Sempre in tensione

Sempre in tensione

di Michele Ferrero

Permettetemi di confidarvi una cosa. “Emma Bovary”, scrisse il romanziere Flaubert riguardo al suo personaggio più conosciuto, “sono io”.

Così vivo il mio legame con il Toro. Le difficoltà, la voglia di non arrendersi, la sfiga, la passionalità nelle cose che faccio. Oltre…

di Michele Ferrero

Permettetemi di confidarvi una cosa. “Emma Bovary”, scrisse il romanziere Flaubert riguardo al suo personaggio più conosciuto, “sono io”.

Così vivo il mio legame con il Toro. Le difficoltà, la voglia di non arrendersi, la sfiga, la passionalità nelle cose che faccio. Oltre che ancora condizionato dai pali di Amsterdam, mi sento addosso la Sindrome di Stoccolma, ovvero l’atteggiamento psicologico di persone tenute in ostaggio che simpatizzano con i loro sequestratori. Il nome deriva appunto da una rapina in banca svoltasi nella città svedese, durante la quale alcune ragazze tenute in ostaggio si schierarono dalla parte dei rapinatori. Seguendo questo tema ho purtroppo fondato la mia curva della vita sul Toro.

Sono stato rapito dal colore granata, mi tiene prigioniero. E lo amo.

E’ egoistico, ingiusto, inopportuno. Ma avendo respirato Toro per decenni, in molti momenti tutto quel che vedo sono avvenimenti e modelli granata, i fili delle nostre vicende che si avvolgono intorno a noi. A me e al Toro. Occupiamo due cerchi diversi, il mio piccolo e quello del Toro molto più grande, sessantamila volte più grande. Uniti dal pallone, certo, ma soprattutto dagli alti e bassi della vita. Gli eventi hanno dimostrato come il dolore si fa strada a forza anche nei posti più angusti, solo per riemergere nei luoghi più disparati.
Quando penso a cosa mi è accaduto nella vita, alle grandi tragedie ed a come mi sono tirato su, l’immagine che sempre mi appare è quella di 11 maglie granata sudate fradice, che misurano ferocemente il campo con i loro passi nelle fasi finali di una partita. Stiamo perdendo, tanto per cambiare, ma siamo sulle tracce di qualcuno, il cuore ci porta a non mollare. La possibilità di farcela, da qualche parte, deve esserci.

Non è retorica, credetemi, ho davvero il fegato marcio per il Toro.
Infatti non riesco a godermi la salvezza. Dovrei essere al settimo cielo per questa impresa che per certi versi ha dell’incredibile. Per come giocava la squadra mi sembrava impossibile, invece siamo in serie A. Il campionato è finito solo da 3 giorni, però sono preoccupato, come sempre non riesco a rilassarmi, l’incertezza sul futuro prevale sulla gioia per il risultato raggiunto, per il pericolo appena scampato. Non vorrei che succedesse, mi odio quando ragiono così, mi impegno anche ogni giorno per cambiare, ma non riesco. Il Toro mi fa stare sempre in tensione.

Dopo tempi veramente bui, da due anni a questa parte ci gira giusto. I gobbi in B, Gasparetto che mette fuori di un centimetro quel diagonale e poi, un anno dopo all’Olimpico di Roma, Muzzi che pesca il jolly insperato, senza il quale avremmo rovinato tutto. La rinascita, come l’abbiamo chiamata, sarebbe già finita, invece è ancora in atto. Magari bisogna che la smetta di pensare negativo, che dimentichi cosa abbiamo passato con Calleri, Vidulich e Cimminelli, che mi gusti una cosa nuova, un Toro fortunato. Ancora non mi ci trovo, ho il terrore che il sogno venga interrotto presto, nei prossimi giorni.

Non deve succedere.

Leggo e sento ovunque che non c’è il famoso progetto, che manca ancora il direttore sportivo, che di conseguenza nemmeno si conosce il nuovo allenatore, che forse Cairo ha già venduto ai soliti russi, ma non ci voglio credere. Non posso ritrovarmi un’altra volta col culo per terra, dopo aver dato fiducia all’ennesimo presidente. Non che sentendo le banfate delle ultime tre dirigenze io abbia creduto ad una sola parola, ma quando è arrivato Cairo, che almeno parla italiano e sorride, mi ha fatto comodo fidarmi e tirare il fiato, è stato bello andargli dietro. L’ho fatto per salvare la pellaccia, non riuscendo a fuggire lontano dal Toro.

Possibile che non si possa una volta tanto far le cose per bene, o almeno normali?

Niente rivoluzioni in panchina ogni sei mesi, niente ultratrentenni a parametro zero, pochi prestiti, qualche elemento affermato di rendimento sicuro, molta gente affamata, che vuol sfondare. Possibile che non si riesca a pescare un giocatore poco conosciuto che poi si riveli forte? D’accordo ci vuole una società, ci vogliono soldi, bisogna che Cairo si dimostri uno che non è venuto qui solo per un proprio tornaconto.

Anche, sarebbe comprensibile, ma non solo.

Basterebbe che, per diffondere la sua immagine, portasse avanti il metodo giusto, basato sulla qualità del prodotto. Non quello usa e getta in voga nel mondo d’oggi. Che insomma ci volesse anche un po’ bene. Noi a lui ne abbiamo voluto, siamo anche pronti a farlo ancora, se non ci molla.

Chiedo scusa se mi permetto il tu, ma sei venuto con noi alla marcia, ci hai chiamati e noi abbiamo risposto, come sempre. Ora metti una mano sul cuore, Urbano, ci trovi il portafoglio: aprilo, facci un bel Toro, vivrai felice perché noi ti terremmo sempre in palmo di mano, e tu rimarresti comunque un imprenditore benestante. Il potere fa gola, ma l’amore conterà pur ancora qualcosa? Da come parli lo cerchi, lo esigi. Se non stai scherzando puoi averlo, possiamo condividerlo, un giorno ti piacerà ricordarlo.

La squadra di quest’anno non esiste: Abbiati è in prestito, Comotto è mezzo della Roma, Gallo, Brevi e Muzzi sono logori, Abbruscato non segna, giovani dal vivaio ancora non ne arrivano. C’è solo Rosina. E’ andato tutto bene, finora, ma non intervenire significherebbe giocare d’azzardo, e non solo con i nostri sentimenti. Ci vogliono soldi veri, non basta amministrare quelli in entrata: per un salto di qualità che ci tolga dalla sofferenza occorre buttare sul tavolo una ventina di milioni freschi. Li avessi li metterei io, che del resto per il Toro ho speso in proporzione molto più di quella cifra. Mi regalerei la felicità, un Toro capace di tenere testa almeno all’Udinese. Manco chiedessi la Champions.

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