Resta con noi

Resta con noi

Trentadue anni fa lasciava Giorgio Ferrini. Aveva 38 anni, sei mesi prima aveva visto il Torino vincere uno scudetto, quel Torino dove lui aveva iniziato in Serie B, e un anno e mezzo prima aveva smesso di giocare. L’auspicio è che oggi il suo ricordo possa infondere una goccia dello spirito del Capitano nei giocatori del Torino.

Si sprecano parole per definire lo spirito granata, o il suo sinonimo,…

Trentadue anni fa lasciava Giorgio Ferrini. Aveva 38 anni, sei mesi prima aveva visto il Torino vincere uno scudetto, quel Torino dove lui aveva iniziato in Serie B, e un anno e mezzo prima aveva smesso di giocare. L’auspicio è che oggi il suo ricordo possa infondere una goccia dello spirito del Capitano nei giocatori del Torino.

Si sprecano parole per definire lo spirito granata, o il suo sinonimo, “tremendismo”. Parole abusate eppure importanti: grinta, innanzitutto; coraggio, fierezza; forza, dignità, impegno, sudore, rabbia; orgoglio. E tutte quelle che ogni tifoso del Toro ha nella testa e nel cuore. Ma non è esagerato dire che le parole “Giorgio Ferrini” le comprendano tutte. Tutte quelle che abbiamo detto, e anche tutte quelle che possono ancora venire in mente; se ce n’é una che si accosti al significato di spirito granata e che non fosse contemplata da Giorgio Ferrini, segnalatemela.

Ferrini significa tutto questo, significa Toro, e significa anche “Capitano”. Lui è “il” capitano, lo è nei numeri (566 partite), ma lo sarebbe stato anche se ne avesse disputate la metà. Lo avrebbe dimostrato comunque, anche con una sola gara: il tifoso granata, si dice sempre, sa valutare, e non valuta per i risultati o i numeri, ma per il cuore. Giorgio lo buttava in campo, sia in partita che in allenamento; parole, poche, come ci confermava anche ieri il suo grande amico Giorgio Puia: “A volte il silenzio può essere più pungente delle parole. Era une persona che sapeva quando parlare e cosa dire”. Essenziale, vero. Alcune sue parole le riferisce la successiva incarnazione di “granata”, Paolo Pulici: “Ora sì che sei del Toro”, parole che il Capitano gli riservò dopo che un giovane Pupi gli aveva rifilato una gomitata sul naso, esasperato dalla sua marcatura in partitella.

Il Capitano era entrato in società, dopo aver appeso al chiodo gli scarpini, perché, come dimostrano le parole di Pulici, lui il Toro sapeva, voleva e doveva trasmetterlo. In questo, più che in ogni altro aspetto, manca oggi Ferrini; ancora più che in campo, dove pure pagheremmo per vedere tanto ardore (e tanta classe), manca nell’insegnare il Toro, nel mostrarlo ai ragazzi, ai nuovi giocatori. L’avrebbe fatto senza tante parole, ma essendo quello che era. D’altronde, come diceva ieri ancora Puia, “lui con uno sguardo metteva sull’attenti”.

La carriera di Ferrini in granata, sedici anni senza primeggiare per poi vedere vincere uno scudetto appena smesso, è un’ironia della sorte che caratterizza i Grandi Granata. Lui lo vide dalla panchina. La sua scomparsa, poi, è unicamente una tragedia terrena; non ha contribuito, come si potrebbe superficialmente favoleggiare, a farlo entrare nella Leggenda, perché non ce n’era bisogno: c’era già, ci sarebbe rimasto comunque. L’unica consolazione per la sua assenza è che, là dov’é andato, ha le migliori compagnie.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy