Avevamo vent’anni

Avevamo vent’anni

di Walter Panero

 

 

Torino. Teatro Regio. Aprile 2012.

 

“Scusi….ma lei è…cioè…ma tu sei?…”

“E tu sei?….Noooooo….non ci posso credere…quanto tempo….e sei praticamente uguale ad allora….d’altronde eri già pelato come un uovo….”

“Anche tu, a…

di Redazione Toro News

di Walter Panero

 

 

Torino. Teatro Regio. Aprile 2012.

 

“Scusi….ma lei è…cioè…ma tu sei?…”

“E tu sei?….Noooooo….non ci posso credere…quanto tempo….e sei praticamente uguale ad allora….d’altronde eri già pelato come un uovo….”

“Anche tu, a parte la barba e qualche ricciolo in meno…sì…insomma sei il solito grassone….ma…ma quanto tempo sarà passato?…”

“Boh….un sacco di anni….ormai ho perso il conto…e…. dimmi…che ci fai qui?”

“Ci lavoro!….Sai…la vita è strana….non avrei mai pensato di finire a lavorare qui….però….non ci sto male dai….tu, invece?”

“Non dirlo a me che la vita è strana…l’avresti detto che avrei finito per lavorare…beh…sì….e che avrei finito per scrivere su….beh lo sai ….e che avrei cambiato città, io che sentivo nostalgia già solo ad allontanarmi dal mio quartiere….e che….”

“Che c’è? Perché ti sei bloccato?”

“Guarda!”

“Cosa?”

“Quello! Quel  Non ti ricorda niente?”

“Beh….sì….mi sembra….sì!…Sono passati un sacco di anni da allora ma ricordo perfettamente….”

“Vent’anni per l’esattezza…”

“Sì…vent’anni….”

“Avevamo poco più di vent’anni e…..”

 

Ottobre 1991 in un appartamento della Periferia Nord di Torino.

 

“…Sette…otto…nove….dieci….! Basta? Quante stellette ci vogliono su ‘sta cavolo di bandiera?” chiede il mio amico Marco, detto anche il Nullo per le sue grandi prestazioni calcistiche quando scendevamo in campo ai tempi del liceo. Non che io…va beh dai…ci mettevamo comunque tanta buona volontà. Ed è meglio se ci limitiamo alle cose calcistiche e non apriamo il libro delle nostre conquiste amorose di quei tempi: un libro quasi completamente bianco. Non che adesso…beh…lasciamo perdere su…

“Tante quanti sono gli Stati che fanno parte della Comunità Europea!…” gli rispondo io.

“Sì! Bravissimo! Applausi! Fin lì ci arrivavo anch’io…ma quanti sono ‘sti cavolo di stati? Lo sai?”

“Mi sembra dodici….ma aspetta…basta contarli….Italia….Francia….Germania….Belgio….Olanda….Lussemburgo…e su questi non ci piove visto che sono i Paesi fondatori come ci hanno spiegato anche a scuola….poi….”

“La Gran Bretagna c’è di fisso!… E l‘Irlanda direi….e così sono otto…”

“Poi c’è di sicuro la Grecia….me lo ricordo perché se n’era parlato parecchio quando avevano partecipato agli Europei dell’80 in Italia….quindi….”

“E’ vero!E poi ci sono Spagna e Portogallo che sono state le ultime ad entrare, anche se i crucchi e gli Inglesi non le volevano…invece noi Italiani sì perché almeno c’era qualcun altro con le pezze al culo come noi….però….così fanno undici….e io so per certo che i Paesi membri della Comunità sono in numero pari….secondo me sono dodici e ne dimentichiamo una…..fanne dodici va….tanto chi vuoi che se ne accorga….”

“Allora vado per dodici….ma quale sarà ‘sto benedetto dodicesimo Paese?…Sono sicuro che non è difficile…comunque….ecco….finito….guarda….che te ne pare?”

“Perfetta, direi! Prova a tirarla su….andiamo sul balcone e proviamo a vedere che effetto fa tutta bella distesa….”

Bellissima, non c’è che dire, la nostra nuova bandiera. E’ stata mia mamma a comprare un pezzo di stoffa granata di oltre tre metri per due, senza che le dicessi chiaramente a cosa mi serviva, ma credo comunque che lei lo avesse intuito. Poi c’è stata la parte più difficile del lavoro: ritagliare un bel Toro, preso dal logo del  Teatro Regio, e preparare le stellette d’oro.
Eh sì….perché quest’anno il Toro gioca in Europa e noi non possiamo accompagnarlo allo stadio senza una bandiera pensata apposta. Una bandiera che abbia un significato. Almeno che lo abbia per noi.

“Mettiamoci su un bel Toro nel centro circondato dalle stelle d’Europa…” aveva detto una sera Marco – che a scuola non si impegnava ma quanto a genialità non è mai stato secondo a nessuno –  mentre ci sorseggiavamo la nostra solita birra alla Divina Commedia o al Roar Roads.

“Grande! Grande idea!” avevamo risposto in coro un po’ tutti quelli della nostra “banda” di scappati di casa, anche se poi al momento di “crearla” ‘sta benedetta bandiera quasi tutti si erano tirati indietro. Chi perché doveva preparare qualche esame, chi perché comunque aveva altro da fare.

Ma l’importante è che adesso la bandiera sia pronta. La porteremo, la porteremo con noi già alla prossima partita contro il Boavista. Che bello sarà vederla sventolare in tutta la città se dovessimo davvero andare avanti in questa benedetta Coppa.

“Aaaahhhhh….cosa ci fate con ‘sta bandiera? Dove pensate di andare?” grida un gobbaccio che conosco e che ci vede dalla strada.

“In Europa!” gli rispondo secco.

“Seeeeee….al prossimo turno sarete già fuori….forza Boavista! Grandi bianconeri!”

“Tu pensa a guardarti Twin Peaks! Gobbo maledetto!”.

Stavolta non sono stato io a parlare. Ma un certo Paolo che abita al piano di sotto e che ha quattro anni più di me. Uno che, tanto per intenderci, qualche anno fa scrisse polemicamente al direttore del Guerin Sportivo per dirgli di smetterla di rompere le palle parlando sempre della Juve e proponendogli di indire un referendum tra i lettori per abolire i gobbi e bandirli dal nostro campionato.
In poche parole un genio.

“Grande Paooloooooo!” gli urlo.

“Portaci, portaci, portaci in Euroopaaaaa….Emilianooooo…portaci in Euroopaaaaa….” gridiamo Paolo, Marco ed io. Si unisce a noi anche qualcun altro del palazzo in cui abito da quando avevo un anno. E anche da quello di fronte.
Il gobbo si allontana scuotendo la testa.

“…..guarda la televisioneeeeee….siediti alla poltronaaaaa…..guarda la Maratonaaaaa….” insistiamo ancora noi finché non lo vediamo scomparire dalla nostra vista.

E poi sono risate. E poi sono speranze. Di non uscire contro il pericolosissimo Boavista che ha eliminato niente meno che l’Inter. Di andare avanti. Il più avanti possibile. Insomma di non doverci sedere anche noi alla poltrona come ‘sti maledetti gobbacci.

 

Qualche mese dopo. Giovedì 19 marzo 1992. Stadio delle Alpi. 

 

“La Danimarcaaaaaa…..la Danimarcaaaaaaa….” urlo come un forsennato, saltellando abbracciato con Marco e gli altri amici mentre usciamo dallo stadio.

“Sììììì…era la Danimarcaaaa

aa la stella che ci mancavaaaaa!” grida a sua volta il mio amico mentre sventola la nostra bandiera.

E proprio dalla Danimarca proviene il nostro avversario di questa sera, il BK1903, squadra composta da undici volenterosi ragazzoni danesi arrivati non si sa come ai quarti di finale di quella che da sempre tutti definiscono come la più dura tra le competizioni Europee, ancor più della Coppa dei Campioni.
E’ stata, una volta tanto, una partita abbastanza tranquilla, visto che avevamo già ipotecato la qualificazione vincendo in trasferta per 2 a 0 con gol di Casagrande e Policano. Stasera, invece, autogol di tale Nielsen alla mezzora del primo tempo e poi la lunga attesa per il fischio finale. Per la grande festa, insomma.
Siamo in semifinale! Per la seconda volta nella nostra storia, dopo quella del 1965 in Coppa Coppe. Ma per noi che siamo nati all’inizio dei Settanta è la prima volta! Abbiamo infinite volte sentito parlare  di quel Toro dai nostri padri. Il Toro di Vieri e Poletti, di Fossati e Lancioni, di Puia  e Moschino, di Simoni e del britannico Hitchens, soprattutto di Capitan Ferrini e del fenomeno Meroni. Il Toro del Paron Rocco in panchina. Un grande Toro, insomma. Il migliore dopo “quelli là”, i ragazzi di Superga. Ma per anni, trascorsi a trangugiare eliminazioni più o meno umilianti nei primi turni, quel Toro là ci sembrava una roba lontanissima da raggiungere.
Ancora più lontano ci era parso in quel giorno di giugno di meno di tre anni fa quando, subendo a Lecce l’ennesima sconfitta di quella stagione, retrocedemmo in B: anche quella era per noi la prima volta, perché troppo lontana ci pareva la retrocessione di fine anni Cinquanta; tanto lontana da sembrare impossibile a chi era cresciuto con l’idea che arrivare oltre il sesto posto in A era da considerarsi un fallimento.
Chi poteva immaginare tutto questo nel giorno in cui avevamo pareggiato a Licata o avevamo perso a Barletta?
E invece quello che allora sembrava un sogno, è assolutamente vero. Dopo aver eliminato il KR Reykjavik, il Boavista, l’AEK Atene e adesso il BK, siamo in semifinale e domani sapremo chi saranno i nostri prossimi avversari. In verità non c’è molto da scegliere, visto che ci appaiono tutti fortissimi.

“Allora? Chi è meglio incontrare in semi?” domando a qualcuno in quello che è uno dei miei ultimi momenti di lucidità prima di entrare in una ciucca infinita.

“Bella domanda….speriamo non il Grifo….che figata sarebbe fare la finale con i nostri fratelli rossoblu che hanno fatto l’impresa di vincere ad Anfield e di eliminare il Liverpool….ma ti rendi conto? Vincere ad Anfield con quelli che cantano You’ll never walk alone fino alla fine….che emozione devono aver vissuto quelli che ci sono stati….”

“Eggià….mamma mia! Allora Real o Ajax?”

“Se devo essere sincero preferisco giocarmela col Real….pensa che roba: fino a due anni fa andavamo in trasferta a Licata e adesso  invaderemo il Bernabeu!…Incredibile!..Pazzesco!…”

“Allora vada per il Real! E dacci dentro con quella bandiera!”

“A Madriiiiiddddd…..a Madriiiiiddddd….ce ne andiamo, ce ne andiamo, ce ne andiamo a Madriiiiddddd….”

Continuiamo a saltellare, ad urlare per tutta la notte.
Senza pensare agli esami.
Senza pensare a quella bionda e alta che fa l’università con me e con cui ci vorrei provare da mesi, ma non ne ho il coraggio.
Senza pensare a nulla.
Solo il Toro ha importanza adesso.
E tu, Marco, continua a sventolare la nostra bandiera. E vai avanti per tutta la notte! Anzi: per giorni interi. Finché non arriverà, questa benedetta semifinale!

 

Mercoledì 1 aprile 1992. Notte.

 

Il minuto più bello della mia vita, ecco cosa è stato quello di ieri sera. Mi giro e mi rigiro nel mio letto con vista sul poster degli Invincibili, quello che ha regalato il Guerino (o era Tuttosport?) in occasione del quarantesimo anniversario della Tragedia, che la prima squadra, tanto per non farci mancare niente, onorò con la retrocessione.
Non riesco a pensare ad altro….Policano che tira….Buyo che respinge e non la trattiene….Casagrande che la butta dentro ed esulta….goooooooollllll…..goooooooollllll….abbiamo gridato tutti noi in casa dell’amico che ci ha ospitati da lui.
Sono stati abbracci e lacrime così intensi che mai li potremo dimenticare anche se dovessimo campare cent’anni. Un uomo vestito di granata che esulta nella porta che fu di RossiTardelliAltobelli (o era l’altra, fa lo stesso).
IL TORO IN VANTAGGIO AL BERNABEU! IL TORO IN VANTAGGIO AL BERNABEU! Ma vi rendete conto? In vantaggio contro quello stesso Real Madrid che era da sempre lo spauracchio delle squadre Italiane, almeno prima che arrivasse il Milan di Sacchi. Quello stesso Real Madrid che ne aveva fatti una volta tre e una volta cinque all’Inter. Quello stesso Real Madrid che aveva eliminato i gobbi ed il Napoli dalla Coppa Campioni. Il Real di Michel e Butragueno. Il Real di Hierro e Hugo Sanchez. Il Real non più di Martin Vazquez, che adesso gioca da noi! Da noi! Nel piccolo Toro, ora non più tanto piccolo. IL TORO, IL NOSTRO TORO CHE E’ STATO IN VANTAGGIO AL BERNABEU DI MADRID!

Purtroppo è durata poco. Il nostro abbraccio non si era ancora sciolto che già le Merengues avevano pareggiato con Hagi. E poi, dopo una manciata di minuti, Hierro li ha riportati in vantaggio trasformando le nostre lacrime di gioia, in un pianto di rabbia per una sconfitta che a quel punto rischiava di diventare pesantissima. Forse sarebbe stato meglio non segnare proprio e non risvegliare la “bestia” mezza addormentata. Forse sarebbe finita 0 a 0 e saremmo stati più contenti. Forse. Ma non avremmo mai potuto vivere quel minuto. Non avremmo mai potuto raccontare ai posteri che IL TORO E’ STATO IN VANTAGGIO AL SANTIAGO BERNABEU DI MADRID.
 
Venticinque minuti nel calcio sono un’eternità, specie se negli ultimi diciotto ti ritrovi in inferiorità numerica perché Rambo-Policano si è fatto cacciare. Resistere in 10 contro 11 nella Tana del Leone. Un’impresa quasi assurda.

“Ecco….adesso ce ne fanno quattro o cinque e ciao, ciao…” diceva qualcuno.

“Forse era meglio non segnare e non risvegliarli…” continuava qualcun altro.

“Coraggio….mancano pochi minuti….dai che portiamo a casa ‘sto risultato….sarà dura comunque, ma non impossibile….”

Sì. Dura comunque ma non impossibile. Alzi la mano chi, fino a ieri prima dell’inizio della Battaglia di Madrid, non avrebbe firmato per questo risultato che ci tiene assolutamente in corsa. I più ottimisti tra noi avrebbero accettato un 2 a 0, altro che. Invece abbiamo resistito ed è finita 2 a 1 per loro con Hagi che ha cercato di metterla in rissa, costringendo Cravero ad uscire dal campo con una ferita che gli costerà otto punti di sutura e che lo costringerà a saltare il derby di domenica (ma se dico che in questo momento del derby non me ne frega niente, dico una bestemmia o cosa?).
Siamo in corsa. Abbiamo tutte le possibilità per giocarcela fino alla fine nel ritorno. E soprattutto SIAMO STATI IN VANTAGGIO AL BERNABEU.

Inizia il conto alla rovescia per il ritorno.
Ho il biglietto in tasca da ieri, dato che l’ho preso con la prelazione sparandomi ore di coda in sede a discapito del tempo che dovrei passare a studiare.
Invece per Marco e gli altri, che abbonati non sono, non sarà per niente facile trovarli, visto che, finita la prelazione, ne resteranno ben pochi di biglietti, specie in Maratona.
Ma perché? Ci sono posti diversi dalla Maratona dove si possa vedere la partita quando il Toro gioca in casa?

Adesso però cerchiamo di dormire che è meglio. Che gli esami incombono e domani ci tocca anche provare a far finta di studiare.

 

Giovedì 2 aprile 1992. Sera. Nella sede di un Toro Club della periferia Nord di Torino.

 

“Mi spiace ragazzi, ma biglietti non ce ne sono per i non abbonati….” dice il Presidente del club cui siamo iscritti.

“Ma come? Siamo soci….tu avevi detto….voi avevate detto che per noi iscritti i biglietti ci sarebbero stati sempre….” ribatte Marco un po’ alterato, mentre l’altro amico Alessandro se ne sta zitto.

“Lo so….ma ad inizio stagione non potevamo prevedere che saremmo andati così avanti in coppa….non potevamo prevedere che saremmo arrivati in semi….contro il Real Madrid, poi….mi spiace ma….”

“Allora ecco qui le nostre tessere….sei stato un disonesto!…A settembre non rinnoviamo l’iscrizione! Cambiamo club! O meglio: ‘fanculo a tutti i club!” dico seccato.

“Fate un po’ come volete….so solo che biglietti non ce ne sono…potete sempre andare in altri settori….” dice ancora il Presidente.

“Nella curva gobba? Nei distinti? Mai e poi mai! Piuttosto a casa!” fa Marco.

Ce ne andiamo sbattendo la porta, ma senza aver ottenuto nulla.

 

Domenica 5 aprile 1992.

 

Casagrande, Casagrande! E il derby è nostro! Dopo un primo tempo equilibrato, li abbiamo distrutti nella ripresa, quando tutti pensavano che le fatiche del Bernabeu si sarebbero fatte sentire. E invece….e invece 2 a 0 per noi e tutti a casa! O meglio, loro se ne vanno a casa con le orecchie da coniglio basse. Noi invece saliamo sulla mia Centoventisei azzurra con i vetri ricoperti di adesivi granata e andiamo in centro a festeggiare. Che roba! Che periodo! Voglio che questo mese di aprile non finisca mai! Penso che anche il nostro Presidente sarà d’accordo con me, visto che oggi si vota e ‘sta gente (non io….non io…) lo manderà di sicuro in Parlamento. Lo eleggerebbero persino imperatore. O addirittura papa, se potessero.
Intanto io e gli altri ci abbracciamo. Marco però ha il sorriso triste di chi sa che, se dovessimo segnare col Real tra poco più di una settimana, non potrà festeggiare abbracciato con noi.
Peccato davvero. Avrei proprio voluto essere con lui mentre sventolava la sua bandiera. La nostra bandiera.

 

Lunedì 6 aprile 1992. Tarda mattinata. Al telefono.

 

“E’ lui, è bello, è del secondo anello!” urlo più forte che posso nel telefono.

“Ma….ma cosa dici? Sei pazzo o sei ubriaco già a quest’ora?” risponde Marco dall’altro capo del ricevitore.

“Ho detto quello che ho detto: è lui, è bello, è del secondo anello!”

“Mi stai prendendo per il culo, vero? Smettila! Il primo di aprile è già passato da un po’! E poi comunque sono appena tornato dalla sede dove ho preso il biglietto per quell’altra curva….”

“Buttalo via! O vendilo se ci riesci!”

“Seeeee….col c@$$§! Mi sono fato ore di coda per averlo, altro che venderlo….”

“E pensare che io di coda non ho fatto manco un minuto….mi è bastato andare in banca e….”

“Hai finito di prendermi in giro?! In banca? Potevi inventartene una migliore! Da quando in banca vendono i biglietti delle partite?”

“Eppure è andata così….sono stato in banca con mia madre che doveva rinnovare dei BOT….allo sportello c’era un ragazzo che conosco e che è dei nostri….mi ha detto che un suo cliente, un barista di Via Chiesa, conosceva uno che aveva un biglietto che gli cresceva….un suo amico che aveva problemi e non poteva andare…insomma….mi sono precipitato in questo bar….e adesso ce l’ho qui….se vuoi te lo porto anche subito, visto che non ti fidi di me!…Che c’è? Sei svenuto?”

“Ma….ma….e adesso che gli dico a Curcio? Dovevamo andare insieme e….”

“Fai tu….se vuoi venire con me e gli altri fammi sapere….se no penso che non avrò grossi problemi a trovare qualcuno che lo compri….magari anche ad un prezzo più alto di quello a cui l’ho preso….fammi sapere…ti do un paio di giorni e poi mi do da fare per venderlo….”

 

Mercoledì 15 aprile 1992. Stadio delle Alpi. Ore 20.25 circa.

 

“Allenatoreeeeee…..Emilanooooo Mondonicooooooo……”

“Oooooooolèèèèèèèèè”

“Marchegianiiiiiiii”

“Oooooooolèèèèèèèèè”

“Brunoooooooo”

“Oooooooolèèèèèèèèè”

“Mussiiiiiiii”

“Oooooooolèèèèèèèèè”

“Fusiiiiiiiiii”

“Oooooooolèèèèèèèèè”

“Annoniiiiiiiiii”

“Oooooooolèèèèèèèèè”

“Craveroooooooo”

“Oooooooolèèèèèèèèè”

“Scifoooooooo”

“Oooooooolèèèèèèèèè”

“Lentiniiiiiii”

“Oooooooolèèèèèèèèè”

“Casagrandeeeeeee”

“Oooooooolèèèèèèèèè”

“Martin Vazqueeezzzzz”

“Oooooooolèèèèèèèèè”

“Venturiiiiinnnnn”

“Oooooooolèèèèèèèèè”

“TO-RO!TO-RO!TO-RO!TO-RO!TO-RO!”

Siamo tutti qui! C’è Baffo! C’è il Polacco! C’è il Pizzo! C’è Diego! C’è il Dark! Ci sono Riccardo, Davide ed Ermanno dell’Università! E Marco? Naturalmente c’è anche lui. Alla fine, l’amico Alessandro, detto Curcio, ha trovato qualcun altro con cui andare e ora se ne stanno di là, nell’altra curva. Che questa sera è granata come la nostra. Quasi come la nostra.
Siamo tutti qui: ci sono vecchi che hanno visto giocare “quelli là” ma che una roba simile con l’avevano vista mai; ci sono persone di quarant’anni che per tanto tempo ce l’hanno fatto a fette con quelli dello scudetto…. “ah….voi pivelli non avete mai visto niente….noi invece….”; ci sono i loro figli, bambini che non ricordano neppure l’ultima retrocessione e che sono convinti che il Toro sia da sempre questo qui; poi ci siamo noi: troppo piccoli per ricordarci lo scudetto, ma sufficientemente grandi per aver vissuto le quattro finali di Coppa Italia perse, i tempi di Junior e Dossena, il secondo posto dietro il Verona, e Licata naturalmente. Il tutto passando attraverso il derby del 3 a 2 e le eliminazioni da parte dell’Hajduk e del Tirol.
Noi che abbiamo vissuto per anni nell’attesa che il Toro vincesse qualcosa di importante, o almeno facesse qualcosa di importante.
Noi che abbiamo visto festeggiare un po’ tutti in questi anni: i gobbi, gli interisti, i milanisti, i romanisti, i napoletani, addirittura i doriani ed i veronesi.
Noi che fino a un paio d’anni fa avremmo preso per matto chiunque ci avesse detto che saremmo arrivati ad un passo dalla finale di Coppa Uefa. Ad un passo da eliminare il Real Madrid. Fantasie…sogni….avremmo pensato.
E invece eccoci qui. Abbracciati. Eccola lì la nostra bandiera, quella col Toro e con le stelle d’Europa dorate. Ad ottobre, quando la creammo, nessuno di noi avrebbe potuto immaginare di sventolarla stasera, mentre il nostro Toro scende in campo.
E non contro il Reykjavik o contro il Boavista. Ma contro il Real Madrid!

“Marco….ti prego dammi un pizzicotto….voglio essere sicuro che sia tutto vero….” urlo mentre mi guardo attorno e vedo tanta gente come non ne avevo veduta mai. E sento tanta gente come non ne avevo sentita mai. Sembrano davvero tutti convinti che possiamo farcela. In fondo basta fare un gol, hanno scritto i giornali in questi giorni, il che di per sé non è difficile. Poi bisogna evitare di subirne, e questo è davvero complicato se davanti hai gente come Butragueno e Michel.

“TO-RO! TO-RO!TO-RO!” urliamo tutti quanti, quasi a voler stemperare la tensione. Quasi a voler esorcizzare la paura di non farcela.
Intanto la partita è iniziata e sono già passati sette minuti. Il Toro attacca sotto l’altra curva, insomma quella che non è la Maratona.  Mussi (che sostituisce Policano) va via sulla sinistra e la butta in mezzo. Il cross è lunghissimo e sorvola tutta l’area avversaria. Lentini la controlla e la mette in mezzo tesa.

“SIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!!” urlano tutti.

“CASAGRANDEEEEEEEEEEEEEEEEE!!!” continuiamo ad urlare mentre il Brasiliano che ci ha fatto sognare nel derby corre esultando verso il centrocampo.

Scopriremo che in realtà non è stato lui a buttarla dentro. Ricardo Rocha lo ha anticipato ed ha messo la palla nella sua porta. Casagrande o autogol poco importa. Quello che importa è che siamo 1 a 0 per noi. Quello che importa è che se finisce così voliamo in finale!

“Perché non finisci! Perché non finisci! Perché non finisci!” continuo a ripetere tra me e me. Che strano il calcio. L’unico spettacolo del mondo in cui, se le cose vanno bene, speri che si concluda il prima possibile.

“Perché non finisci! Perché non finisci!”….almeno servisse a far passare più velocemente il tempo. Invece qui non passa mai. E se quelli dovessero segnare saremmo belli che fregati.

Si soffre. Tanto. Troppo. Non riusciamo neanche più ad urlare. Non riusciamo neanche più a parlare tra di noi. Non riusciamo a far niente se non farcela letteralmente sotto.
Il primo tempo si conclude, ci rilassiamo per pochi minuti, ma poi ricominciamo a soffrire.  C’è chi si sfoga urlando. C’è chi fuma nervosamente. C’è chi continua a masticare cicles e caramelle. Io, che non ho più unghie da mangiare, continuo a guardare nervosamente l’orologio.

“Quanto manca?” mi chiede qualcuno, forse Marco, forse il Polacco.

“Più o meno un quarto d’ora…” rispondo in fretta.

“Mamma mia…un’eternità!” mi dicono.

Faccio di sì con la testa mentre Scifo la tocca per Vazquez. Lo Spagnolo lancia in verticale Lentini. Colui che vidi esordire ragazzino, e che adesso è diventato un campione, si invola sulla sinistra e va fin sul fondo. Palla tesa e rasoterra…Scifo non riesce a deviarla ma in corsa arriva…..

“FUSIIIIIIIIIIIIIIIII!!!!”

2 a 0 per noi! Esaltazione! Delirio!

2 a 0 per noi! Quasi fatta!

2 a 0 per noi! Non ci prendono più!

2 a 0 per noi! Siamo in finale!

“Ma se dovessero segnare si va ai supplementari…”

“’Fanculo Baffo! Il solito porta sfiga!” rispondiamo in coro io, Marco e il Dark.

Lo sanno anche le Merengues che potrebbe bastare un gol per cambiare tutto. E ci provano. Fino alla fine.

“Fischiaaaaaaaaaaaaa…è finitaaaaaaaaaa…..” urliamo un po’ tutti per cercare di convincere l’arbitro svizzero Galler a mandare tutti a casa.

Poi un boato sovrumano.

IL TORO HA VINTO PER 2 A 0 ED HA ELIMINATO IL REAL MADRID!
SIAMO IN FINALE!
SIAMO NELLA STORIA!

“Amsterdaaaaaammmmm…. Amsterdaaaaaammmmm…ce ne andiamo, ce ne andiamo, ce ne andiamo ad Amsterdaaaaaammmm…” urliamo tutti. Mentre in campo si abbracciano mezzi nudi.

Eh sì, perché l’Ajax ha eliminato i fratelli Genoani e sarà la nostra avversaria nella finale che si disputerà tra un paio di settimane, prima qui e poi lassù in Olanda.
Come vorrei andarci. Cosa darei per andarci. Ma chi ce l’ha il coraggio di chiedere soldi ai miei? E poi sarà tempo di esami. Mi sa che sarò obbligato a vedermela in televisione, mentre Baffo e gli altri saranno su. Che invidia!

Ma ora non è proprio il momento di pensare agli esami.
E neanche alla finale.
Ora è il momento di prendere le macchine, andare in centro, strombazzare, rimpinzarsi di birra, e sventolare la nostra bandiera con le stellette d’oro finché non arriverà domani mattina.

Poi potremo anche andare a dormire. Mi prenderò io la bandiera stanotte. Voglio portarmela a casa. Avvilupparmici dentro. Stringerla forte come se fosse una donna.
E sognare di un Toro talmente grande da non poterci ancora credere. Risvegliarmi tutto coperto di granata ed avere la conferma che no, non si è trattato soltanto di un sogno.
E’ tutto vero! E’ tutto vero! E’ tutto vero!
Anche se è difficile da credersi, è proprio tutto vero!

 

Ritorno al presente. Torino, Teatro Regio. Aprile 2012.

 

“….Avevamo poco più di vent’anni….tante speranze….tanti sogni ancora interi….avevamo anche un Toro vero per le mani….non immaginavamo che tutto sarebbe finito un paio di stagioni dopo….e quella bandiera? Chissà che fine avrà fatto quella bandiera con su un toro identico a quello che si vede laggiù….”

“Lo so io che fine ha fatto! E’ sempre là….a casa mia….non l’ho mica buttata via! Forse bisognerebbe aggiornarla….aggiungerci qualche stella….ripulirla un po’…ma è ancora pronta per….”

“Pronta? E per cosa?”

“Come per cosa!…Per portarla allo stadio se dovessimo tornare in Europa….”

“Ma daaaaaiii su….se siamo in B da tre anni e non si sa ancora se e quando ne verremo fuori….”

“E allora? Non mi vorrai mica dire che hai perso le speranze….proprio tu…non ci credo manco morto….”

“Ma si dai….smettiamo di illuderci….il calcio è cambiato….questa città è cambiata….il mondo è cambiato….credimi: non c’è più spazio per noi….il nostro tempo è finito vent’anni fa…”

“Eppure….eppure….va beh dai….ora devo tornare al lavoro…dammi il tuo numero che magari ci sentiamo per una birrozza o per andare a vedere qualche partita….”

Ci scambiamo i numeri. Ci salutiamo calorosamente dandoci il cinque. Mi allontano abbassando la testa e con un pelo di tristezza nel cuore. Faccio qualche passo nella direzione opposta. Poi mi blocco. Sto fermo per qualche secondo. Mi volto. Torno sui miei passi e mi riavvicino all’amico che nel frattempo era rimasto fermo.

“E comunque è già pronta così!”

“Cosa diavolo dici? Sei impazzito?”

“Dico che anche se adesso i paesi dell’Unione Europea sono un sacco, non c’è bisogno di aggiungere altre stelle….la bandiera è sempre la stessa….dalle solo una bella lavata e una bella stirata….non si sa mai dovessimo sventolarla….”

“Allora anche tu….”

“Non ci credo troppo, ma non riesco a smettere di sperarci….”

Ci abbracciamo come quella volta dopo la partita col Real Madrid.
Avevamo vent’anni. Tante speranze. Tanti sogni ancora interi.
E ora che ne abbiamo compiuti quaranta da un bel po’ sono proprio quegli stessi sogni e quelle stesse speranze a permetterci di continuare a vivere. E di guardare avanti.

 

 

 

Ecco le immagini del “minuto più bello della mia vita” (Real Madrid-Toro del 1 aprile 1992):

http://www.youtube.com/watch?v=9Q_NpQAuleo

 

Chi invece volesse rivedere le leggendarie immagini della partita di ritorno del 15 aprile 1992 e rendersi conto di persona che era tutto vero può andare qui sotto.

 

Lo stadio prima della partita: http://www.youtube.com/watch?v=kcLS9sL496E

 

Il gol dell’1 a 0: http://www.youtube.com/watch?v=o61I3bAAbDI&feature=relmfu

 

Il gol del 2 a 0 di Luca Fusi: http://www.youtube.com/watch?v=YNf2wzmRXmg&feature=relmfu

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