Uomini soli

Uomini soli

E’ possibile, andare avanti con Colantuono, dopo quanto visto ieri in campo? Per la risposta, c’è un sondaggio aperto. Ma chi dovrà decidere del destino dell’allenatore non è, ahinoi, il popolo granata, bensì unicamente il suo datore di lavoro (che, dopo vertice con il direttore sportivo, si pronuncerà oggi o più probabilmente domattina).
Forse davvero non è possibile. Forse…
E’ possibile, andare avanti con Colantuono, dopo quanto visto ieri in campo? Per la risposta, c’è un sondaggio aperto. Ma chi dovrà decidere del destino dell’allenatore non è, ahinoi, il popolo granata, bensì unicamente il suo datore di lavoro (che, dopo vertice con il direttore sportivo, si pronuncerà oggi o più probabilmente domattina).
Forse davvero non è possibile. Forse la squadra è allo sbando e non lo segue più; i giocatori assicurano di essere con lui, il capitano “per acclamazione”, Bianchi, ieri sera dichiarava che sono loro a non essere in grado di fare ciò che il mister chiede. Forse, il Toro è su una china che porta inesorabilmente verso il baratro della non-promozione, ed è necessario cambiare.

Probabilmente Colantuono ha commesso degli errori. Gli si può imputare un senso di generale confusione, che lo ha colto forse troppo presto rispetto ai predecessori: cambi di schema, di uomini, di idee. Anzi, di queste ultime soprattutto la carenza. L’aver sfruttato poco e male quell’arsenale ambulante con la maglia numero 9 nove sulle spalle; e, a tale proposito, l’aver avallato un calciomercato che gli ha consegnato un centrocampo incapace di servire lo stesso centravanti, con limiti strutturali che hanno finito per assumere l’apparenza di limiti dell’allenatore, anche laddove non lo erano.

Stefano Colantuono, “prima scelta” dichiarata dalla proprietà (ma in realtà prima scelta dopo Rossi e Giampaolo), rapidamente entrato nelle simpatie dei tifosi e rapidamente uscitone, paga oggi le colpe sue e quelle di altri. Come sempre capita, a chi sceglie il mestiere di allenatore di calcio, specie in Italia; ma in particolare nel caso del Torino, laddove chi arriva, oggi, si carica automaticamente sulle spalle quindici anni di frustrazioni, di delusioni, di speranze tradite. Tradite non da lui, evidentemente; e la tifoseria questo lo sa, indicando come responsabili di quanto accaduto altri soggetti, dalla proprietà alla squadra, e chiedendo magari anche la testa di Colantuono; ma quasi “a margine”.

E a ragione. “Cola” ha portato l’Atalanta alla Serie A e l’anno dopo a sfiorare l’Europa (praticamente il biennio perfetto che a Torino ha realizzato solo Camolese, negli ultimi secoli), e ad un passo dalla promozione anche con il Perugia. A nessuno è venuto in mente di tacciarlo come “bollito”, cosa accaduta invece a Walter Novellino, non foss’altro per la decina d’anni in meno d’età. Già, Novellino: giunto a Torino con la fama di infallibile, fama meritata, dacché centrava regolarmente l’obiettivo da dieci stagioni. Tornava un ragazzo del Fila, ed è amaro pensare a come si sia logorato il rapporto; per tacere di Gianni De Biasi, eroe di una promozione unica per com’è arrivata, e quindi colpito da un calo di popolarità crescente con il passare del tempo, nonostante due salvezze. Passando per Zaccheroni, che era riuscito a far giocare bene una squadra inadeguata alla Serie A (nettamente inferiore all’attuale, tanto per essere chiari), e finendo con Camolese, che, con una media-punti (parlano i numeri) da salvezza in ciabatte, si è trovato quasi accusato di aver portato lui il Toro in B.

Tutti, tutti questi signori  hanno lasciato Torino soltanto le macerie di un rapporto umano e professionale. Arrivati tra sorrisi e attestati di stima, hanno poi vissuto il gelo e l’ostracismo attorno a loro, rimanendo soli ad arrovellarsi la mente per cercare di uscire dalle difficoltà, per tentare di fare quel che sapevano di essere capaci a fare. Con la proprietà distante (non in senso metaforico: sono circa 140 chilometri), abbiamo visto allenatori naufragare tra le ondate di uno spogliatoio che non è più o meno volubile degli altri, non è più o meno professionale: è autogestito. Un uomo, solo, non può curare ogni aspetto del quotidiano vivere e lavorare con una trentina di ragazzi diversi. Non può essere lui a raccoglierne ogni sfogo o incazzatura, e soprattutto non può -non ne ha facoltà- di risponder loro per conto della società. Per queste cose, in ogni club ci sono persone che svolgono queste funzioni vitali, queste mansioni che permettono all’ambiente di rimanere vivibile, e all’allenatore di capire cosa gli sta succedendo attorno, lavorando sul campo -che è il suo compito- come era abituato da fare da sempre. Alla Sisport questi uomini, quest’uomo, non c’é. E magari l’allenatore di turno “è bollito”, magari “è evidente che non si può più andare avanti con lui”, magari “i rapporti con la squadra sono logorati”; ma questo accade perché esistono le condizioni affinché accada. E magari l’allenatore di turno sbaglia. Ma non è il solo.

P.S.: i toni dell’editoriale post-Crotone erano, nelle intenzioni del post-partita, forse ancor più duri. Ma un improvviso dramma umano ha fatto perdere un po’ di importanza a tutto quanto, oggi; i lettori perdoneranno se buona parte della rabbia per il calcio è evaporata.

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