Ho fatto sei! – 3)

Riassunto puntate precedenti

Anacleto è un tifoso del Toro cinquantenne, perduto in una vita solitaria, parcheggiata su un binario morto.
Quanto soltanto il grilletto della pistola che si è procurato, lo separa da una fine ovvia e anonima, la televisione trasmette la combinazione vincente del SuperEnalotto.
I suoi numeri, legati alla storia granata, sono usciti….

di Redazione Toro News

Riassunto puntate precedenti

Anacleto è un tifoso del Toro cinquantenne, perduto in una vita solitaria, parcheggiata su un binario morto.
Quanto soltanto il grilletto della pistola che si è procurato, lo separa da una fine ovvia e anonima, la televisione trasmette la combinazione vincente del SuperEnalotto.
I suoi numeri, legati alla storia granata, sono usciti.
E’ diventato megamilionario.
Ottenuti i soldi, cerca di riavvicinare il figlio sedicenne Tomino, che l’ex moglie, in combutta con il suo vecchio amante (l’Avvocato), gli impedisce di vedere da anni, sotto il peso di false accuse.
Sapendo il figlio in crisi per essere stato lasciato dalla fidanzata Debborah (1 “h” e 2 “b”) lo preleva da scuola a bordo di una Porsche fiammante, gli procura delle notti in compagnia di ragazze stupende, lo porta al mare in una magnifica villa che gli ha intestato, organizza un concerto, per lui e soltanto per lui, di Ligabue, passione del ragazzo.
Ma non solo. Anacleto, granata nel sangue e nel cuore, ricostruisce, tramite una società anonima, lo Stadio Filadelfia, ingannando i politici cittadini, fingendo di essere intenzionato a costruire un supermercato, per ottenere così il via libera in pochi minuti.
Vorrebbe comprare la società stessa, ma poi rinuncia, poiché la tifoseria guarda con diffidenza chi “potrebbe guadagnare col Toro”.
Anacleto, deluso, decide di andarsene da Torino, con Acido e Spino, i due vecchi amici della gioventù, in un viaggio verso i ricordi di un tempo che fu, quando le loro vite avevano ancora come obiettivo la libertà e la gioia di vivere.
Così, con le possibilità infinite procurategli dalla vincita, salda i conti con il passato.
Fa passare brutti quarti d’ora a chiunque abbia voluto il male del Toro negli ultimi dieci anni.
Fa esplodere la macchina e rade al suolo l’edificio dove vive Kevin Giumurro, il truzzo ladro che lo angaria da tempo.
Solleva con una gru, fino a trenta metri di altezza, la macchina dove Aperitivo e Aperitiva, il suo ex Responsabile e la sua amante, che gli ha soffiato con astuto mobbing il posto di lavoro, si sono appartati.
Mura per cinque giorni nella cantina di Villa dei Glicini, la Dottoressa Bernuffia, responsabile di maltrattamenti sulla sua anziana madre, spirata pochi giorni dopo la vincita.
Tomino però si è affezionato a suo padre e vorrebbe andare via con lui.
Durante un loro dialogo, sotto casa di del figlio, nasce una discussione con l’Avvocato, che non vuole vedere Anacleto e Tomino insieme.
Tomino afferra dal vano portaoggetti della macchina del padre il revolver che quest’ultimo si era procurato e, credendolo un giocattolo, spara due volte al patrigno, che rimane a terra.
Anacleto, stravolto, carica il figlio in macchina.
Scappano insieme.

 

Terza ed ultima puntata

Il quotidiano era zuppo di pioggia, insistente come se il cielo stesso richiudendosi su di loro.
– Sono riuscito a trovare il giornale di ieri. Da queste parti non c’è altro.
Anacleto sfogliò avidamente le pagine che sapevano di petrolio e muffa.
Esplose in un moto di rabbia… – Manca la cronaca locale, dannazione! Non ci sono le pagine!
– Guarda in quelle nazionali… Forse c’è qualcosa… – osservò Acido.
Anacleto strattonò ancora il giornale – Forse qui c’è un richiamo… ci vuole molto per quel coso? – chiese rivolgendosi a Spino
– Certo… Appena mi danno la linea! Sembra di essere in cima a una montagna!
I sobborghi di Amsterdam sembravano quelli di una città anonima e qualunque, illuminata da neon inconcludenti e dall’insegna tremolante del Phone Center gestito da Nord Africani, dove Anacleto e gli altri stavano tentando di connettersi al web.
Anacleto pensò che molto probabilmente le ricerche erano ancora concentrate in Italia, e questo dava loro un piccolo vantaggio su chi stava loro dando la caccia. Ma era un vantaggio effimero.
Molto presto sarebbero stati loro addosso.
Forse ci sarebbe voluto un po’ di tempo in più per capire che anche Acido e Spino stavano scappando con loro, ma la cosa non avrebbe fatto differenza.
– Qui se ne parla… – Anacleto abbassò il tono di voce – L’articolo parla di “agguato”, e “condizioni disperate”. Niente altro. Del resto è il giornale di ieri… C’è qualcosa sul sito?
Spino tentava di armeggiare con mouse e video che sembravano avere oltre dieci anni di servizio.
– Sì… sono sul sito della “Stampa”. Anche qui si parla di “disperato intervento chirurgico”. E non è tutto… – si fermò improvvisamente.
– Vieni al dunque, non mi piace questa suspance… –
C’è la tua foto.
– La mia… foto? – Anacleto si avvicinò al monitor e guardò sopra le spalle dell’amico.
– L’avvocato… Pare che prima di perdere conoscenza abbia detto che sei stato tu a sparare…
Anacleto scosse la testa, gli sarebbe venuto da ridere, se ci fosse stato qualcosa di divertente.
La pioggia si era fatta ancora più intensa e tamburellava contro la piccola insegna.
Anacleto guardò dietro di sé. Tomino si era addormentato seduto su di una sedia del Phone Center.
Erano in fuga, nel posto più anonimo e squallido della terra.
Si maledì per averlo cacciato in una storia del genere.

 

Si erano rifugiati a casa di Spino, preda dello shock e dell’improvvisazione, dopo gli spari maledetti esplosi da Tomino.
Spino era un poliziotto, avrebbe saputo come fare.
Era occorso del tempo perché loro due riuscissero a spiegare quello che era capitato con parole shoccate, ed era occorso altro tempo perché l‘amico capisse.
Il viaggio che li avrebbe portati via, che avevano programmato da molto tempo, era stato fissato per il giorno seguente.
Anacleto avrebbe voluto costituirsi, ma i colpi di pistola erano stati esplosi dal figlio e nessuno sapeva bene come affrontare una situazione simile.
Alla fine avevano deciso di partire, nel cuore della notte, dopo essere passati a prendere Acido senza averlo allertato telefonicamente.
Avevano gettato i cellulari e ogni marchingegno elettronico che potesse farli individuare.
In Svizzera il mattino seguente avevano noleggiato una macchina fornendo generalità false e pagando in contanti. I soldi ancora non mancavano, ma si stavano lasciando dietro tutta una serie d’indizi che un investigatore attento e scrupoloso, non avrebbe avuto difficoltà a radunare e mettere in ordine.
Nel tardo pomeriggio erano giunti ad Amsterdam. Avevano lasciato la macchina in un luogo tranquillo, in maniera tale che ci volessero giorni prima che qualcuno notasse che era stata abbandonata.
L’aereo sarebbe partito il mattino seguente.
Quante persone sarebbero salite su quell‘aereo? Tre?
Oppure quattro?

 

– Che facciamo, ragazzi? – Anacleto era sconsolato.
– Sei tu che devi capire che cosa fare con lui… Se vuoi che venga con noi, oppure no.
Anacleto detestava le scelte. Specialmente quelle epocali.

Guardò il figlio abbandonato sulla poltrona di quel Phone Center e pensò che non era quella la vita che aveva avuto in mente per lui.
Sapeva che Tomino non lo avrebbe lasciato andare via da solo.
– Dobbiamo decidere cosa fare. Dobbiamo studiare ogni evenienza… – iniziò Acido.

 

– La chiamano “la città del vento”, forse per gli immensi spazi creati dal lago che le sta alle spalle…
La Sears Tower spuntava dietro ogni angolo della città e abbagliava con la sua immensa grandezza la vista di Anacleto e Tomino.
Poco più in là, Acido e Spino stavano caricando il van che avevano preso a nolo poche ore prima.
Avevano viaggiato fino a New York sotto falsa identità. C’erano voluti soldi, molti soldi per farla in barba ai serrati controlli della Sicurezza Americana.
Ma era sempre questione di tempo. Anacleto aveva la sensazione che stessero viaggiando con un nemico invisibile che li inseguiva a non più di dieci metri, e che prima o poi li avrebbe acciuffati.
Da New York, la loro idea originale, quella di volare fino a Los Angeles e di qui raggiungere San Francisco, era stata abbandonata.
Avevano impiegato molto tempo per raggiungere Chicago, restituire la vettura originariamente noleggiata e cambiarla con un Van da un’altra compagnia di noleggio poco conosciuta.
I soldi arrivavano dalle decine di società fittizie nelle quali Acido aveva aiutato Anacleto a suddividere la vincita. Un’enorme quantità di denaro, nonostante gli ingenti capitali spesi fino a quel momento.
I siti internet ripetevano la stessa storia, a base di copia e incolla ripetuti chissà quante volte.
L’Avvocato lottava tra la vita e la morte, mentre si tentava di fare luce sulle stranezze della vita di Anacleto. Stavano venendo fuori i casi di Kevin Giumurro e della Dottoressa Bernuffia e soprattutto si cominciava a intuire che il deus-ex-machina della ricostruzione del Filadelfia fosse stato proprio lui, ricostruzione che non era ancora stata digerita dai poteri forti della città.
Persino i tifosi del Toro, nelle dichiarazioni sui forum, si dicevano sollevati perché Anacleto non fosse riuscito ad arrivare alla presidenza del Torino, tempo prima.
Anacleto aveva sorriso leggendo quel trafiletto. Proprio lui che avrebbe investito a fondo perduto… Aveva riflettuto sul fatto che a quegli stessi tifosi sarebbe importato ben poco se la società fosse caduta nelle mani del riciclaggio di denaro della mafia russa, finché fossero arrivate vittorie.
Ma quello ormai non importava più.
Quella era la sua città, che non avrebbe più rivisto.

 

Era veramente una giornata ventosa. Padre e figlio si gustavano due sandwiches imbottiti di calorie, in grado di fermare la digestione a una mucca.
– Questa è la strada per un nuovo mondo… – disse Anacleto, parlando con la bocca piena.
– Come dici, papà? Una strada per…?
– Anacleto si asciugò la bocca con un tovagliolo di carta – Era il 1983… Noi tre, Io Acido e Spino, festeggiammo la nostra laurea con un viaggio lungo questa strada… su una Ford Thunderbird. A dire la verità, fummo soltanto io e Acido a laurearci. Spino è sempre stato un testone…
Tomino guardò la strada che aveva di fronte a sé, senza riuscire a capire.
– All’epoca – proseguì il padre – non era ancora una strada storica. Anzi…, venne dismessa a favore delle più moderne Interstates soltanto due anni più tardi. E da noi non era neanche così famosa. Ma noi sapevamo che questa strada ci avrebbe portato in capo al mondo. Questa distesa di asfalto – quasi si fermò per masticare un altro boccone – …attraversa tutta l’America e ci porterà in California… Giù il cappello, figlio mio, di fronte alla Route 66!
Partirono sorridendo all’Ovest che li attendeva, Torino non era mai stata così lontana.

 

Viaggiarono a lungo, alternandosi alla guida e dimenticando chi o che cosa li inseguiva.
Il primo giorno fecero tappa a Petersburg, nei dintorni di Springfield, nell’Ilinois.
Scelsero un tranquillo motel per pernottare, dove non dare nell’occhio, nel caso le segnalazioni riguardanti tre adulti e un ragazzo fossero già giunte alle forze dell‘ordine locali.
– Papà – chiese Tomino seduto sul suo letto – Ma cosa andremo a fare in California?
L’uomo sorrise come risposta – Andremo da due vecchi amici, che conoscemmo nel nostro viaggio molti anni fa. Abitano ancora a San Francisco… sono Miss Rigby e Father McKenzie, un prete. Se dovesse mai capitaci qualcosa, è loro che dovrai cercare, se vorrai avere libertà…
Anacleto cercò lo sguardo degli amici, che annuirono silenziosamente.
– Sì, ma chi sono?
– Te lo dirò quando saremo lì.
Si separarono nelle loro camere e spensero la luce.
Il vento che li aveva seguiti fin da Chicago faceva sbattere insistentemente il cartello del fast food accanto.
Anacleto si addormentò pensando che, ovunque li stessero cercando, la libertà era in California.
E la California era a Ovest.

 

Il giorno seguente macinarono chilometri in direzione di S. Louis. Pranzarono in uno degli infiniti ristorantucoli della Route 66, in un tratto nel quale la strada era ancora battuta dai caratteristici trucks americani.
Si sedettero in un tavolino all’aperto – Questa fu la prima grande strada d’America – spiegò Anacleto, venne utilizzata negli anni ‘40 da decine di migliaia di persone che migravano verso Ovest…
Tomino addentò il suo Sandwich e rifletté.
Il sapore del pane, o quello della libertà, che fosse, non era mai stato così buono.
Nel pomeriggio, poco prima di S. Louis, Anacleto imboccò una diramazione ed uscì dalla 66.
Non gli occorse molto per fermare il van in uno spiazzo che sembrava dare sul vuoto.
Scesero tutti – Ti voglio presentare un amico – disse l’uomo al figlio – Quasi me ne stavo dimenticando. Questo è il signor Mississipi.

 

A S. Louis, secondo Acido, si gustava una delle birre più buone dell‘intero Sistema solare.
Visitarono la città ed il Gateway Arch, acquistarono beni di prima necessità, si lasciarono tentare da una crociera sul grande fiume ed a fine giornata pernottarono in un piccolo motel nei sobborghi.
Il mattino seguente ripartirono verso Ovest, percorrendo tutto il Missouri.
Si fermarono alle Meramec Caverns, un importante sito di grotte naturali lungo la 66 ed in serata giunsero a Carthage, una cittadina poco distante da Springfield, quella del Missouri.
Pernottarono nel van, per lasciare il meno tracce possibile, poi a mattina inoltrata intravidero un concessionario di auto usate all’interno della cittadina. Lo oltrepassarono, poi, individuato una vecchia area di rifornimento poco distante, nascosero il van al riparo di alcuni cartoni, in modo tale che potesse essere individuato il più tardi possibile.
Tornarono verso la cittadina, dove Anacleto e Spino si recarono dal concessionario che avevano adocchiato in precedenza.
Se fosse stato interpellato in seguito, il venditore avrebbe ricordato due stranieri, non quattro.
Curiosarono attorno alle vetture, ma Anacleto aveva già adocchiato la sua preda, una vecchia Ford Thunderbird verde decapottabile.
Toccò il gomito dell’amico – E’ identica alla nostra vecchia Thunderbird… anche il colore è lo stesso.
Ma sei pazzo? Deve avere 40 anni. Se vogliamo dare nell’occhio, fai pure!
– Funziona quella? – chiese al proprietario, un uomo che poteva sembrare un impiegato di banca, più che un venditore.
L’uomo si mise a ridere – Se me la porta via le pago anche la benzina, sono mesi che è lì e nessuno la vuole…
Anacleto fece forza sulle nozioni di inglese che ancora gli restavano, ma non avrebbe certo potuto nascondere il fatto di essere straniero.
– E’ tutto a posto? I fanalini funzionano, la marmitta non fa rumore… – tagliò corto.
– Quella è un fulmine… Basta mettere benzina nel serbatoio e vi porta fino in California… – disse l’uomo, che non la finiva di ridacchiare.
La burocrazia non è di casa in America.
Trenta minuti dopo la Thunderbird con Anacleto e Spino si fermò a raccogliere Acido e Tomino, prima di iniziare la sua corsa verso Ovest.

 

Il sole che tramontava nell’Oklahoma cullava dolcemente gli occupanti della Thunderbird.
Anacleto guidava facendo molta attenzione a non superare i limiti, anche solo di mezzo chilometro.
Acido e Spino sonnecchiavano sulle due file di sedili posteriori.
Tomino, che taceva da tempo, domandò al padre:
– Come mai anche i tuoi due amici… hanno deciso di lasciare tutto e… Voglio dire, questa non è una scelta facile, quindi mi chiedo…
Nessuna scelta è mai facile. Alle volte è difficile metterne in fila anche solo una all’interno di tutta la propria vita. Vedi Tomino… alle volte noi percorriamo le strade più comode. Spesso tutti noi siamo soltanto la somma di tutti gli sbagli che abbiamo accumulato. Quando hai 20 anni hai il mondo in pugno, senti di poter anche sbagliare e non te ne importa, quando ne hai 50 ti senti in trappola a causa degli sbagli che hai fatto. Ti sei spento, hai perso le possibilità. Ti sei ingabbiato da solo…
Tomino ascoltava impaurito dal grado di disperazione che quelle parole comunicavano.
– Tanti anni fa, quando avevamo percorso questa stessa strada, ci sentivamo liberi… Forse è un po’ patetico tentare di tornarlo ora, ma certi treni passano una volta sola. Acido non si è mai sposato, almeno ha un punto di vantaggio su di noi. Spino invece ha una… una situazione che si trascina da decenni. Non ha mai avuto il coraggio di tagliare i ponti con quello che è diventato. Alle volte si è troppo soli…, si diventa troppo soli. E troppo vigliacchi.
– Era così che ti sentivi quando abitavi vicino a quel… – gli domandò timidamente il figlio.
La solitudine non è mai bella, Tomino – guardò il figlio negli occhi, staccando lo sguardo dalla guida – Ti porta a prendere decisioni sbagliate.
Anacleto accese la radio e la sintonizzò su una stazione che trasmetteva vecchie hit.
– Hey, senti questa! Altro che Ligabue, ragazzo mio…
– Che cos’è?
Ma il padre non rispose. Cantava le strofe della canzone mentre il vento faceva man bassa dei pochi capelli rimasti, memore di un tempo nel quale ne aveva scompigliati molti di più.

 
You`re a part of me, I`m a part of you
Wherever we may travel
Whatever we go through
Whatever time may take away
It cannot change the way we feel today
So hold me close and say you feel it too
You`re a part of me, and I`m a part of you

 

Si fermarono a dormire in un piccolo hotel poco distante dalla Route, poi ripresero la loro corsa, lasciandosi alle spalle Oklahoma City.
Attorno alla Route era tutto un fiorire di paesucoli, negozi e chioschetti, che l‘avevano resa una strada di culto.
Si fermarono a Bethany, al Trading Post, dove acquistarono dei gadget della 66. Alla cassa un curioso vecchietto dalla barba bianca in puro stile Old America, sembrava più interessato a fare ricerche su internet che a dar loro retta.
Pagarono e se ne andarono ridacchiando, ma se avessero potuto vedere la pagina di internet che il vecchietto stava visitando, sarebbero stati meno sereni.
L’articolo mostrava la foto di Anacleto e la dicitura “Il fuggiasco milionario”. Narrava la storia dell’uomo e del suo supposto colpo di fortuna, e descriveva l’uomo come “pericoloso potenziale omicida”, "rapitore di minori "sul quale pendeva un mandato di cattura internazionale. 
Il vecchietto attese qualche istante, poi si sporse per vedere con quale macchina se ne fossero andati, ma le sue movenze gli fecero perdere l’attimo propizio e quello che vide fu soltanto una nuvola di fumo che si allontanava.
L’anziano si avvicinò al telefono e compose il numero dello Sceriffo.

 

Viaggiarono senza sosta, anche alternandosi alla guida, attraversarono il Texas, e il New Mexico.
Il paesaggio cambiava di fronte ai loro occhi ed ogni metro, era essere più vicini alla California.
– Cosa faremo poi?  – chiese al padre mentre si stavano lasciando alle spalle Santa Fe.
– Cosa faremo quando?
– Quando saremo in California.
– Non lo so… Miss Rigby e Father McKenzie ci ospiteranno. Tu non hai nostalgia della mamma, della tua vita passata… che ne so… di Debborah?
Tomino restò a pensarci qualche secondo.
– Neanche per sbaglio – disse calmo.
Anacleto abbassò il volume della radio – Bè, vorrà dire che andremo a vivere insieme. Dove ti piacerebbe andare?
– Non lo so… la California non è bella?
– E’ meravigliosa – rispose l’uomo scandendo le parole – ma io adoro anche l’Irlanda… la Norvegia, L’Islanda, la Danimarca… Mi piacciono gli spazi solitari…
– La Norvegia piace anche a me…
– Venduto allora! Andremo a vivere in Norvegia. Ehi, questa la conosci?
Anacleto alzò nuovamente il volume.
La radio trasmetteva Running on Empty di Jackson Browne.
– No, non so chi sia…
– Ma possibile? – Inveì il padre mentre un cartello annunciava il loro prossimo ingresso in Arizona – Ma cosa conosci allora? Questa è storia della musica…
Tomino alzò gli occhi al cielo.
– Se per quello non conoscevo neanche quel film di cui mi hai parlato… quello dei finti suicidi…
– Quale? Harold & Maude?
– Sì, deve essere quello…
Anacleto sogghignò – Guardalo se mai ti capiterà l’occasione… Ha un finale decisamente divertente.

 

Ci sono brutte nuove! – Acido entrò nella sala di un bar nei pressi di un Motel dove stavano facendo colazione, dopo essersi fermati a pernottare.
– Ho guardato Internet! – L’uomo sembrava agitato – il sito della Stampa dice che ci sono state delle segnalazioni su di noi qui in America
– Come? – La notizia era stata troppo attesa, perché fosse estranea.
– In Oklahoma… l’articolo ipotizza che fossimo diretti a Ovest.
– Dobbiamo smammare – disse Spino alzandosi dal tavolo e ripulendosi in fretta la bocca – Dobbiamo prepararci ad uscire dalla Route. Se sanno anche con quale macchina stiamo viaggiando e dove siamo diretti, per noi è finita.
Il gruppetto si alzò in piedi con fare colpevole, sotto lo sguardo incuriosito degli altri clienti del bar.

 

– Non possiamo fermarci molto, purtroppo. Guideremo tutta la notte, facendo i turni. – disse Spino.
Anacleto prese da parte Tomino – Entriamo solo noi a comprare qualcosa, non possiamo vivere senza mangiare. Tu vai a dare un’occhiata allo spettacolo, non capita tutti i giorni di arrivare fin qui.
La Thunderbird si era fermata sul limitare di un vasto spiazzo polveroso, che si affacciava sul Grand Canyon, nel quale erano stati piazzati molti cartelli riguardanti pericolosità del luogo.
I tre uomini entrarono nell’emporio che sorgeva al limitare dello stesso.
Tomino osservò lo spettacolo naturale che si apriva ai suoi piedi.
Poco distante due turisti stavano osservando lo stesso spettacolo con l’aiuto di una cartina.
Erano occorsi milioni di anni al fiume Colorado per scavare la gola che ora vedeva sotto di sé, profonda oltre un miglio.
Da qualche parte però, udì un rombo sommesso.
Pensò si trattasse dei giochi sonori della gola.
Per qualche minuto rimase senza fiato e senza parole, poi il rumore sommesso raddoppiò e diventò due rombi.
Non era uno scherzo sonoro della gola.
Era qualcosa che si avvicinava.
Fece per avviarsi verso il negozio.
Suo padre e gli altri erano appena usciti e lo attendevano già sulla Thunderbird, col motore acceso.
Tutto era strano, silenzioso.
Troppo silenzioso. Come certi movimenti furtivi.
Solo allora si accorse di quello che stava capitando dietro la Thunderbird.
Tomino avrebbe voluto urlare a suo padre di andarsene, ma proprio in quel momento i rumori dietro di sé divennero assordanti.
Fece per correre, ma qualcosa lo scaraventò a terra.

 

Anacleto vide i due elicotteri sbucare dal canyon, mentre i turisti con la cartina, agenti in borghese, balzarono addosso a Tomino, immobilizzandolo a terra.
Urla tutto intorno.
Sirene e luci rosse e blu negli specchietti.
Tiratori scelti sulla piccola altura alla sinistra e sul tetto dell’emporio.
Voci in inglese urlavano qualcosa. Niente di più probabile se non un invito ad arrendersi e a scendere dalla macchina.
Ogni cosa era stata predisposta accuratamente.
– Fine della corsa – disse Anacleto. Acido si lasciò sfuggire un’esclamazione di sorpresa, Spino tacque.
Tomino, sorpreso e shoccato a terra, fissò a lungo il padre e ne lesse il labiale. “Andrà tutto bene”.
Non gli credette neanche per un istante. Quelle erano le parole che nei film annunciavano l’immancabile catastrofe.
Vide un poliziotto che lentamente si avvicinava al padre di fianco, puntandogli una pistola alla testa.
Attento!!!”, questa volta fu il padre a leggere il labiale del figlio.
Pigiò l’acceleratore e la macchina schizzò via, sollevando un polverone di fumo nel piazzale.
Il rumore della Thunderbird coprì le urla degli agenti.
Si udirono degli spari.
Anacleto provò prima all’uscita di sinistra, poi a quella opposta, ma in entrambi i casi trovò due vetture della polizia schierate ad ostruire il passaggio.
Rombando e sollevando terra, Anacleto tornò quasi al punto di partenza ma più a sinistra, la macchina rivolta verso il canyon, ad una cinquantina di metri di distanza.
Gli elicotteri erano bassi su di loro e la polizia questa volta non avrebbe atteso che si fossero arresi da soli.
Il nulla di fronte a loro.
Il rombo sordo del motore.
– Cosa dicono Thelma & Louise alla fine della storia? – domandò Spino con finta noncuranza.
La macchina salì di giri.
– Dicono “Non torniamo indietro…”.
I tre uomini si guardarono, ognuno leggendo orgoglio negli occhi degli altri.
Anacleto chiuse gli occhi. Quando li riaprì vide il figlio imprigionato nella stretta degli agenti.
Pensò a lui come non l’aveva mai visto, pensò agli anni della sua infanzia, alla vita che era stata loro negata.
Non gli importava per sé, o per i due amici.
Era Tomino il suo unico grande rimpianto.

 

Anacleto diede gas a tavoletta. Le ruote slittarono sul posto, poi si lanciarono in avanti.
Tomino tentò di divincolarsi dalla presa degli agenti, ma udì soltanto il rombo della macchina verso il proprio destino.
Gridò un “NO” eterno, quasi muto nei fotogrammi rallentati di quegli istanti.
Udì un colpo lontano, dopo un tempo che sembrava infinito, seguito da un’esplosione distante.
Riuscì a divincolarsi, altri agenti lo bloccarono, altri ancora accorsero sul limitare del Canyon, gli elicotteri si abbassarono.
La nuvola nera di fumo, impiegò del tempo a risalire dalla profondità della gola, e quando si mostrò non era altro che un po‘ di grigiore che si disperse nel cielo spettacolare dell‘Arizona, che sapeva di libertà.

 

Sette anni dopo.
Raramente un posto del genere gli aveva ispirato tanta serenità.
Ed il fatto che a farlo fosse un cimitero, la diceva lunga sul suo concetto di pace.
Le colline nascondevano una città sempre più confusa, poco distante e Tomino pensò che in fondo suo padre non aveva sbagliato a cercare spazi solitari come se fossero ossigeno.
Debborah diede un colpo di clacson. Non era voluta entrare, diceva che non sopportava i luoghi lugubri.
Debborah.
Quando erano tornati insieme gli era sembrato di tornare veramente a casa.
Era scappato in capo al mondo per tornare da lei, si era detto poeticamente, sentendosi goffo e poco convinto.
All’inizio era stato amore, o forse aveva finto che così fosse.
Ma al di là del sesso, sapeva bene che non avevano mai avuto un gran ché da dirsi.
Suonasse pure.
Presto avrebbe avuto tutta la vita per suonare e ricordargli di fare in fretta.
Tutta la vita, oddio.
Le quattro tombe erano lungo la stessa fila.
Ricordava di aver visto curiosamente le tre tombe vuote, quando la nonna era stata sepolta, come se aspettassero qualcuno.
Come se aspettassero qualcuno… – Scacciò il pensiero.
Si era recato lì soltanto quando il poco che restava dei corpi, era giunto in Italia (sua madre era stata fin troppo ansiosa di riconoscere un mucchio di cenere o poco più), e da allora non si era più recato nel piccolo cimitero sulle colline.
Guardò il viso sereno della nonna. Chissà che persona era? Chissà cosa si era perso di quegli anni mancati nei quali non gli era stato permesso il frequentarla?
Passò in rassegna il volto del padre, quello di Acido, rotondo tanto da non stare quasi nella foto, quello di Spino…
Tornò con la mente a quei giorni ed al viaggio sulla Thunderbird.
Non avrebbe mai potuto dimenticare la bellezza di quei giorni.
Qualcuno aveva fatto in modo che venissero sepolti lì. Volontà del defunto, anzi dei defunti, suo padre aveva voluto pensare a tutto, nel caso fosse successo qualcosa.
A quel tempo la cosa non era sembrata strana a nessuno.
Solerti ed efficienti notai ed avvocati si erano occupati del tutto, agli ordini di qualcuno che poteva arrivare molto più in alto dell’Avvocato.
Già, l’Avvocato.
Non era morto, ma avrebbe passato tutto il resto della sua misera vita su di una sedia a rotelle, una pallottola gli aveva leso il midollo spinale.
– Sono stato io a sparati, lo sai bene Perché hai testimoniato il contrario? – gli aveva chiesto Tomino, mesi dopo la conclusione della vicenda, quando l’uomo era ancora intubato, ma fuori pericolo.
– Lo so… – aveva risposto l’uomo con un filo di voce – sono stato a lungo indeciso su chi incolpare, non so chi odiassi di più tra te e tuo padre…. Ma lo volevo morto… e così è stato… – aveva aggiunto qualcosa sul rimorso che Tomino avrebbe provato, ma erano state parole bofonchiate, le ultime che si fossero scambiati.
Il destino aveva già deciso per lui. Se ne andò due anni più tardi, fulminato da un infarto mentre nel suo ufficio era intento a leggere un rapporto di un praticando del suo studio.
L’Avvocato aveva visto giusto. I rimorsi di Tomino non avevano fatto che aumentare.
Se lui non avesse premuto quel grilletto, forse tutto quello non sarebbe mai capitato.
Tomino sospirò. Da che parte era fuggita la vita?
Debborah suonò il clacson. Eccola lì, la sua vita futura.
Tomino scosse il capo e si avvicinò a una tomba.

 

Sono venuto a dirti che mi sposo… che ci sposiamo – disse alla foto del padre – E te lo dico così, perché so che mi insulteresti immediatamente. Anche da morto. Lo so, sposarsi a 24 anni è un’idiozia… una fesseria, ma… Ma io sono un idiota… e… Il fatto è che anche io ogni tanto mi sento così solo… così… Una volta mi hai detto che essere soli non è una bella cosa e…
Avrebbe voluto aggiungere altro, ma si impappinò, chiedendosi cosa realmente fosse venuto a fare lì.
Fece per fare dietrofront, ma un particolare lo fece fermare.
Fiori freschi.
Fiori freschi su tutte e quattro le tombe.
Acido non aveva parenti. Tomino era l’unico e l’ex moglie di Spino doveva odiarlo più da morto che da vivo.
Si recò incuriosito alla guardiola, per chiedere spiegazioni, ignorando i colpi di clacson di Debborah.

 

Tutte le settimane riceviamo una consegna da un fiorista della zona – disse l’uomo in divisa. L’uomo diede l’indirizzo a Tomino, che saltò in macchina e si diresse verso quella tappa, incurante delle proteste di Debborah. Aveva tutta la vita in fondo per lampadarsi, e fare tardi alla sua seduta almeno le avrebbe cotto di meno il cervello.
O quanto non fosse già stato un pop-corn in sede di partenza.

 

Da anni il negozietto di fiori riceveva un assegno mensile, dietro incarico di portare i fiori più belli alle quattro tombe del cimitero.
Tomino dovette insistere a lungo per ottenere qualche risposta dalla anziana signora del negozio.
Inventò una scusa, alla fine riuscì a vedere almeno la firma su di una fotocopia dell’assegno.
Eseguito dalla Rigby-McKenzie, la firma era della signora Rigby, Elen o Eleonor che fosse, la scrittura era poco capibile.
Miss Rigby e Father McKenzie, sempre loro.
I due amici che suo padre voleva raggiungere in California.
Doveva aver dato loro disposizione anche di quello.
Guidò pensieroso per le vie di Torino, dopo aver lasciato Debborah al suo centro abbrustolimento.

 

Guidò la sua BMW lungo le strade di sempre.
Avrebbe potuto permettersi di vivere molto più agiatamente, ma si sentiva un ospite della sua stessa vita.
Quando fu trasportato in Italia, dopo la tragica fine della fuga col padre, era stato praticamente segregato in casa per due anni dalla madre, affinché espiasse la colpa di quanto era successo.
Ma la donna non era più la battagliera calcolatrice di un tempo. La morte dell’Avvocato le spezzò le reni definitivamente e Tomino poté riprendersi gli spazi che voleva, ma che non riconosceva più come suoi.
Allo scoccare del suo 18° compleanno, due avvocati si presentarono all’uscio di casa loro.
Documenti alla mano, avevano dichiarato che la Rigby-McKenzie aveva assegnato un vitalizio mensile al figlio, vitalizio dal quale la donna era completamente esclusa. I due avvocati avevano inoltre consegnato al ragazzo le chiavi della villa sul Mare, della cui esistenza si era completamente dimenticato.
Nessuno aveva mai individuato il tesoro del padre, che si valutava ancora ingente, nonostante la costruzione dello Stadio, e Tomino avrebbe potuto giurare che dietro la Rigby-McKenzie ci fossero stati gli ordini del padre, molto prima di quel salto nel vuoto nel Grand Canyon.

 

Le strade scorrevano attraverso i veri.
Transitò di fronte allo Stadio Filadelfia e distolse lo sguardo per non soffrire.
Non si era mai giocata neanche una partita. I tifosi avevano contestato varie dirigenze, fino al momento in cui l’ennesimo avventuriero, che aveva promesso la Champions, non aveva portato nuovamente la società sull’orlo di un vero e proprio Grand Canyon. Così lo speculatore aveva ceduto lo stadio alla Città, che aveva immediatamente posto il veto alla disputa di qualsiasi gara calcistica su quel terreno.
Un giorno aveva portato Debborah a visitarlo, ma lei quasi non aveva fatto caso al luogo nel quale si trovava, né le poteva importare qualcosa.
Debborah.
Era tornata per i soldi, perché lui viveva di rendita, lo sapeva bene.
Tomino non aveva voluto abbandonare sua madre.
Ma forse aveva chiesto a Debborah di sposarlo soltanto per non rimanere da solo.
Rigby-McKenzie, pensò Tomino.
Tornò a prendere Debborah con i due nomi in mente.
Se dovesse mai capitaci qualcosa, è loro che dovrai cercare, se vorrai avere libertà…

 

Capitò qualche giorno dopo.
Vagava in auto per le vie di Torino come faceva da qualche tempo, cercando di trovare la forza per affrontare il futuro.
La radio parlava di canzoni che trattavano la solitudine.
Solitudine, mi gli era capitato di sentirsi più solo che in quel momento, in quella che doveva essere la sua città.
Partì una canzone.

 

Eleanor Rigby picks up the rice in the church where a wedding has been
Lives in a dream
Waits at the window, wearing the face that she keeps in a jar by the door
Who is it for?
Father McKenzie writing the words of a sermon that no one will hear
No one comes near.
Look at him working. darning his socks in the night when there’s nobody there
What does he care?

Eleonor Rigby, una delle canzoni dei Beatles, diceva il dj, era stato uno dei primi motivi ad affrontare il tema della solitudine…
Aveva sentito bene? E qual’era l’altro nome che la canzone ripeteva…? Tomino si rimproverò per non aver mai approfondito a dovere la conoscenza dell’inglese, poi puntò dritto verso casa, vinto da una curiosità.

 

Una ricerca sul web gli tolse tutti i dubbi, ma servì solo a gettarlo ancora più in stato confusionale.
Eleonor Rigby e Father McKenzie erano i protagonisti della canzone dei Beatles contenuta nell’album Revolver.
Cosa significava tutto questo? Due amici di suo padre che si chiamavano come i protagonisti di una canzone? Gli stessi individui che si preoccupavano di inviare mensilmente un assegno a un piccolo negozio di fiori perché posasse fiori freschi su quattro tombe?
Se dovesse mai capitaci qualcosa, è loro che dovrai cercare, se vorrai avere libertà…
Fu colto da un dubbio curioso. E la sua vita ne aveva bisogno.
Il giorno dopo sarebbe dovuto andare con Debborah a controllare la lista nozze.
Si disse che la vita poteva aspettare momenti così banali.
Le telefonò e riagganciò mentre lei ancora stava starnazzando.

 

Da qualche mese non vedeva la casa al mare.
Sul filo dell’orizzonte cominciavano a dipingersi le prime vele, anticipo di qualche forestiero che alloggiava la barca al non lontano porto, che aveva devastato uno dei più bei fondali d’Italia.
Ogni volta che tornava nella villa gli sembrava di risentire le parole del padre.
…posso tornarci ogni tanto?
La sua curiosità non aveva tempo per i ricordi.
Puntò diritto al soggiorno, sapeva bene cosa cercare, anche se non aveva idea di quel che avrebbe trovato.
Le piccole vele ora si intravedevano dalle grandi vetrate del soggiorno.
Sarebbe dovuto essere un quadro da dipingere o un giorno da incorniciare, anziché un indagine verso il nulla.
Lo sguardo si posò inavvertitamente sui dvd. Non erano quelli la causa del suo viaggio, ma uno di essi, sistemato alla rovescia, attirò la sua attenzione.
Una vecchia e un giovane dall’aria interlocutoria in copertina.
Harold & Maude.
Non ricordava di averlo mai acquistato, cosa ci faceva lì? Forse era uno dei vecchi dvd del padre… Strano perché ricordava di avere portato tutto in cantina, un paio d‘anni dopo il triste viaggio.
Colto da curiosità inserì il dvd nel lettore e cominciò a scorrere le immagini di quello che suo padre aveva definito un cult.
Si sbellicò dalle risa, nella prima parte del film, assistendo alle messe in scena di suicidio del ragazzo.
A mano a mano che il film procedeva e i minuti scorrevano, un pensiero inquietante, e una verità che aveva paura di rivelarsi, tanto era evidente, lo fecero prigioniero.
Qual’era il finale del film?
Guardalo se mai ti capiterà l’occasione… Ha un finale decisamente divertente.
Dopo aver insegnato ad Harold il piacere della vita, allo scoccare del suo ottantesimo compleanno, Maude ingerisce dei barbiturici e si toglie la vita, nonostante il disperato tentativo di Harold di salvarla.
Sconvolto, il ragazzo sale con la macchina a tutta velocità su di una scogliera erbosa, e poi si getta nel vuoto con la vettura, che si frantuma giù per lo strapiombo.
Quando si pensa che stiano per partire i titoli di coda, si sente qualcuno fischiettare dalla cima della scogliera.
E’ Harold, che ha messo in scena l’ultimo suo finto suicidio.

 

Brutto bastardo…! – sibilò Tomino scattando in piedi, con la pelle d’oca ed i brividi che gli scendevano lungo la schiena.
– Razza di… – frugò i cassetti dove sapeva esserci la porta della cantina. La trovò in cinque minuti. Abbandonò il soggiorno dove nuove vele si aprivano in gruppo quasi a comporre un respiro beffardo sul mare.
Si precipitò in cantina, non aveva avuto il coraggio di buttarli via, dopo quanto era successo.
Era sicuro di averli messi in fondo alle casse.
Gli occorsero dieci minuti buoni per trovarli.
Aprì lo scatolone e cominciò ad accumulare i vecchi vinili per terra.
Sapeva bene cosa cercare. Anche se non aveva mai approfondito la sua cultura musicale, internet permetteva di colmare in fretta le lacune.
Era quasi al fondo.
Revolver, il disco che conteneva Eleonor Rigby.
Lo rimirò e poi, convinto di essere arrivato al termine di una corsa senza significato, infilò una mano nella busta.
C’era un foglio, oltre al disco. Un foglio che nessun raggio solare avrebbe mai potuto mai far ingiallire.
Tornò di sopra a leggerlo, veramente incapace di pensare ad un finale che lo faceva tremare di speranza.
Si piazzò sul terrazzo e lesse il foglio che il vento imbizzarriva.
Le mani gli tremavano.

 

Ciao Tomino,
C’è una possibilità su un milione che tu trovi questa lettera.
Con ogni probabilità finirà tra la merce di un rigattiere, o forse chi lo sa, sarà qualche collezionista a leggere di persone e cose che non capirà.
Ma se sei tu che stai leggendo, allora vuol dire che hai trovato Miss Rigby e Father McKenzie, gli amici immaginari che non ho mai avuto, e che mi sono serviti per uscire di scena.
So che mi odierai, per questo, ma non so quanto tempo potrà essere passato, quando tu leggerai, se mai leggerai.
Se uno, due dieci, venti, forse anche trent’anni, e allora l’oggetto del tuo odio non ci sarà più da un pezzo.
Avevo in mente di scomparire, di seppellire Anacleto da un bel pezzo, dalla storia del Filadelfia forse, o da quando mi ero accorto che non avevo più alcun legame con nessuno, neanche con la mia città che mi aveva tradito.
Solo una persona mi teneva legato a questa luogo: tu.
Non sapevo bene che cosa avrei fatto, quando abbiamo cominciato a frequentarci.
Avevo cominciato a parlarti di Miss Rigby e di Father McKenzie quasi per gioco, forse perché sentivo che non sarei mai riuscito a tagliare i legami col passato del tutto, meno che mai con te e volevo lasciarti una porta aperta.
Mi sarebbe piaciuto portarti a vedere l’America da uomini liberi, ma quello che avvenne quella notte sotto casa dell’avvocato mi fece riflettere sulla strada sulla quale ti stavo portando e sul mio influsso negativo.
Non sono mai stato un buon padre, e quando ho visto che ti stavo trascinando verso errori gravi, ho pensato che il sacrificio più grande fosse rinunciare a te.
E la morale triste della storia era che soltanto i soldi mi avevano permesso di rivederti. Soltanto i soldi rendevano possibile passare momenti indimenticabili con te.
Gli stessi soldi che mi hanno poi hanno permesso di morire.
Ti stavo comprando Tomino.
L’amore non si compra, si guadagna e i miei errori andavano troppo indietro per potermi permettere di guadagnare ancora.

 

Ne parlai con gli altri, quando eravamo in America.
Credevo che saremmo riusciti a scappare lontano e a dimenticare, ma i miei soldi non potevano comprare la libertà. E’ una cosa che non si paga in euro.
Quando venimmo a sapere che la polizia ci era alle calcagna, mettemmo in atto quello che avevamo preparato da tempo.
Certo, i soldi possono ancora comprare qualcosa.
La morte ad esempio.
Mi spiace aver organizzato quella scena finale, ma non volevo che tu vedessi il mio arresto.
Volevo che tu ti ricordassi di tuo padre come un uomo sbagliato ma libero.
Quei due agenti travestiti da turisti sono stati in gamba a tenerti giù e a non farti vedere la scena, ma solo sentirla…
Mi dicono che tua madre è stata ansiosa di riconoscere un mucchio di cenere.
Un paio di ingranaggi oliati e tutti giocano la loro parte.
Chissà, un giorno se ci rincontreremo, mi piacerebbe spiegarti come abbiamo fatto, e sono convinto che anche i due distinti signori con i quali ci ritroviamo la sera, vorrebbero fare lo stesso.
La triste morale di questa storia è che non siamo esseri perfetti.
Nonostante il finale di molti libri e di tanti film, nella vita il cerchio spesso non quadra.

 

Ora tu sei qui, e se hai raccolto gli indizi che un padre imperfetto ha lasciato volontariamente, forse qualcosa è scattato in te.
Non ti nascondo che in fondo al cuore spero di rivederti, un giorno uomo fatto magari.
Ma chissà quanto tempo sarà passato…
Dove sarò ora? In California, a guardare la baia di San Francisco ed il Golden Gate?
Il sei più grande al SuperEnalotto, per te, non sarà ritrovare tuo padre, ma cercare la tua libertà.
Il mio sei invece, la cosa più grande della mia vita, non è stata quella vincita.
Sei stato tu.
Perdonami se puoi… Io ti voglio bene.
Papà.

 

Il foglio volò via dalle mani tremanti di Tomino.
Si inarcò nell’aria e si stagliò contro il mare.
Quasi sembrava una nuova vela, che sorrideva libera.

 

Il motore rombò.
Poteva essere un finale, poteva essere un inizio.
Lo stavano aspettando in chiesa.
Sarebbe stato lui a farsi aspettare.
Aveva scelto una spider rossa, proprio come nel fil Il laureato.
Soltanto che nel film, è il protagonista a portare via la sposa.
In questo caso era lui a scappare via.
Debborah… si sarebbe disperata. Per almeno mezza giornata.
Come aveva detto suo padre?
La triste morale di questa storia è che non siamo esseri perfetti.
L’imperfezione che porta ad un’amara consapevolezza.
Guardò la sua città, la città di suo padre dalla stradina vicina al cimitero.
Era passato a dare un saluto alla nonna. La guardò e si riempì di un’amarezza consapevole.
Il motore rombò.
Dove sarebbe stato? L’Irlanda? La Danimarca, l’Islanda, la California o un fiordo della Norvegia?
Qualunque fosse la combinazione dei sei numeri, sapeva che sarebbe stata pagata ben più che miliardi, al botteghino della libertà.
Partì sorridendo.

Fine

 

MAURO SAGLIETTI

Leggi gli articoli precedenti nella rubrica ISTANTANEE
Contatta l’autore della rubrica
 

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy