Sulla giostra degli allenatori

Sulla giostra degli allenatori

di Andrea Ferrini

 

Ieri sera, in esclusiva per ToroNews, l’esperto Nedo Sonetti spiegava che i giocatori ”è umano che quando le cose vanno male cerchino delle scuse per dare la colpa a qualcun’altro. La società, comportandosi in tale modo, dà loro i capri espiatori ai quali addossare le colpe.” Si riferiva ovviamente alla decisione di cambiare allenatore in corsa (e poi ricambiarlo),…

di Andrea Ferrini

 

Ieri sera, in esclusiva per ToroNews, l’esperto Nedo Sonetti spiegava che i giocatori ”è umano che quando le cose vanno male cerchino delle scuse per dare la colpa a qualcun’altro. La società, comportandosi in tale modo, dà loro i capri espiatori ai quali addossare le colpe.” Si riferiva ovviamente alla decisione di cambiare allenatore in corsa (e poi ricambiarlo), scavalcandosi l’uno con l’altro tra dirigenti, prendendo decisioni d’istinto.

Papadopulo non è infatti il primo di quest’anno e probabilmente non sarà l’ultimo. L’annata 2010-2011 della serie B ha già superato la doppia cifra per quanto riguarda i cambi di allenatore. Giusto ieri confermavamo l’ufficialità di Dal Canto sulla panchina del Padova, che ha scelto così la soluzione interna.

Ma che influenza hanno il cambio di mister, la confusione della società, su un gruppo già non troppo saldo, in evidente difficoltà psicologica? Se già in precedenza i giocatori cercavano delle scuse (che vanno dall’arbitro alla ”granatissima” sfortuna, dagli episodi sfavorevoli agli infortuni) per giustificare prestazioni poco brillanti ora hanno sicuramente trovato il capro espiatorio sul quale scaricare le proprie responsabilità.

Cambiare modulo per 11 giorni, sentirsi ramanzine da 3-4 persone diverse nel giro di due settimane, non avere una figura societaria stabile e fidata alla quale esporre i propri problemi, ricevere fischi e insulti da tifosi giustamente imbufaliti che non ne possono più. Di certo si può smarrire la bussola in una situazione del genere, perdendo autostima e voglia di reagire.

Se tutto questo senza dubbio non aiuta a mettere ordine nella testa di chi scende in campo, tuttavia non giustifica atteggiamenti rinunciatari e palesemente svogliati. Un professionista, in casi come questi, dovrebbe far ricorso alle qualità che lo differenziano dal principiante. Che non sono (non dovrebbero essere?) il conto in banca, la macchina sportiva e il salottino vip delle discoteche. Sono (dovrebbero essere?) la consapevolezza nei propri mezzi, l’rogoglio personale, la voglia di emergere e migliorare nel proprio lavoro. Perchè di lavoro, per i giocatori, si tratta.

 

 

(Foto: M.Dreosti)

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