La battaglia d’Inghilterra

di Andrea Ciprandi

La lunga ombra
del fairplay finanziario annunciato dalla UEFA ha improvvisamente
frenato le manovre di mercato di tanti Club europei che negli ultimi
anni ci avevano abituati a faraoniche transazioni e conseguenti
trionfi. Fra questi anche molti inglesi, alcuni dei quali
tradizionalmente forti e altri che solo negli ultimi dieci o vent’anni
avevano trovato nuova linfa,…

di Redazione Toro News

di Andrea Ciprandi

La lunga ombra del fairplay finanziario annunciato dalla UEFA ha improvvisamente frenato le manovre di mercato di tanti Club europei che negli ultimi anni ci avevano abituati a faraoniche transazioni e conseguenti trionfi. Fra questi anche molti inglesi, alcuni dei quali tradizionalmente forti e altri che solo negli ultimi dieci o vent’anni avevano trovato nuova linfa, rinverdendo i successi di un tempo molto lontano.
Da quando nel 1992 è nata la Premier League, che guarda caso è praticamente coincisa con il lancio della Champions League al posto della vecchia e totalmente differente Coppa dei Campioni, Club inglesi del sud come Arsenal e Chelsea hanno avuto la possibilità di tornare a competere con le squadre del centro-nord, storicamente più attrezzate e vincenti. Oltre ad aver agevolato il rifiorire improvviso e per questo un po’ anomalo di queste squadre, i soldi provenienti dai diritti televisivi e dagli sponsor della Premier hanno letteralmente squarciato l’intero panorama calcistico inglese, da un lato scavando un profondo solco fra le Società ricche e quelle fuori dal cosiddetto giro che conta e dall’altro restringendo drasticamente il gruppo delle vincenti. Così la mappa calcistica d’Oltremanica, pur mantenendo alcune peculiarità, è sostanzialmente cambiata: fino a quando i soldi non hanno fatto la differenza rispetto al valore tecnico, infatti, lo scenario inglese era stato ben diverso da quello degli ultimi lustri. E vale la pena di ripercorrerlo.  

La nascita dei Club di calcio è stata una delle conseguenze della Rivoluzione Industriale. A metà del XIX secolo i lavoratori delle fabbriche iniziarono a riunirsi nei dopolavoro. Qui sorsero associazioni sportive e la working class ebbe finalmente modo si trascorrere ore di svago che fino a quel momento erano state prerogativa esclusiva dei nobili, peraltro impegnati in ben altre discipline  praticate sui campi universitari o nei loro giardini privati. Di lì a poco il calcio si diffuse in tutto il mondo, seguendo i sudditi di Sua Maestà impiegati nelle Società Ferroviarie britanniche operanti soprattutto nel Sud America, che a loro volta crearono nell’emisfero boreale le proprie élite borghesi, dalle quali erano esclusi i locali; a questi ultimi fu concesso di integrare le squadre solo col tempo, benché il gioco già l’avessero conosciuto, osservandolo, e fossero chiaramente liberi di praticarlo fra loro.

Tornando però all’Inghilterra, non può passare inosservata la correlazione fra ubicazione della maggior parte delle prime fabbriche e successi delle squadre che rappresentavano quelle aree geografiche in tempi in cui non esistevano i trasferimenti, quindi il calcio era espressione del valore sportivo locale. Il centro-nord dell’Inghilterra dominava rispetto al sud e in particolare a Londra, e soprattutto dalle Midlands in su c’erano molte squadre che vincevano tantissimo.
Dal 1888/89 sono stati giocati 111 campionati fra vecchia First Division e Premier League, una serie lunghissima interrotta solo durante i nove anni delle due guerre mondiali. Di questi tornei, 90 sono andati a squadre del centro-nord e soltanto 21 a Club del sud, tutti di Londra con la sola eccezione del Portsmouth, vincitore due volte a cavallo fra gli anni Quaranta e Cinquanta. Dividendo questo periodo in decenni, solo in due occasioni le squadre del sud sono riuscite a lasciare il segno, negli anni Trenta con i cinque titoli dell’Arsenal e negli anni Cinquanta quando sorprendentemente vinsero una volta ciascuna le uniche quattro squadre della fetta meridionale d’Inghilterra ad essersi mai aggiudicate un campionato: ancora Arsenal e poi Chelsea, Portsmouth e Tottenham.

Col passare del tempo sono stati sempre più i soldi e non solo l’organizzazione a fare la differenza. Detto che prima della discesa in campo di grandi investitori stranieri è stata la creazione della Premier League, coi contratti televisivi che prevede, ad aprire la prima reale era dei ricchi e dei poveri, delle 18 edizioni di questo torneo finora disputate 12 sono comunque andate al centro-nord benché praticamente tutte al poderoso Manchester United eccetto un unico titolo del Blackburn, mentre 6 a rappresentanti del sud, precisamente ai ‘paperoni’ Arsenal e Chelsea. Numeri che se da un lato confermano il predominio centrosettentrionale, per quanto incarnato nel monopolio dei Red Devils, dall’altro sottolineano l’incidenza dei nuovi capitali confluiti su Londra.

Ora che i soldi iniziano a girare di meno nonostante la ricca Premier League continui a esistere, sarà interessante vedere se Club di grande tradizione cui recentemente sono mancati i mezzi economici torneranno ad affermarsi. Se invece ci sarà spazio solo per i nuovi capitali, con niente più che un passaggio di testimone fra ricchi, c’è da considerare che il rinnovato e rampante Manchester City potrebbe tornare a trionfare dopo più di quarant’anni così come il Tottenham, i cui proprietari hanno finalmente messo mano al portafogli, addirittura dopo quasi cinquanta. Niente d’impossibile, ma questa sì che sarebbe una notizia dato che negli ultimi tre decenni solo Blackburn Rovers e Leeds (vincitori di un titolo a testa in questo lasso di tempo) hanno interrotto l’egemonia delle grandi di sempre o anche solo del passato recente, con Everton, Aston Villa e Chelsea che hanno comunque vinto appena sei titoli in tre, e in particolare i londinesi prima degli ultimi successi targati Abramovich erano stati campioni soltanto nel 1954-55.

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