Non solo il gol

Non solo il gol

MICHELE FERRERO

Abbiamo già visto la scorsa settimana la distinzione tra prima punta e seconda punta, che riguarda la posizione di un attaccante rispetto all’area di rigore e l’ampiezza dei suoi movimenti.
Ma ce n’è anche un’altra, che con sarcasmo certi tecnici usano (nei fuori onda più che davanti ai microfoni) secondo la quale la seconda punta è quella che non segna,…

MICHELE FERRERO

Abbiamo già visto la scorsa settimana la distinzione tra prima punta e seconda punta, che riguarda la posizione di un attaccante rispetto all’area di rigore e l’ampiezza dei suoi movimenti.
Ma ce n’è anche un’altra, che con sarcasmo certi tecnici usano (nei fuori onda più che davanti ai microfoni) secondo la quale la seconda punta è quella che non segna, o che comunque segna poco. Difficile però risalire all’origine del problema: se cioè la seconda punta perde lucidità perché corre troppo, oppure se un attaccante finisce a sacrificarsi per il centravanti proprio perché manca di quella freddezza sotto porta che lo renderebbe un bomber.
Da bambini tutti sognano di fare gol, non di partire da lontano. Oppure di indossare il 10 e liberare la fantasia, ma anche in questo caso, se l’apporto al collettivo in fase difensiva non è sostanzioso, si viene spediti a fare la seconda punta.

Tipico l’esempio di Lentini. Tornato dopo il suo burrascoso periodo al Milan, Gigi aveva perso l’incisività dei giorni migliori. Non era più la fantastica ala a tutto campo, e stazionava sulla fascia sinistra dalla metacampo in su: una seconda punta che non segnava quasi mai, un lusso che la squadra pagava caro.

Anche Rosina viene talvolta impiegato da seconda punta, del resto il calcio moderno prevede che venga considerato attaccante colui che non partecipa alla fase difensiva. Se a centrocampo c’è bisogno di essere in tanti a contrastare, il trequartista viene sostituito oppure spostato davanti in luogo di una punta. Non da ariete d’area ovviamente, ma invitato a spaziare sull’intero fronte d’attacco.

Nei nostri ricordi non mancano però le seconde punte prolifiche. Negli ultimi 30 anni il Toro ne ha avute diverse di grande valore: Ciccio Graziani su tutte, ma anche il brasiliano Muller, Rizzitelli e Aguilera vedevano la porta con regolarità. Ed in misura leggermente minore anche Schachner, Poggi e Comi erano in grado di garantire comunque un bottino di gol adeguato al loro ruolo.

Dei gemelli abbiamo già detto la scorsa settimana, mi soffermo un attimo su Luis Muller, giocatore potenzialmente fantastico. Scatto esplosivo, nel breve e nel lungo, da pantera nera. Tecnica sopraffina, fatta di controlli in corsa e di tiri imprevedibili e precisi. In Sud America fece sempre grandi cose, ma la testa da adolescente immaturo, e la vistosa moglie Jussara, gli impedirono di ambientarsi in Europa, e nella fredda Torino. Una volta l’avrei ucciso: mentre il Toro stava lottando per non retrocedere, lui prolungò le vacanze natalizie in Brasile saltando il derby. Quel giorno amai Skoro come non sarebbe mai più accaduto: si caricò l’attacco sulle spalle, fece trenta scatti da solo, non chiese il cambio nemmeno quando si stirò, si fece perdonare le tante pause da slavo incostante.

Anche Rizzitelli vedeva la porta, ed in granata fece i due anni più belli della sua carriera, foracchiando i gobbi in tutti i modi. Era un torello che quando partiva era difficile da fermare. Stesso pregio di Schachner, solo che dopo aver fatto a fette la difesa avversaria “uragano” non sempre sapeva rimanere lucido per la conclusione. Il suo opposto era il piccolo e malizioso Aguilera, che mancava di progressione ed aveva bisogno di spazi stretti per esaltare la sua raffinata tecnica. Pato è riuscito a coesistere, da protagonista più che da spalla, con prime punte come Skuravj (al Genoa) e Casagrande, formando coppie d’attacco sempre molto efficaci.

E se parliamo di piedi buoni il sinistro di Paolo Poggi era di precisione chirurgica, ed ha risolto tante situazioni delicate entrando a partita in corso. Questa qualità è di particolare importanza perché il ruolo di seconda punta è molto dispendioso, ed è necessariamente quello dove i tecnici effettuano più sostituzioni.

Scendendo ancora in graduatoria ci sono altri discreti giocatori, come Antonio Comi, che troviamo in tutti i ruoli. A centrocampo ha reso meglio, ma in attacco non sono poi tantissimi che hanno fatto più di lui. Hanno onorato la maglia anche l’eterna promessa Pedro Mariani, limitato dagli infortuni e dal peso della responsabilità di sostituire i gemelli, e l’esperto Tullio Gritti.

Poco tempo per esprimersi hanno avuto il fumoso e spettacolare Roccotelli, il bravissimo Maurizio Iorio, il contropiedista Pellissier, il generoso ma impreciso Carparelli, e più recentemente Quagliarella, che pur avendoci mostrato fiato e piedi buoni, sta ora esprimendosi oltre ogni più rosea previsione anche in fase di realizzazione. Sono curioso di vedere se saprà confermarsi a questi livelli, ora decisamente alti. Il fallimento ce l’ha portato via, ma nella sua posizione di attaccante esterno è arrivato Fantini che ha contribuito alla rinascita con 9 gol, mica pochi.

Una menzione la vorrei dedicare anche a Felice Foglia, giocatore quotato a livello giovanile che poi non si è affermato. Pare che ad impedirglielo sia stato un problema alla vista. Cammarata invece come attaccante di serie B poteva starci, ma il suo passato a strisce era ostacolo troppo grande alla sua affermazione sotto la Maratona.

Poi le dolenti note, gli irritanti Florijancic e Magallanes, gli inconcludenti Ivic e Osmanovsky, il giovane colored Omolade (che secondo una delle celebri sparate di Romero era meglio di Martins!) ed il prestante ma grezzo Franco Ramallo. Nel 2002, a salvezza raggiunta, lo scordinato uruguagio fece qualche gol in contropiede, in partite di fine stagione di quelle giocate tra amici, ma il fatto che fu pagato 14 miliardi contribuì in modo tangibile al crollo degli anni successivi ed al fallimento del Torino Calcio.

Il presente (nel senso della stagione 2006/07 appena conclusa) è pesato interamente sulle spalle di Muzzi. Il bomber romano è un tipo che un tifoso del Toro non può non amare, ma è soprattutto uno che se fosse arrivato da noi dieci anni prima sarebbe stato tra i più forti in assoluto. Anche da trentacinquenne ha segnato ed ha corso, non si è mai comportato da giocatore appagato, lottando sempre con voglia e trascinando i compagni: lo saluto alzandomi in piedi.

In organico hanno figurato in realtà anche il misterioso Konan, che nel Lecce aveva ben impressionato mentre qui non ha dato segni di vita, ed il giapu Oguro. Per lui non ho parole.

Alla prossima
Michele

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