C’è il Derby, Ventura carica il suo Torino: “volere, non sperare”

C’è il Derby, Ventura carica il suo Torino: “volere, non sperare”

Verso lo Juventus Stadium / Nessun complesso di inferiorità, ma la giusta personalità: ora servono le risposte giuste

Ventura

Ogni allenatore ha i suoi metodi per compattare un gruppo e cercare di toccare le corde giuste nella testa dei calciatori, per farsi seguire e ottenere la disponibilità che serve. Il leit-motiv di Giampiero Ventura è sempre stato il “se vogliamo, possiamo”. Ed è insistendo su questa tematica che il tecnico granata ha preparato la partita di stasera, il Derby di Coppa Italia da “tutto o niente” in novanta minuti. Il Torino deve volere fare la partita, dal primo all’ultimo secondo. Perché i risultati non arrivano da soli, anzi, quando questo Torino non fa nulla (o fa troppo poco) per prenderseli, viene punito.

I granata, le ultime due volte, sono usciti dallo Juventus Stadium a testa bassa. Puniti da due reti all’ultimo secondo, quelle di Pirlo nel 2014 e Cuadrado nel 2015, figlie della paura e dei timori di una squadra che in entrambe le occasioni avrebbe meritato di più, ma che poi negli ultimi minuti ha puntualmente indietreggiato il baricentro, sperando di arrivare il prima possibile al fischio finale senza danni. Forse per il peso  dell’ambiente ostile, forse per la consapevolezza di avere di fronte una squadra che resta di una dimensione superiore. E Ventura in conferenza stampa, il 31 ottobre scorso, lo ha ammesso. “A un certo punto abbiamo sperato di portare a casa il pareggio, anziché volerlo. E quando noi non vogliamo ma speriamo, poi la paghiamo cara”.

derby
Un immagine dell’ultimo derby allo Juventus Stadium

Insomma, passi perdere perché l’avversario si dimostra più forte, ma è un delitto cedere a causa di complessi di inferiorità che non hanno motivo di esistere. Questo Torino – che ricordiamo, solo lo scorso aprile ha dimostrato di poter superare la nemesi Juventus vincendo il derby allo Stadio Olimpico – ha un’organizzazione di gioco oliata e un’identità ben precisa, tale da poter giocare sempre per vincere. Forti di queste consapevolezze, ora sta a Glik e compagni dimostrare di aver imparato dagli errori.

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