Trentun anni fa: c’ero anch’io.

Trentun anni fa: c’ero anch’io.

Trentun anni fa. Il mio mondo era piccolo, ma quel giorno brilla ancora nella mente, luminoso, unico, indimenticabile. Allo stadio non c’ero, la radio mi portò in Maratona, le orecchie ritte per un pareggio vittorioso. Mio padre era vicino a me, eravamo due bambini, io con la figurina di Pulici in mano, lui con il Grande Torino nei ricordi. Alla fine ci abbracciammo, lui pianse, io risi, mia madre ci guardò…

Commenta per primo!

Trentun anni fa. Il mio mondo era piccolo, ma quel giorno brilla ancora nella mente, luminoso, unico, indimenticabile. Allo stadio non c’ero, la radio mi portò in Maratona, le orecchie ritte per un pareggio vittorioso. Mio padre era vicino a me, eravamo due bambini, io con la figurina di Pulici in mano, lui con il Grande Torino nei ricordi. Alla fine ci abbracciammo, lui pianse, io risi, mia madre ci guardò compassionevole, senza comprendere. Io baciai la figu di Puliciclone, mio padre mi disse: “Andiamo a festeggiare, Torino è nostra!”. A due passi da casa c’era la sede del Toro. Le bandiere, i fumogeni, le urla, io non capivo più niente, la mia anima, il mio cuore erano vulcani in eruzione dai quali scaturiva un incandescente magma granata. Come d’incanto, mi trovai in un cassone di un camion, i tamburi martellavano il tempo, tutto era magìa, macumba, un vorticoso sabba granata, dove io, piccolo iniziato al culto del Toro, cadevo in trance e vaticinavo centinaia di scudetti. Il mio mantra era la formazione del tricolore, dal felino Castellini fino a Pulici, che ripetevo incessantemente. Avevo conosciuto l’euforia granata. Il mezzo meccanico si mosse lentamente, tra ali di folla, mio padre era sparito, io mangiavo Toro! Respiravo Toro! Ero Toro!
Gradualmente avanzò in mezzo a quel folle carnevale, percorse Corso Vittorio e girò in Corso Casale. Improvvisamente capii la sua meta, il colle, quello del destino, quello degli Invincibili. Urlavo, cantavo, battevo le mani, sventolavo la bandiera, tutto bruciava, mi sentivo orgoglioso, io che fin da piccolo ero un solitario, triste, in quel giorno capii che era bello vivere, festeggiare, che la mia diversità, il mio essere strano erano le caratteristiche essenziali di un granata. Quando arrivai a Superga il tempo si fermò, il popolo granata piangeva, la gioia del presente si schiantò nel tragico passato. Un rimescolìo d’emozioni, l’anima era in subbuglio, come se avessi dentro cento lavatrici in centrifuga. Non piansi, ma provai l’inebrio. Mio padre apparve, le lacrime solcavano il suo viso, mi guardò, sorrise commosso: “Qui è morto il Toro. Oggi siamo venuti a portare agli eroi di Superga lo scudetto, per festeggiare insieme a loro”. Il ritorno è senza memoria ero distrutto, euforico, testimone di un miracolo. Il giorno dopo entrai in classe, orgoglioso, noi granata eravamo in pochi, con un cenno d’intesa ci capimmo, eravamo i campioni! mi sembrava di camminare sulle acque, quel giorno ero importante perché ero del Toro. Aprii il diario, presi la mia penna rossa e scrissi su tutta la pagina: “Torino è stata e resterà granata”. Lo chiusi e finalmente piansi. Il professore mi guardò sospettoso: “Eandi, non stai bene?” Io lo guardai, mi asciugai gli occhi: “No, professore – gli dissi – Sono felice perché il Toro è campione d’Italia” Il docente scosse il capo, mi sorrise: “Ti capisco anch’io sono del Toro”. Da allora quel ricordo mi è stato vicino, mi ha aiutato a combattere a non arrendermi mai, a capire anche se si soffre e si è diversi, viene sempre il giorno della rivincita, basta credere e lottare per la propria identità e continuare ad essere bambini, puri e un po’ tristi, ma lontano da un mondo di squali che vincono sempre.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy