La perseveranza che diventa autolesionismo

La perseveranza che diventa autolesionismo

di Alessandro Salvatico – E’ cominciata a suon di carica la serata granata: la Maratona, zeppa come un uovo, spingeva i giocatori di casa, e a sua volta ne veniva trascinata dall’atteggiamento arrembante, cosicché i protagonisti in campo prendevano ulteriore coraggio, in quel circolo virtuoso che storicamente é sempre stato la forza del Toro. Così, un calcio d’angolo o un pallone riconquistato diventavano un’ovazione…

di Alessandro Salvatico – E’ cominciata a suon di carica la serata granata: la Maratona, zeppa come un uovo, spingeva i giocatori di casa, e a sua volta ne veniva trascinata dall’atteggiamento arrembante, cosicché i protagonisti in campo prendevano ulteriore coraggio, in quel circolo virtuoso che storicamente é sempre stato la forza del Toro. Così, un calcio d’angolo o un pallone riconquistato diventavano un’ovazione assordante, e l’Atalanta era annichilita: naturale frutto il gol firmato Antenucci.

Positivo e vincente l’atteggiamento trasmesso da mister Lerda ai suoi nel preparare questo big-match. Molto meno positivo che, dopo il pareggio che i nerazzurri trovavano alla prima mezza occasione, tutto questo finisse di colpo. Vamp!, da un momento all’altro, il sangue del Toro era evaporato. Un limite mentale, questo, che l’avversaria allenata da Colantuono non ha patito: ha saputo incassare quando era messa all’angolo, e con la stessa calma che é la virtù dei forti é andata avanti per tutti i 90′, senza accelerazioni entusiasmanti (il gioco del tecnico romano é noto al pubblico dell’Olimpico) ma non disunendosi mai.

Eppure, anche se é dura per il tifoso mandar giù il boccone amaro, l’ennesimo, va riconosciuto che il Toro ha fatto qualcosa di buono; se gli attaccanti della capolista non hanno visto biglia, ci sarà qualche merito della coppia difensiva Rivalta-Ogbonna (la migliore possibile, in questo momento) e della preparazione lerdiana. Così come é innegabile che i granata siano stati “traditi” proprio da colui che non tradisce mai: di norma, diciamo spesso come al capitano basti quella mezza occasione per tramutarla in oro, ieri invece ha ricevuto su un vassoio d’argento due palloni preziosi che ha gettato alle ortiche. Succede, non si può crocifiggere Bianchi che tante volte ha, appunto, dovuto inventare il gol dal nulla, ma se una palla fosse entrata anche i giudizi su Franco Lerda oggi sarebbero più clementi.

Quel che si fatica ad accettare dell’allenatore cuneese é la sua perseveranza in alcuni errori davvero evidenti. Il suo intestardirsi su alcuni elementi a dispetto di ogni risultato; fu così con Belingheri (e il ds Petrachi dovette metterci del bello e del buono per convincerlo a dare l’”ok” allo scambio con Pagano, in sede di mercato!), é così ora con Sgrigna (davvero l’appena citato Pagano non sarebbe più adatto ad un ruolo che all’ex-vicentino calza male?) e con D’Ambrosio, relativamente al quale risulta difficile pensare che un Cavanda possa fare peggio. E la regola non vale solo per chi va in campo, ma anche per chi non viene scelto mai: così, scopriamo che Zavagno era evidentemente in buona forma, e che forse ultimamente ogni tanto avrebbe potuto far rifiatare per qualche minuto Garofalo; e non dimentichiamo Gigi Scaglia, due assist-gol e appena tre occasioni prima di essere tagliato e mai più riproposto. Sono questi aspetti del lavoro di Lerda, aspetti che non sappiamo come definire altrimenti che autolesionisti, ad accendere in critica e pubblico quelle perplessità che, in seno al secondo, sono deflagrate rumorosamente ieri sera all’atto della sostituzione dell’esplosivo Lazarevic.

(foto M.Dreosti)

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