Toro: il 4 maggio non dovrà mai diventare un rito meccanico

Toro: il 4 maggio non dovrà mai diventare un rito meccanico

Vej Turin / Come nell’antica Grecia, la memoria degli eroi deve restare inviolata. Sbagliato snaturarne l’identità, a favore del fenomeno mediatico

Nella serata del 4 maggio 1949 il ministro della difesa Pacciardi annunciò alla Camera dei deputati lo schianto sulla collina di Superga. L’aula, muta, si levò dagli scranni e in piedi, uno dopo l’altro, i rappresentati delle fazioni politiche iniziarono a dichiarare il proprio cordoglio; al termine, ore 20:35, i deputati sospesero la seduta in segno di lutto. Basterebbe forse solo quest’aneddoto per comprendere quale tragedia fu Superga per tutta la società civile italiana nell’anno 1949. Proprio per questo il 4 maggio è una data da celebrare, da onorare e da rispettare. 

Il ricordo degli invincibili è sicuramente il più grande rito identitario del popolo granata, quasi un culto capace di riportarci ai giorni dell’antica Grecia, quando alla memoria degli eroi – anche sportivi – venivano resi onori divini, dedicate città e consacrati giochi, mentre le loro tombe erano rese oggetto di veri e propri “pellegrinaggi”. Superga mette quindi in moto meccanismi antropologici oscuri e atavici, lontanissimi e vicinissimi, riuscendo a far coesistere antiche e irrazionali pulsioni nelle vite tecnologicamente incasellate degli uomini del Ventunesimo secolo. La salita a Superga il 4 maggio è un’esperienza umana incredibile e per ogni tifoso granata può essere paragonata al pellegrinaggio di un antico romano sulla tomba di Romolo. Un mito fondativo e identitario per i cuori granata.

Ma Superga è stata anche uno dei più grandi shock culturali del secondo dopoguerra, capace di inchiodare una nazione prima davanti alle radio e poi, qualche giorno dopo, davanti al cinegiornale Incom. Un aspetto storico sociale importante almeno quanto il rito granata, un aspetto che però rischia di venire schiacciato dal peso stesso del mito e che da questo necessita di essere salvaguardato. Assolutamente.

Le formule retoriche hanno un grande vantaggio: riescono a congelare gli aspetti più espressivi e sentimentali della vita in formule fisse, capaci di propagarsi e sopravvivere negli anni grazie a un tam tam costante nella comunicazione tra generazioni; la retorica di Superga non ha consentito l’oblio degli elementi caratterizzanti il Grande Torino. Nello stesso tempo, però, questa presenta anche una controindicazione pericolosa e non secondaria: le formule retoriche, alla lunga, svuotano il proprio contenuto degli aspetti più vitali, scoloriscono le storie che raccontano sradicandole dal loro contesto storico e umano, lasciandole campate per aria perdendone il significato. Il pericolo della retorica di Superga è proprio questo, il rischio di lasciare alle generazioni successive un santino svuotato di qualsiasi significato, un rito da compiere macchinalmente, una memoria nebulosa e agiografica, un simbolo svuotato di valore (ciò che insomma è accaduto un anno fa, con la famigerata rotonda di Borgaro dedicata al Grande Torino).

Il compito della nostra generazione deve essere, per questo e per tutti i 4 maggio che verranno, quello di riprendere il racconto del Grande Torino e riannodarlo alla sua storia. Accanto agli elementi mitografici (dalla tromba di Bolmida alle maniche rimboccate di Capitan Mazzola) ricordare anche quelli più umani: dal modulo di gioco alle singole partite, dalle giocate dei singoli alla forza del collettivo. Ricordare anche l’agonismo estremo, gli insulti in campo tra compagni e le botte date agli avversari, perché bisogna sempre tramandare il fatto che questa fosse una squadra di uomini e non di santi, gente che lottava nel fango e non volando sul prato. E, nel contempo, sarà necessario ricordare anche le persone, i calciatori, e le loro umanità, spesso cristallizzate in immagini e cartoline d’epoca dal gusto un po’ (troppo) retrò (e in ogni caso ormai troppo distante dal nostro). E allora ben vengano le bandiere dei tifosi con il profilo di Mazzola in una veste grafica rinnovata, così come ben vengano le pubblicazioni e le interviste – soprattutto agli avversari – sull’umanità dell’undici pentacampione (dalla furia agonistica di Rigamonti alle incursioni notturne del trio Nizza): dobbiamo salvaguardare il valore dei personaggi e le loro storie, per far si che la memoria non si stinga nella retorica. Un recupero che deve essere trasversale al tifo e alle appartenenze calcistiche, così come quel Torino fu applaudito (trasversalmente) in tutta Italia.

Recuperare, per esempio, la storia di Gabetto non solo in quanto attaccante pluriscudettato ma anche – e soprattutto – perché grande riassunto e icona del calcio torinese per quasi vent’anni. Recuperare e raccontare i suoi funambolici gesti tecnici, (con i quali in nazionale stese i francesi, quasi fosse una canzone di Paolo Conte, che gli affibbiarono il soprannome di Vieux Diable), raccontare anche i suoi trascorsi in bianconero, fondamentali per capire dove avesse appreso sia le giocate alla sudamericana che la mania per la brillantina. Preservare la memoria di ciò che fu Gabetto anche fuori dal campo, dove, elegante e popolare torinese di Turin, con i soldi guadagnati si aprì un bar in via Roma (vicino al cuore della sua città). Un personaggio ideale, insomma, per rappresentare la città capitale dello sport nel 2015 ma che, in questi mesi, ha trovato posto solo su qualche cartellone pubblicitario. E la speranza di potergli regalare qualche riflettore in più, magari nel futuro, dipenderà molto da quanto riusciremo a preservare la sua storia dalla retorica ingrigente, quanto riusciremo a mantenere vive le storie di quei ragazzi, morti a Superga, in cui tutta la nazione si rivedeva.

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