torino aveva forse bisogno soltanto di quadrare i ranghi, compattarsi e trasformarsi in una corazzata da risultato proprio come fece il Colantuono II dell’anno scorso: via il 4-3-3, dentro il 4-4-2, tanta grinta, muscoli e cross dal fondo.

Papadopulo invece ha ereditato una squadra con poche certezze, la difesa a quattro, e tanta confusione offensiva tra trequartisti ed attaccanti, incominciando a lavorare – nonostante la fretta – proprio sull’unico punto fermo: la virata verso il 3-5-2, costringendo i giocatori a cambiare completamente la propria abitudine e propensione di gioco difensiva, ha portato una complicazione in più a questo Toro già pericolosamente claudicante.

Probabilmente lavorando con calma e costanza l’allenatore livornese sarebbe riuscito nel tempo ad imporre la propria impronta di gioco alla squadra, ma a dieci giornate dal termine della stagione, con appena 30 punti a disposizione per tentare un’impresa ai limiti della possibilità – considerando che il Toro deve ancora affrontare sei formazioni sulle undici che lo precedono in classifica, era proprio il caso di avviare rivoluzioni varie in uno spogliatoio che somiglia ad un cantiere aperto?

Per il presidente, evidentemente, no.

 

(foto: M.Dreosti)

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