Solo tifo. Oggi

Solo tifo. Oggi

Alessandro Salvatico – Il Torino non dovrebbe ridursi a lottare, a lottare disperatamente, a lottare fino all’ultimo respiro, per aggrapparsi in corsa al pullman dei play-off, una condizione affatto onorevole. Non dovrebbe non perché “noi siamo il Toro, mica questa o quest’altra”, espressione che un tempo aveva ragione di stare sulle bocche granata e che oggi perde sempre più significato; no, non per ragioni…

Alessandro Salvatico – Il Torino non dovrebbe ridursi a lottare, a lottare disperatamente, a lottare fino all’ultimo respiro, per aggrapparsi in corsa al pullman dei play-off, una condizione affatto onorevole. Non dovrebbe non perché “noi siamo il Toro, mica questa o quest’altra”, espressione che un tempo aveva ragione di stare sulle bocche granata e che oggi perde sempre più significato; no, non per ragioni di storia e blasone, ma di mera attualità, perché un organico da tutti reputato all’altezza o quasi di chi ha stravinto il campionato non dovrebbe affannarsi contro formazioni dal valore nettamente inferiore.

Non dovrebbe accadere, eppure é così; le ragioni per le quali una squadra che ha Ogbonna e Antenucci, Bianchi e Garofalo, Obodo (ebbene sì) e Sgrigna si ritrovi in queste condizioni imbarazzanti sono molte, le abbiamo sviscerate durante l’anno tutti i giorni vivendo “dentro” le cose di Toro, e ormai sono note ai più.
Eppure, il mezzo flop di ritrovarsi alla 42° giornata al 7° posto sarebbe ancora nulla rispetto al fallimento su tutta la linea che rappresenterebbe non farcela: a quel punto, il tirassegno dell’opinione pubblica contro i colpevoli, veri o presunti, sarebbe inevitabile.

Senz’altro anche noi non ci sottraremmo ad un’analisi spietata dei misfatti. Ma tutto questo accadrà, se accadrà -e ci si augura fortemente di no-, solo da domani.
Al di là delle considerazioni razionali sopra espresse, del fatto che -come si diceva- il Torino non dovrebbe trovarsi oggi nelle condizioni in cui si trova, ecco che l’Olimpico traboccante di 25mila persone per incanto dimenticherà tutto, per un paio d’ore non penserà che Cairo ha sbagliato, Lerda pure e Petrachi anche, che i giocatori ci hanno messo del loro, che il futuro é -in ogni caso- un’incognita.

Non penserà a nulla, se non a cantare e a battere le mani, spingendo quei giocatori che non considera certo eroi e che non sono entrati profondamente nei cuori (magari con un paio di eccezioni), ma lo farà perché é il Toro, perché la maglia é granata, per tutti quei motivi che non vanno certo spiegati a dei tifosi.
Lo farà perché una partita del genere sembra fatta apposta per loro, per il clima caldissimo che sanno creare, per quel vantaggio che sanno regalare ai propri beniamini come fecero cinque anni fa con il Mantova, o un anno fa con il Sassuolo. Lo fanno per spingere un po’ più in là l’orizzonte, perché non é “da Toro” rinunciare a tentare fino all’ultimo; e vorrebbero tanto, proprio tanto, provare ancora una volta un qualche cosa “da Toro”.

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