Lettera aperta agli Azzurri

Lettera aperta agli Azzurri

“Cari” giocatori,

di fatto e di nome. Un consiglio per cominciare: stasera tappatevi le orecchie e spalancate i cuori. Non commettete l’errore degli 11 virgiliani del Mantova che quando sono venuti a Torino, consci di avere poco o nulla da perdere, si sono fatti distrarre e intimorire dai fischi di circa 60 mila cuori granata. Pensate che, per una notte, voi avete la fortuna…

di Redazione Toro News

“Cari” giocatori,

di fatto e di nome. Un consiglio per cominciare: stasera tappatevi le orecchie e spalancate i cuori. Non commettete l’errore degli 11 virgiliani del Mantova che quando sono venuti a Torino, consci di avere poco o nulla da perdere, si sono fatti distrarre e intimorire dai fischi di circa 60 mila cuori granata. Pensate che, per una notte, voi avete la fortuna di possedere anime e cuori di qualcosa come 100 milioni di italiani (60 circa nel Bel Paese, più quasi il doppio sparsi nel resto del globo). Tutti presi a tifare per voi, mettendo insieme anche chi, dopo aver sperato nella risurrezione di Shevchenko, è costretto a sperare in voi che pure siete così ricchi, di talento, di boria, di fortuna quanto poveri di allori mondiali ed europei. Siamo tutti sicuri che, in queste ore che precedono la vigilia, per una volta non penserete a scommettere se non su voi stessi, lascerete da parte gli egoismi campanilistici e per una volta Zambrotta non sarà juventino, Gattuso milanista, Totti giallorosso. Persino Camoranesi sarà autenticamente e fieramente italiano, con tanti saluti ai suoi “parziali compatrioti” che hanno perso l’occasione di ravvivare i fasti della semifinale di Italia 90.

Facciamo gli scongiuri, quindi, perché, come allora, arriviamo all’anticamera della storia senza aver subito un gol su azione (a meno di non considerare tale l’autogol di Zaccardo). Nel ‘90 la prodezza del duo Maratona-Caniggia abbinata all’unica svista mondiale dell’uomo ragno Walter Zenga ci costò la finale.

Cari ragazzi non vi chiediamo qui di onorare l’Italia, ma di “lottare con onore per il simbolo del cuore”, quello che avete dentro sperando che valga almeno quanto i sacrifici fatti dai nostri emigrati. In panchina l’allenatore più granata dell’altra sponda cittadina, ha saputo finora trasferire in voi 22 milionari titolari, per una sera delle nostre speranze, quella consapevolezza e quel tremendismo da sempre insito nel DNA granata. Soffrire, soffrire, soffrire per vincere. In fin dei conti siamo tutti italiani. Non pensate a mettere sotto i crucchi per gettare un colpo di spugna su tutto calciopoli, fatelo per pagare sportivamente il conto con chi, negli anni e fino a poco fa, ci ha ricordato origini e trascorsi di cui dobbiamo invece essere fieri. L’invidia e la paura, si sa, armano la spada più potente del corpo umano: la lingua, quella che spesso voi impropriamente usate per definire “beceri” gli araldi delle vostre imprese quando esercitano il doveroso diritto di critica. Per questo mi rivolgo a chi, di voi, di talento è più provvisto e meno consapevole.

Carissimo Totti, se pensi di essere arrivato da qualche parte con un rigore e due lanci di tacco, sbagli di grosso: non hai ancora dimostrato nulla. A stento ti perdoniamo l’espulsione con mr Moreno, una caricatura con la giacchetta che non riusciamo a considerare arbitro. Adesso è il momento di dimostrare che, oltre a tenere la saliva in bocca, hai finalmente raggiunto la consapevolezza di un talento immenso che ti ha fruttato finora più soldi che titoli. Difficile, per qualunque esteta che sia anche granata da legare, dimenticare quella prodezza realizzata anni fa contro il Toro all’Olimpico, che ti valse un applauso mai più visto persino da quel monumento alla simpatia e alla competenza di Fabio Capello. Difesa dribblata come birilli e palla accarezzata in rete di fronte a un Bucci inebetito. La consistenza della retroguardia crucca è più o meno la stessa.

Prendi esempio, per una volta, da quel monumento all’imbuto che è il tuo pseudo arci-rivale perennemente impigiamato, che persino sua leggerezza Galeazzi ha detto: “giocasse come parlasse, sarebbe titolare”. Lo sarà probabilmente perché qualcuno di serio in squadra ci vuole e nessuno, come lui, ha saputo reagire con i fatti, prima che con le parole, agli schiaffi della vita. Un suo gol sarebbe dedicato of corse a Pessotto, uno che il calcio alla vita lo stava per dare davvero. Proprio per questo non dimenticate l’insegnamento del grande capitan Valentino, un uomo capace di dare l’esempio con i fatti prima che con le parole: “Comunque andrà sarà solo una partita di calcio”.

Ma stasera, guai a voi, se non date l’anima.

Alberto Leproni

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