E’ finita (speriamo)

E’ finita (speriamo)

Alessandro Salvatico – Fine di un ciclo, si dice da ieri, riguardo al Torino di Urbano Cairo.
Quando si parla di “fine di un ciclo”, nel linguaggio calcistico, di norma si definisce la situazione di una squadra e una società che furono vincenti e che hanno ormai fatto il loro tempo, necessitando dunque di venire rifondati dopo anni di successi. Ecco che a Torino sponda granata, invece, si conclude un periodo…

Alessandro Salvatico – Fine di un ciclo, si dice da ieri, riguardo al Torino di Urbano Cairo.
Quando si parla di “fine di un ciclo”, nel linguaggio calcistico, di norma si definisce la situazione di una squadra e una società che furono vincenti e che hanno ormai fatto il loro tempo, necessitando dunque di venire rifondati dopo anni di successi. Ecco che a Torino sponda granata, invece, si conclude un periodo senza che ci sia neppure qualcosa di positivo da ricostruire.

La fine di un ciclo; “Speriamo!”, verrebbe da dire ai tifosi. Perché i numeri dicono che questo é il terzo peggior risultato della storia granata, ma i due orrori lievemente più grandi che hanno preceduto (stagioni 1996-’97 e 2003-’04) erano entrambe le volte campionati post-retrocessione, seguiti la stagione successiva da una crescita, un nettissimo miglioramente. Qui, è appena accaduto il contrario: una parabola che non accenna a discendere da ormai quattro anni, dalla salvezza alla retrocessione ai playoff all’ottavo posto. C’é di che preoccuparsi. C’é di che dire “Speriamo sia finita”, perché se invece continua così, la china può diventare davvero pericolosa.

Oggi, la squadra vivrà lo “sciogliete le righe” e andrà a godersi meritatissime vacanze. Senza dare l’opportunità ai tifosi di esternare la propria rabbia nei confronti di giocatori indecorosi, esattamente come accadde due anni fa quando fu poi un incolpevole Colantuono, al primo giorno di ritiro, a beccarsi gli arretrati non suoi: un piccolo segno, dei tanti, di come questa società non solo compia innumerevoli errori, ma di come non impari assolutamente nulla dall’averli commessi.

Un club senza un organigramma dirigenziale (in Lega Pro si é ben più strutturati), con poca chiarezza nei ruoli (e meno male che sono pochi!) e scavalcamenti continui di compiti (presidente su ds, ds su allenatore), nessun dialogo tra prima squadra e giovanili, dilettantismo diffuso, e tutte le altre voragini che impediscono al Toro -qualsiasi sia la squadra o l’allenatore (quand’anche quest’ultimo avesse le sue colpe, come tante ne ha quello che ha concluso ieri la sua seconda vita granata)- di abbozzare il benché minimo progetto di lunga o di media durata.

Non si vede la possibilità che l’attuale proprietà corregga lo “scempio” -per usare le parole di Bianchi- che ha compiuto: lo scempio di un patrimonio, quello granata che si sta disperdendo come neve al sole in tanti rivoli. Non si vede, perché gli errori commessi sono noti, in primis a chi li commette, eppure vengono reiterati sempre uguali. Non si vede come, di colpo, chi ha finora operato all’insegna dell’improvvisazione e del brevissimo termine possa trasformarsi in amorevole curatore della causa. Vero é che non si vede neppure, all’orizzonte, il salvatore di questa povera patria: si vede solo tanto fumo, che va negli occhi. Ma, infine, é vero pure che é impossibile chiedere alla gente ferita di non guardare da quella parte, di non tenere gli occhi fissi su quell’orizzonte da dove potrebbe -chissà- arrivare un giorno qualcuno; si chiama speranza, e non si può eliminare anche quella. E’ l’unica cosa rimasta.

(foto M.Dreosti)

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