Ricordando Zaccheroni

Ricordando Zaccheroni

di Michele Ferrero

La difesa a 3, che Zaccheroni ha sempre proposto nella sua carriera dall’Udinese in poi, era apparsa decisamente innovativa verso la fine degli anni 90. In realtà, pur tenendo conto della differente applicazione (a zona e non più a uomo) ha costituito un ritorno indietro di parecchi anni.

Fino…

di Michele Ferrero

La difesa a 3, che Zaccheroni ha sempre proposto nella sua carriera dall’Udinese in poi, era apparsa decisamente innovativa verso la fine degli anni 90. In realtà, pur tenendo conto della differente applicazione (a zona e non più a uomo) ha costituito un ritorno indietro di parecchi anni.

Fino agli anni 80 il calcio all’italiana prevedeva, alle spalle di 2 marcatori che giocavano a uomo sulle 2 punte avversarie, la figura del libero. I tifosi granata sulla cinquantina ci parlano spesso di Trincea Cereser, il tipico ultimo baluardo.

Nei primi anni 90, grazie all’impatto mediatico del Milan di Sacchi, anche in Italia si è affermata la zona, la cui espressione più pura prevede 2 difensori centrali dai compiti paritari. Il 4-4-2, peraltro già famoso in Inghilterra, è così diventato il modulo più praticato e meglio conosciuto dai giocatori della nuova generazione.

Ovviamente nel calcio moderno anche chi difende a 3, come Zaccheroni, non applica più il concetto della marcatura a uomo. I 3 difensori quindi si suddividono uno spazio e all’interno di questo fungono sia da marcatori, se hanno a ridosso la punta, sia da libero se invece non l’hanno. Si coprono a vicenda: se 2 marcano, il terzo tiene la linea. Infatti la differenza tra questa difesa a zona ed il precedente modulo all’italiana non è tanto nella marcatura, ma soprattutto nella profondità. La difesa a 3, impostata a zona, tende a lavorare sulle diagonali, coperture e allineamenti per poter utilizzare anche il fuorigioco (deve necessariamente stare alta) mentre la difesa con il libero lavorava su una copertura più profonda, che portava molti uomini abbastanza vicino alla porta. Zaccheroni fu tra i primi in Italia, con la sua spettacolare Udinese, a notare che una difesa a 4 con 2 centrali posti sullo stesso piano veniva messa facilmente in difficoltà da 2 punte che si muovevano strette tra loro. Contro 2 punte si trovava con 4 uomini e malgrado questo con un pericoloso 2 contro 2 centralmente. Uno dei principi difensivi fondamentali del calcio è quello della superiorità numerica: togliendo un difensore esterno ed aggiungendo un difensore centrale la si ottiene centralmente (3 contro 2) e al tempo stesso si ha la possibilità di utilizzare un giocatore più avanti con altre funzioni.

In realtà non esiste una squadra in grado di difendere con 3 centrali che si suddividono l’intero reparto, che deve per forza essere completato dall’abbassamento dei centrocampisti laterali. La difesa diventa quindi a 5. Nel Toro di questa stagione era assolutamente necessario, visto che le caratteristiche dei centrali non erano affatto ben assortite: Di Loreto, Franceschini e Cioffi sono tutti perticoni lenti, magari abili nel gioco aereo, ma certo non portati alla chiusura veloce e nemmeno a proporsi nella fase offensiva sfruttando il campo in ampiezza.

Al modulo di Zac gli allenatori avversari hanno però trovato da tempo la giusta contromisura. Il limite del suo sistema di gioco si presenta nel momento in cui le squadre avversarie impiegano 1 sola punta centrale e 2 esterni offensivi molto larghi.

Ci trovavamo pertanto in una situazione assurda, con i nostri 3 marcantoni quasi fermi a guardare 1 solo centravanti, e i 2 laterali in un rischioso 1 contro 1 in campo aperto sulle fasce. Essendo impossibile far marcare gli esterni offensivi avversari dai difensori centrali (accettando un 3 contro 3 su tutto il fronte difensivo) si era quindi costretti a gara in corso ad abbassare un laterale (di norma Balestri, meno abile di Comotto in fase di spinta) e ad allargare un centrale (l’impacciato Di Loreto) a destra. Per garantire il principio fondamentale della superiorità numerica, si passava di fatto allo schieramento a 4, ma senza averlo preparato con gli uomini adatti.

Giocando con 3 centrali si hanno 7 pedine anziché 6 da disporre sul campo. Con una parità numerica in mezzo al campo (4 contro 4) è teoricamente possibile utilizzare 3 attaccanti e potenziare quindi la fase offensiva.

Il progetto riesce solo se i 2 laterali sanno interpretare le due fasi: non solo comportandosi da terzini tramite le diagonali difensive, ma anche proponendosi sul fondo per crossare, vincendo in pratica il duello individuale con i centrocampisti avversari. E riesce se gli attaccanti tagliano molto, producendosi in uno sforzo prolungato senza perdere qualità nelle giocate.

E’ quindi un vantaggio che il Toro non poteva cogliere perché è prerogativa solo delle grandi squadre, i cui giocatori sono superiori individualmente agli avversari. In realtà non esistono moduli vincenti ma solo giocatori capaci, con le loro qualità individuali e collettive, di rendere vincente un modulo. E Zaccheroni, poco incline a piegarsi alle caratteristiche dei giocatori perché abituato a sceglierli, non era l’allenatore adatto a prendere in corsa una squadra che doveva prima di tutto salvarsi.

Quando si applica una tattica, inoltre, un secondo aspetto fondamentale sta nella convinzione che un allenatore deve saper trasmettere ai giocatori, in modo da ottenere la loro piena adesione. Nemmeno questa situazione era presente, perché la figura di Zaccheroni, anche causa qualche sua dichiarazione infelice nei primi giorni di mandato, aveva causato qualche frizione nel gruppo, oltre che parecchie perplessità di natura tattica.

La mia non vuol essere una difesa del tecnico romagnolo, che sarebbe quasi impossibile perché durante i suoi 5 mesi abbiamo visto uno dei peggiori Torino di sempre, cerco solo di fornire qualche elemento per poterlo ricordare con obiettività.

Il suo fallimento è stato inizialmente ingigantito dai primi risultati di De Biasi, che hanno provato che l’organico non era sfruttato al meglio (Brevi, per esempio, ha dimostrato di non meritare la panchina). Ma parzialmente riabilitato in seguito, perché i problemi di questa squadra non stanno sicuramente solo nella conduzione tecnica.

La situazione di partenza per Zaccheroni era però difficilissima: dopo qualche sconfitta pesante è subentrata logicamente la paura di nuovi rovesci. E quando un allenatore ha paura difficilmente trova il coraggio di cambiare gioco, finisce per rifugiarsi in quello che conosce meglio. Anche De Biasi, dopo 3 sconfitte consecutive, si è affidato, contro Empoli e Milan, al prediletto 4-4-2.

Per contro il curriculum di Zaccheroni testimonia che il suo sistema non è tutto da buttare, se dispone degli uomini giusti. Per finire vi propongo un gioco: immaginiamo una difesa a 3, stile Zaccheroni, con giocatori dalle caratteristiche più varie e meglio assortite rispetto a quelle dei centrali che Zaccheroni ha dovuto impiegare. Per esempio un trio Annoni Benedetti Santin. Non ho detto Beckembauer, ho preso 3 giocatori che abbiamo conosciuto ed apprezzato, mica 3 fenomeni. Ma con le caratteristiche, anche caratteriali, per seguire qualunque allenatore. Nessuno dei 3 è un libero classico, giusto per adeguarsi al calcio moderno. Annoni, oltre ad essere stopper granitico, era veloce e capace di scalare a destra (quando non c’era Mussi spingeva lui sulla fascia). Mettiamogli vicino Benedetti, anche lui abile sui palloni alti, ma anche capace di concentrarsi all’occorrenza sulla punta di peso avversaria. Infine l’esperto Santin, reattivo e duttile da saper marcare e giostrare in tutti i settori della difesa. Libero compreso (come agli inizi della carriera) perché dotato di piede discreto per far anche ripartire l’azione, cosa che al Toro quest’anno è mancata. Uno dei 3 potrebbe benissimo essere sostituito da un Bovo in salute, che Zaccheroni non ha avuto (se non per la farsa di Chievo). Credo che qualcosa sarebbe potuto andare diversamente, ma tutte le sensazioni in questi casi sono buone, perché la controprova non esiste.

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