Il Toro e il suo mito fondativo

Il Toro e il suo mito fondativo

Il Mito fondativo. Ogni Stato, ogni popolo, ogni gruppo ne ha cercato uno (e quando non li ha trovati ne ha inventati) in grado di illustrare le caratteristiche, giustificarne i riti, i miti e – in una sola parola – l’identità.
Il Mito fondativo. Ogni Stato, ogni popolo, ogni gruppo ne ha cercato uno (e quando non li ha trovati ne ha inventati) in grado di illustrare le caratteristiche, giustificarne i riti, i miti e – in una sola parola – l’identità.
Il Toro non fa eccezioni. Le sue prime ore di vita, ciò che accadde tra la sera del 3 Dicembre 1906 e i giorni a seguire, escono dalla Storia per assumere i contorni del Mito fondativo: già nei primi avvenimenti, infatti, nelle prime scelte è possibile scorgere il segno di quello che sarà – ed è tuttora – la Storia, il destino del Toro.
Innanzitutto il luogo e il contesto. La sera del 3 Dicembre il Torino Football Club nasce nella birreria Voigt di Via Pietro Micca. Questa è una nuova via, progettata vent’anni prima e aperta al traffico da meno di dieci, vicina al cuore della città che attraversa diagonalmente. Questo è importante: il Toro viene fondato in una via nuova, diagonale e pertanto eccentrica rispetto alla tradizione sabauda, in grado di rompere la monotonia dello scacchiere stradale urbano pur rimanendone al suo interno, vivacizzandolo.
 
Secondo elemento: la Birreria Voigt. Non è un luogo banale, in quegli anni le birrerie erano il ritrovo preferito della “meglio gioventù” dell’epoca: artisti, intellettuali, scrittori, borghesi, bohemien e cosmopoliti la sera, in molte città italiane, scrivevano manifesti sui tavoli delle birrerie, confrontandosi, quando non a parole a sberle (per esempio i futuristi nella birreria Le Giubbe Rosse di Firenze), e animando la vita intellettuale italiana. Tra gli avventori di una birreria non era inusuale trovare anche i pionieri del calcio in Italia: proprio per questo non parve strano ai clienti della Voigt vedere 23 persone intente a fondare un Football Club. Tra loro una figura essenziale per il Mito: Alfred Dick.
 
Sebbene non fu lui il primo presidente granata (ma il suo connazionale svizzero Schönbrod) la leggenda vuole che sia da ascrivere a Dick la scelta del colore sociale granata forse perché già colore sociale del Servette (squadra di cui, pare, Dick fosse tifoso) o forse – questo molto più interessante ai fini del Mito fondativo – in onore del fazzoletto portato dalla Brigata Savoia dopo la fine vittoriosa dell’assedio di Torino del 1706. Una leggenda, quella della brigata che sceglie il colore granata per i propri fazzoletti nel ricordo del sangue versato dal messaggero ucciso mentre portava la notizia della vittoria, che riporta il Toro agli avvenimenti dell’assedio della città, alla morte di Pietro Micca (nome che, come abbiamo visto, torna nella Storia del Club) e che, soprattutto, riporta alla mente la Basilica di Superga (voluta da Vittorio Amedeo II come voto per la vittoria). Un vero e proprio cortocircuito storico e simbolico tra la storia tragica della città e quella – altrettanto drammatica – del Toro, quasi stessimo assistendo a una tragedia greca dove già dall’inizio i segni preannunciano un fatale destino.
 
Alfred Dick portò inoltre sulla scena un elemento fondativo importantissimo per il Torino: la rivalità con la Juventus. Una rivalità connaturata, quindi, che non ebbe mai un inizio ma che è già da sempre, perché intessuta nella Storia del Toro dal momento della sua fondazione. Dick, tramandatoci come uomo irruento e ambizioso, ma dalle idee chiare, era già stato protagonista dei primi anni di storia bianconera: presidente nell’anno del primo scudetto juventino (1905), l’anno successivo fu tra coloro che scelsero di non disputare lo spareggio finale del campionato contro il Milan a Milano, dopo aver visto rifiutata la propria richiesta di giocare la partita a Genova (regalando così il titolo ai rossoneri). Da quel momento le tensioni in casa bianconera iniziarono a ribollire pericolosamente: non è ben chiaro se la causa furono i nuovi distintivi proposti da Dick o l’avversione dello svizzero, e di altri “dissidenti”, verso la svolta professionistica che si stava preparando in casa Juventus, sta di fatto che Dick e i suoi, durante il fatidico 1906, uscirono dal club bianconero con un immenso desiderio di rivalsa. 
E proprio qui troviamo un altro importante elemento fondativo: nell’anima granata accanto al senso del tragico troviamo l’epico: il tremendismo granata. Dieci giorni dopo la fondazione il Torino è già a Vercelli, dove batte 3 a 1 la squadra che da lì a un paio d’anni stenderà la propria egemonia sul calcio italiano, mentre il 13 Gennaio 1907 (il Toro non ha neanche due mesi) va in scena al velodromo Umberto I – campo che Dick porta in dote al Toro, dopo averlo “strappato” alla Juventus – il primo derby della Mole. 2 a 1 per il Torino il risultato finale. Dick, altra fatalità fondativa, non ebbe modo di assistere direttamente al consumarsi della propria vendetta perché rinchiuso da “mano ignota” nei bagni del velodromo per tutto il secondo tempo; la prima stracittadina porta quindi con se anche il primo atto “goliardico”, consacrando il derby della Mole come evento vitale e fortemente sentito da gran parte della popolazione torinese.
 
Da qui finisce il Mito e inizia la Storia.
 
Roberto Voight
 
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