Diamo un calcio al calcio

Diamo un calcio al calcio

 

Un morto, cento feriti, scontri di piazza e danni per svariati milioni di euro sono fatti di cronaca che nulla hanno a che vedere con il mondo del pallone. Sono atti di guerriglia urbana, di terrorismo, dove il calcio è solo un pretesto e dove di tifosi non si deve parlare. Il tifo è un moto dell’anima che nasce per una passione positiva,

 

Un morto, cento feriti, scontri di piazza e danni per svariati milioni di euro sono fatti di cronaca che nulla hanno a che vedere con il mondo del pallone. Sono atti di guerriglia urbana, di terrorismo, dove il calcio è solo un pretesto e dove di tifosi non si deve parlare. Il tifo è un moto dell’anima che nasce per una passione positiva, in cui l’unico anfratto di “odio” deve essere limitato ai cori di sfottò per la squadra avversaria. Nella società ideale. In quella specie di arcipelago fuori dal mondo che è la realtà pallonara, in Italia, si assiste invece a degenerazioni che con la civiltà poco hanno a che vedere. Da troppo tempo gli stadi sono diventati una sorta di “porto franco” per sfogare frustrazioni di varia natura, dove le norme di sicurezza vengono interpretate con una leggerezza incomprensibile se non solo nell’ottica del “meglio il minimo garantito” che non il massimo impossibile. Fino a quando non ci scappa il morto. Allora scatta automaticamente un indignazione fin troppo facile quanto ridicola. Forse che lo stato delle cose era ignoto prima di ieri sera ? Quanti sono i poliziotti e le risorse impegnati in tutte le città italiane ogni domenica per vigilare su un evento, la partita, che dovrebbe essere lieto punto di ritrovo per famiglie e amici ? Troppi per un paese civile. Parlare oggi, domani, dopodomani di calcio giocato, di mercato, di campagne acquisti deludenti, di contratture e problemi tattici onestamente pare un insulto al buon senso. Né fermarsi può essere l’unica soluzione.

 

Diamo un calcio al calcio, allora. Sarà un facile slogan, ma dopo i fatti di Catania-Palermo è l’unica cosa sensata da fare, a patto che il calcio sia ben dato e non si limiti a una pedata. Parlare, oggi, di “fatti drammatici”, di “lutti cittadini”, di “provvedimenti speciali” può avere senso solo se il bisturi utilizzato non si limiterà a decreti legge ma coinvolgerà l’intera società civile nel suo insieme e soprattutto non partirà dall’alto, dalle istituzioni, ma dal basso, dalla gente, coinvolgendo in primis anche le stesse società di calcio che troppo spesso cedono al ricatto di frange di delinquenti che barattano la pace allo stadio con l’accesso gratuito. Una spia di questa situazione sono le ammende che, ogni domenica, le società sportive devono pagare per lanci di vari fumogeni, oggetti etc in campo o nelle immediate vicinanze. Gli addetti ai lavori sostengono, da tempo, che vigilare sull’ingresso di materiale non pericoloso negli stadi è come vuotare, in due ore, una spiaggia di due chilometri con un cucchiaino per il caffè. Urge allora trovare un’altra soluzione che non si può limitare a un giro di vite nei controlli ma deve coinvolgere tutti, giocatori inclusi. Personalmente attendo il giorno in cui di fronte a cori razzisti verso un giocatore avversario, quello più rappresentativo dell’altra squadra prenderà, spontaneamente da solo la palla e se ne andrà dallo stadio di sua spontanea volontà, senza pensare a possibili ritorni di immagine. Imitato da tutti i tifosi veri, lasciando solo chi usa il tifo come un pretesto,  nel silenzio di uno stadio finalmente porto di civiltà. Ma questo è un sogno.

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