Cerci, l’azzurro nel destino

Cerci, l’azzurro nel destino

L’aveva detto chiaro il giorno della sua presentazione, l’estate scorsa: “’Ventura per me è  un maestro ed è anche anche grazie a lui se sono diventato il giocatore che sono adesso”.

 

Quello che Alessio Cerci allora non aveva ribadito, ma che in fondo rimaneva il suo obiettivo come abbiamo scoperto a posteriori, era puntare su un rilancio per lui, per il Toro ma anche in chiave nazionale,…

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L’aveva detto chiaro il giorno della sua presentazione, l’estate scorsa: “’Ventura per me è  un maestro ed è anche anche grazie a lui se sono diventato il giocatore che sono adesso”.

 

Quello che Alessio Cerci allora non aveva ribadito, ma che in fondo rimaneva il suo obiettivo come abbiamo scoperto a posteriori, era puntare su un rilancio per lui, per il Toro ma anche in chiave nazionale, quella vera. Oggi che ci è arrivato, chiudendo formalmente un cerchio aperto dieci anni fa, sa di prima promozione per un giocatore che a Torino è rinato. In fondo di azzurro aveva già vestito nel 2003 quando ragazzino del vivaio romanista era stato chiamato in Under 16 per un totale di 6 presenze in amichevoli e tornei giovanili. E da lì in poi la solita lunga trafila: l’Under 17 e l’Under 18, ancora da giallorosso con 12 presenze, poi l’Under 19 per altri nove cartellini timbrati, e l’Under 20 due volte.
Sembrava il passaggio naturale verso la prima maglia azzurra che conti, quella dell’Under 21: un esordio vergato nel novembre 2007 contro l’Azerbaigian, condito anche da un gol, ché lui con l’Italia almeno un gol l’ha sempre fatto. Allora come oggi c’era Ventura alle sue spalle, guidando un Pisa solidissimo in B. E Gigi Casiraghi, che quella nazionale allenava, lo vedeva certo di buon occhio visto che lo avrebbe sicuramente portato alle Olimpiadi di Pechino se un infortunio non lo avesse fermato e comunque lo ha considerato anche successivamente, convocandolo per le finali dell’Europeo 2009, vissuto da spettatore.
Poi il buio, molto per colpa sua e di una discontinuità che anche nella Fiorentina era diventata un marchio di fabbrica. Oggi è tornato com’era nei piani e soprattutto si vuole fermare, ché in vista c’è un Mondiale nella terra del calcio vero, ci sono soddisfazioni da togliersi, complessivamente parole da ricacciare in gola a chi lo considerava un bel perdente.

 

Federico Danesi
(foto figc.it)

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