Zaccheroni, delitto e coerenza

Zaccheroni, delitto e coerenza

di FEDERICO FRENI

Conferenza stampa agitata alle 18,30 di domenica pomeriggio. La sala ospitante i giornalisti pullula di anime contrastanti: il Toro, la sconfitta, Zaccheroni e le sue idee.

Si aspetta il processo, pardon, l’intervista, all’allenatore romagnolo, 1 punto in sei partite, con la zona retrocessione timorosamente lasciata alla soglia delle cinque lunghezze, radiolina…

di FEDERICO FRENI

Conferenza stampa agitata alle 18,30 di domenica pomeriggio. La sala ospitante i giornalisti pullula di anime contrastanti: il Toro, la sconfitta, Zaccheroni e le sue idee.

Si aspetta il processo, pardon, l’intervista, all’allenatore romagnolo, 1 punto in sei partite, con la zona retrocessione timorosamente lasciata alla soglia delle cinque lunghezze, radiolina alla mano, bramando ansiosamente il triplice fischio della partita di Messina.

Zac arriva livido in volto, normale decorso della fatica unita allo stress accumulato, ma pure deciso, risoluto. Arriva e si siede col fido Barile accanto. L’aria è tesa, non si cercano scuse. Il mister va all’attacco, non attende l’interrogatorio, lo precede.

Parte in quarta, parlando del pubblico, esecrandone i cori durante il minuto di silenzio in ricordo dei morti, approvandone le lamentale al novantacinquesimo. “Lo spettacolo non è stato gradito, i fischi sono giusti e mi prendo tutte le responsabilità. Questa è la mia faccia ed io la metto davanti a tutto, di fronte a qualsiasi critica che coinvolga la squadra”.

E’ difficile provare antipatia per Alberto Zaccheroni ed infatti non accade. La persona è educata, disponibile, aperta al dialogo ed al confronto. Non tira via la mano, non si nasconde dietro facili scusanti. Si prende i ceffoni Zac, a viso scoperto, ma esige spiegazioni ad ogni colpo inferto, chiedendo  motivazioni.

Dice di studiare 24 ore su 24 gli amalgami migliori. In questi cinque mesi ha girato e rigirato il giocattolo rotto, provando schemi, moduli e arrangiamenti: “Quello che c’era prima di me (De Biasi ndr) non era uno stupido eppure nel modo in cui metteva la squadra ha perso le amichevoli del precampionato. Sono convinto che l’attuale disposizione sia la migliore soluzione tattica, quella maggiormente confacente alle caratteristiche  dei miei giocatori”.

Sfida la platea, Zac, i cosiddetti “intenditori del pallone”. Invita i presenti a controbatterlo,  delineando un modo di giocare migliore del suo. Qualcuno ci prova, indicando il 4-4-2 a modello ideale ma viene prontamente zittito: “E chi metto sulle fasce? Lazetic, ok e dalla parte opposta?” – chiosa irritato. Rosina !, gli risponde un giornalista. “E gli equilibri ? – di rimando Zac.

Si discute la scelta di Abbruscato in luogo di Stellone ma soprattutto le difficoltà che il Toro palesa mettendo in campo un’unica punta a centro area, preda dei difensori avversari. E qui il trainer ammette trasversalmente qualche lacuna: “Abbiamo allargato il gioco per tutti i novanta minuti, portato al cross gli esterni e messo in condizione Elvis di poter concludere, ma è vero che è troppo isolato davanti. Non siamo ancora bravi ad aiutarlo. Lazetic e Rosina dovrebbero, a turno, affiancarlo in area, sgravandolo dalla marcatura dei marcatori opposti. Su questo dobbiamo lavorare a fondo ”.

Gli si chiede del mercato invernale, se tutte le scelte in entrata e uscita sono state avallate da lui. Zaccheroni conferma ogni trasferimento senza palesare alcun sintomo di delusione, riproponendo la teoria del progetto a lunga gittata, plasmato sulle proprie convinzioni.

Ma non ci sono solo numeri e disposizioni nel calcio. C’è la fortuna, il destino, l’episodio. “E gli episodi ci hanno anche voltato le spalle – riprende il tecnico – come la traversa di Comotto e quel rigore su Stellone con la maglia del nostro attaccante che si è gonfiata a dismisura”.

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