Il derby di Allemandi e quello scudetto che spetta al Toro

Il derby di Allemandi e quello scudetto che spetta al Toro

Vej Turin / Cairo è pronto a riprenderselo. Ecco come andò nel ’27, in una delle stracittadine più controverse della storia

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derby filadelfia

Il mondo del calcio italiano è nato e si è nutrito di scandali fin dalla sua fondazione. Dagli spareggi del 1910 ai vari casi di retribuzione occulte di calciatori non ancora professionisti, già durante i primi anni di pionierismo alcune stagioni furono contrassegnati da baruffe animate tra colpi di carte bollate e scandali fuori dal campo. Nel momento in cui lo Stato venne fascistizzato, anche la federazione divenne feudo delle camice nere e il giocattolo calcio finì nelle mani di Leandro Arpinati, Ras di Bologna e noto sostenitore della squadra locale (correva l’anno 1926). Già qualche anno prima i rossoblù avevano saputo approfittare di situazioni poco limpide: nel 1923-24 il Toro non poté accedere al girone finale del campionato perché un suo ricorso per la sconfitta della penultima giornata della prima fase (La Spezia Torino, una gara in cui i granata vennero gonfiati di botte dall’inizio alla fine e dove l’arbitro si trovò costantemente minacciato dai tifosi locali) venne accolto solo a girone finale incominciato. In quella fase finale al posto del Toro trovò posto – ça va sans dire – il Bologna. Per non parlare dell’anno successivo, quando i felsinei vinsero lo scudetto solo al quinto spareggio, giocato in agosto alle sette di mattino, contro un Genoa mal ridotto dopo vari torti subiti (si tratta del famoso episodio del “furto della stella”).

Il caso Allemandi si colloca esattamente su questa scena, in un contesto dove il calcio è costantemente sotto le pressioni dell’allora regime politico, sotto la sua lente d’ingrandimento. Il Toro, nel 1926-27, è una poderosa macchina da guerra e gioca nel suo stadio, il Filadelfia, appena inaugurato. La davanti il trio Libonatti-Baloncieri-Rossetti fa saltare ogni difesa, arrivando in aprile a giocarsi il girone finale. Lì va subito in bambola nel derby di andata, dove la Juventus infila i granata con un 1-0 di Pastore, poi riprende la sua marcia schiacciando Genoa, Inter e Milan. Il 15 maggio al Filadelfia il Bologna esce sconfitto 1 a 0: i rossoblu reclamano per una mischia sulla linea della porta granata. L’arbitro Pinasco non rileva nulla di irregolare e al 90° i due punti in palio sono granata.

Il 5 giugno è il grande giorno: il derby di ritorno, quella che passerà alla storia come una delle stracittadine più avvelenate. La giornata ventosa e i commenti dei tifosi sui prezzi non proprio popolari animarono lo stadio nel pre partita. Il Toro partì di gran carica, ma gli attacchi s’infransero tutti sul muro bianconero alzato da Rosetta e Allemandi; quando i granata persero l’iniziativa, intorno alla mezz’ora, riuscirono comunque a non correre rischi, grazie alla difesa ordinata da Balacics e Martin II. Gli attacchi delle due squadre stentavano e già molti tifosi pensavano che il primo tempo si sarebbe chiuso con un nulla di fatto. E invece no. Qualche secondo prima del quarantacinquesimo, un calcio di punizione battuto da Rosetta fa spiovere una palla nell’area granata: lì arriva scaltro Vojak che con una sassata nell’angolo destro batte Bosia e porta avanti la Juve. Una vera doccia fredda per le ambizioni tricolori del Toro. Nei primi cinque minuti del secondo tempo Baloncieri fece vedere i sorci blu a Combi, che dovette superarsi su due tiri forti e precisi. Al nono minuto il pareggio granata. Bigatto spinge un avversario e l’arbitro – Gama di Milano – fischia una punizione per il Toro. Va sul pallone Balacics che tira una sassata, bassa. Non si sa bene come ma  la palla oltrepassa la barriera superando Combi (più tardi molti individuarono in Rosetta il calciatore che aprì le gambe alla palla): rete! Pareggiati i conti il Toro non intendeva certo mollare e proseguì nel suo forcing, mentre Janni e Viola a metà campo se ne dettero che era un piacere. Al ventottesimo Baloncieri arriva al limite dell’area juventina: lì indovina un gran passaggio per Libonatti che non ci pensa due volte e calcia in porta. Gol! Due a uno per il Toro e partita rovesciata. La Juventus non riuscì più a rendersi pericolosa: al triplice fischio il Toro portò a casa i due punti, per una classifica recitava: Torino 12, Bologna 9 Juventus 7 . Quella che ha avuto davanti, rileva Pozzo, è una Juventus «incerta e stanca».

Il derby vinto proietta i granata a un passo dallo scudetto sennonché, primo colpo di scena, arriva la notizia che l’arbitro Pinasco, dopo quasi un mese, ci ha ripensato: durante Torino Bologna (il 15 maggio) la palla superò la riga durante la mischia. Errore tecnico, punti rimessi in palio e gara da rigiocare il 3 luglio. Il Torino vincerà anche quella, laureandosi Campione d’Italia per la prima volta. Il secondo colpo di scena avviene in estate. In una pensione in piazza Madonna degli Angeli, il giornalista Ferminelli origlia una litigata nella camera accanto. Sono Allemandi (difensore della Juve, prossimo a passare al Bologna) e Gaudioso (studente, intermediario tra il calciatore e il dirigente del Toro Nani). Parlano di soldi che il dirigente dovrebbe ancora versare per pagare la corruzione del giocatore durante il derby. Ferminelli pubblica la notizia e succede un finimondo.

È il “caso Allemandi”, ancora oggi un “mistero italiano” in piena regola. La Federazione avvia un’indagine e lo stesso Arpinati si reca nella pensioncina dove trova frammenti di carta nel cestino. Minuziosamente ricomposti si rivelano il corpo del reato: una richiesta di 25 000 lire scritta da Allemandi a Nani (un’altra cifra, identica, sarebbe già stata versata prima del derby). Il dirigente granata, interrogato, crolla e dichiara di aver agito solo, senza informare nessuno e a totale insaputa della dirigenza del Toro (a cui il caso piove addosso come una doccia ghiacciata). A novembre Arpinati decide per la revoca dello scudetto, ed è il terzo colpo di scena. Molti si aspettavano che dallo scandalo il Bologna potesse cucirsi lo scudetto a tavolino – i suoi dirigenti spinsero molto in questo senso – ma il ras felsineo optò per una decisione che potesse consacrarlo come personaggio super partes. Altri invece ritennero che la non assegnazione del titolo 1926-27 fu decisa “al di là” della volontà di Arpinati (qualcuno disse per decisione dello stesso Mussolini, ma anche in questo caso si tratta solo di voci).

I contorni della vicenda restano comunque poco chiari anche a distanza di decenni: in quel derby Allemandi fu a memoria di molti il migliore in campo; da qui il sospetto, avvalorato anche da Gianni Brera (riprendendo alcune frasi sibilline di Baloncieri), che il difensore bianconero fosse solo un intermediario di “calciatori innominabili” (forse Rosetta?) o peggio, la vittima di un gioco di potere. Allemandi fu forse solo un capro espiatorio: riprese la carriera all’Inter (e non più nel Bologna) nel 1928, dichiarandosi sempre innocente. «C’era stato qualcosa di poco chiaro quel giorno. Ma il colpevole non ero io» disse nel 1976. Il 23 marzo 1980 la figlia scrisse alla Stampa rivelando che nessuno mostrò mai al padre la “lettera” trovata nel cestino né lo mise a confronto con il suo accusatore. «Mio padre si ricordò quanto gli aveva sussurrato all’orecchio un personaggio influente: “Se avessi avuto la tessera del partito, tutto questo non ti sarebbe successo”».

Il “caso Allemandi” è quindi un insieme di voci che si rincorrono e che pur non riuscendo mai a costituire del tutto una pista diversa continuano a porre interrogativi sui responsabili e sui moventi dello scandalo. Ancora oggi non è chiaro se si trattò di semplice corruzione o se questa non fosse solo una parte di un disegno più complesso (mosso da chi, poi?), uno scandalo da dare in pasto ai giornali per coprire manovre più nascoste. Non esistono prove (la famosa lettera ricomposta non si è ancora mai vista) e l’unico dato certo è la confessione di Nani, che disse di voler corrompere Allemandi a titolo personale, senza che nessuno,nella sede del Torino, ne sapesse nulla. Anche un ipotetico collegamento tra il caso Pinasco e quello Allemandi – sospetto più che legittimo – non è mai stato del tutto approfondito (sempre che ve ne sia la possibilità). A distanza di quasi novant’anni la faccenda resta ancora un “mistero italiano”.

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  1. ziocane66 - 1 anno fa

    Uhm ! Che cosa cambia dal regime di allora alla figc mafiat di adesso? se ci ridanno lo Scudetto del 27 è solo per permettere alle merde di riavere i due revocati con buona pace dell’Inter che ne perderebbe uno

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