Toro, la partita più lunga

Toro, la partita più lunga

Aprendo l’album dei ricordi del Toro, scorrendo i risultati, i campionati e gli eventi che ne hanno formato l’identità, balza subito all’occhio un aspetto importante. Lo si trova da sempre, mescolato al cuore, al tremendismo e alla grinta: è lo sforzo, la fatica. Rimonte indimenticabili costruite sulla corsa disperata, partite vinte gettando il cuore oltre l’ostacolo contro avversari – sulla carta – nettamente più forti. Numerosi sono gli esempi nella storia granata ed emblematica rimase, per l’epoca, una partita destinata a stupire i contemporanei, tanto da essere ricordata ancora oggi: Torino – Legnano del 26 giugno 1921. Una partita durata 2 ore e 38 minuti e finita senza vincitori.

I granata cominciarono bene il campionato di Prima Categoria 1920-21 (la massima serie di allora) terminando il girone regionale secondi – per differenza reti – al solo Novara. Passarono quindi al turno successivo, quello delle semifinali interregionali, in un girone con Mantova, Legnano e Padova. Nella partita d’esordio, vinta contro i virgiliani 3 a 1, debuttò nel Toro un giovane destinato a collezionare 330 presenze in maglia granata: Antonio Janni. 

A giugno, però, il Torino si ritrovò nella stessa situazione del girone precedente, dividendo il primato con il Legnano: per passare il turno fu quindi necessario uno spareggio.

Vercelli, Campo del Foro Boario, 26 giugno 1921: è l’estate delle risaie a fare da sfondo alla partita di spareggio, con il suo caldo afoso che si appiccica alla pelle, entra nei polmoni e sfianca i muscoli. Al Toro manca Bachmann, il capitano, una furia di novanta chili, un giocatore che «non ammetteva di perdere né il pallone né la partita […] scontrarsi con lui doveva essere come finire contro una statua della fontana Angelica»: una vera bandiera, sempre al servizio del gruppo, pronto a infondere coraggio, a menare palloni e avversari per quasi vent’anni di maglia granata.

 

Alle 16e10 comincia la sfida che vale una stagione: il Toro ha il sole negli occhi, ma batte il calcio d’inizio. Le squadre si affrontano a viso aperto, determinate a vincere; dopo appena quattro minuti si contano già due mischie in area (una per squadra). Sono però i granata a essere i più tecnici, a giocare veloce, con passaggi di prima e triangolazioni: i primi minuti sono un crescendo in cui il Toro si rende sempre più pericoloso fino a passare in vantaggio al diciottesimo minuto con Corrado, che insacca in area con un bel tiro a incrociare. Il Legnano, incassata la rete, prova a farsi sotto ma il Toro amministra e impone il gioco: Janni fa girar palla, dà e prende botte che quasi è un piacere. Il Legnano però non è morto e si fa vedere – pericoloso – in un paio di occasioni finché, al quarantatreesimo, Sodano, a quindici metri dalla porta granata, calcia con tutta la forza che ha in corpo. Tra i pali Mosso si tuffa a mani aperte, intercetta la palla ma non basta: il tiro, seppur smorzato dal portiere, si insacca ed è 1 a 1, tutto da rifare.

 

Di ritorno dagli spogliatoi le squadre ripartono con il piede sull’acceleratore, le due contendenti giocano fino all’ultimo residuo di forza nervosa, senza arroccarsi in difesa; per tutto il secondo tempo la partita resta viva e al tiro dell’una risponde quello dell’altra. Ciò nonostante, al novantesimo il risultato dice ancora pareggio.

I supplementari si susseguono: minuti su minuti in cui i calciatori di entrambe le squadre continuano a giocare, mentre le gambe sono sempre più pesanti e il respiro sempre più faticoso. Morando e Martin tentano, con le ultime forze, di fare breccia nella difesa lombarda, correndo e tirando, rabbiosi e impressionanti almeno quanto i difensori del Legnano, May e Pirovano, che continuano a opporvisi, intervenendo costantemente e difendendo la porta dagli attacchi granata. Al centoventesimo il risultato non si è ancora mosso: scatta il tempo supplementare a oltranza.

Prima dei rigori, dei Golden gol, dei Silver gol o dei lanci di monetina, i tempi supplementari erano l’unica soluzione per risolvere un pareggio in una partita secca. E così l’unica cosa che si poté fare in quel pomeriggio estivo, in mezzo alle risaie, fu continuare a oltranza, finché la palla non si fosse insaccata o finché i calciatori si fossero retti in piedi.

 

 «Sul campo della Pro Vercelli è oggi avvenuta la liquefazione del campionato di football». Così aprì il suo articolo l’inviato della Gazzetta del Popolo. L’immagine calzava. Il caldo, la fatica e la stanchezza ridussero i calciatori alle «ombre di loro stessi». I giocatori iniziarono ad alternarsi tra il gioco e le spugnature, tra un’azione e un massaggio: qualcuno, come Pirovano del Legnano, approfittò di un suo infortunio per tirare il fiato qualche minuto a bordo campo. Si videro dirigenti entrare ogni tanto sul terreno di gioco per innaffiare i calciatori stesi a terra, esausti, ma la partita continuò, mentre il pomeriggio iniziò a lasciar posto alla sera. Al centocinquantottesimo minuto fu l’arbitro Mombelli a interrompere la gara: non ne poté più, il fischietto di Casale, non si sentì più la lucidità necessaria per dirigere la gara. Sugli spalti e in campo tutti tirarono un sospiro di sollievo: la partita infinita terminò, senza vincitori o vinti.

L’ultimo atto di Torino Legnano si svolse fuori dal terreno di gioco. Non avendo trovato un vincitore, la Federazione decise di rigiocare la gara, fissando una data. Le due squadre, più che cavallerescamente, decisero invece di rinunciare ad altri spareggi e – quindi – alla corsa per il titolo, convinte che il campo avesse già emesso il proprio verdetto (senza contare che all’eventuale vincitrice difficilmente sarebbero rimaste forze necessarie per giocare le finali).

Non solo storia di muscoli, di fatica e di cuore: questo capitolo di storia granata è anche un grande esempio di sportività, di gesti cavallereschi e di rispetto per l’avversario.

 

Roberto Voigt

 

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