La macchina del tempo

di Walter Panero

 

Dicembre 1990. Una sera come tante durante le vacanze di Natale.

 

“Uno….due….tre…quattro…ci siamo tutti o deve ancora arrivare qualcuno?” dico muovendo l’indice della mano destra e puntandolo verso ognuno di noi.

“Il Dibe….manca solo il Dibe….” mi risponde uno degli altri tre.

“Ma lo sappiamo….quello…

di Redazione Toro News

di Walter Panero

 

Dicembre 1990. Una sera come tante durante le vacanze di Natale.

 

“Uno….due….tre…quattro…ci siamo tutti o deve ancora arrivare qualcuno?” dico muovendo l’indice della mano destra e puntandolo verso ognuno di noi.

“Il Dibe….manca solo il Dibe….” mi risponde uno degli altri tre.

“Ma lo sappiamo….quello è sempre in ritardo… mica possiamo stare qui fuori al freddo ad aspettare in eterno….prima ho sentito il Cinese che mi ha detto che stasera ha una cena in famiglia con altri…ehm… Cinesi, che poi sono Vietnamiti. Qualcuno ha notizie di Carlo?” chiedo rivolgendomi agli altri.

“L’ho sentito prima…mi ha detto che suo padre non sta tanto bene e che stasera preferisce rimanere a casa….sapete com’è….lui è più vecchio dei nostri….se non sbaglio ha quasi ottant’anni….” risponde  un altro.

“Ottant’anni? Però! I miei non ne hanno manco cinquanta e già mi sembrano vecchissimi….” dice un altro ancora.

“Va beh…bando alle ciance…tanto quello non arriva….che si fa? Si congela o si va dentro?” mi inserisco ancora io.

Dentro è una birreria, sempre la stessa, quella in cui veniamo da un paio d’anni, cioè da quando i nostri genitori hanno posto fine al coprifuoco e ci hanno permesso di stare fuori fino a tardi.
Si chiama Roar Roads, o qualcosa del genere. Spero si scriva così, dato che sarò bravino in Italiano, ma non sono certo un asso con l’Inglese; d’altra parte non poteva andare diversamente, visti i fenomeni di professori che ci eravamo ritrovati al liceo: parlo del vecchio urlatore e della bambolina “Dolly”.
Nei primi tre anni di superiori, col vecchio urlatore, la nostra maggiore fonte di divertimento era stata quella di farlo incavolare. Ci piaceva vederlo urlare, ecco tutto. Vederlo diventare paonazzo. Vederlo battere i pugni sulla scrivania fino a farsi male. Come quella volta che colpì il registratore dove inseriva le cassette con la lezione, e lo fece talmente forte da far saltare per aria i suoi occhiali che caddero per terra e si ruppero miseramente. Per un attimo, quella volta, un’ombra di compassione si depositò su alcuni di noi. Forse avevamo davvero esagerato. Ma durò poco: dopo cinque minuti scarsi eravamo di nuovo lì pronti a scatenare tutta la cattiveria che avevamo nel nostro corpo di adolescenti.

Dopo la terza, il vecchio urlatore, se ne andò in pensione e presto morì, quasi che le arrabbiature gli fossero necessarie per sopravvivere. Allora tutti cominciammo ad aver paura. “E’ finita la pacchia! Questa volta ci toccherà studiare l’Inglese per davvero” pensavamo.
Invece, il primo giorno della quarta, capimmo che sarebbe cambiata la forma, ma non certo la sostanza.
Dolly, così si faceva chiamare, avrà avuto più di cinquant’anni ma si vestiva come una ragazzina di quindici, cioè non come una ragazzina dei giorni nostri, ma come una degli anni Sessanta. Aveva i capelli lunghi e tinti di biondo platinato, la faccia mascherata con un trucco pesante che nelle sue intenzioni voleva farla sembrare più giovane, e indossava quasi sempre completini rosa o azzurro acqua. Avete presente una Barbie un po’ datata? Ecco. Lei era questo.
Con lei avremmo dovuto parlare di Chaucer e di Shakespeare, e invece facevamo tutto tranne che quello. Anziché di letteratura anglosassone, lei parlava quasi sempre di arredamento, di moda, di serate trascorse in locali esclusivi. Roba da femmine, insomma. Tutto ciò che non riguarda il calcio e lo sport in generale, o la musica, era ed è per noi roba da femmine. Così, la maggior parte di noi maschietti pensava ai fatti propri: qualcuno tirava fuori la “Gazzetta dello Sport” o il “Guerin Sportivo” e se lo appoggiava sulle ginocchia abbassando lo sguardo per leggerlo cercando di non farsi beccare. Io, le volte in cui non avevo niente da leggere, prendevo carta e penna e scrivevo qualcosa: ricordi legati allo sport, vecchie formazioni del Toro e di altre squadre importanti (tipo le rose delle Nazionali vincitrici dei vecchi Mondiali), albi d’oro calcistici e ciclistici, testi di canzoni musicali in Italiano o in Inglese (ecco, con le canzoni tiravo fuori tutto il poco l’Inglese che sapevo).
Matto come un cavallo, sì sì. Ma almeno il tempo passava più in fretta.
 
Dicevo della birreria Roar Roads, o comecavolo si scrive. Dicevo di noi quattro, a parte il Dibe che arriva dopo e sul quale comunque non c’è molto da dire.
Non che ci sia molto da dire neppure su di noi, però….va beh. Due parole magari sì.

Partiamo dal più giovane: credo si chiami Marco, ma per noi è semplicemente quello della Terza B, anche se ormai è in quinta. E’ l’unico tra noi che va ancora in quella scuola che abbiamo salutato per l’ultima volta due estati fa mentre il Toro si giocava a Lecce le ultime speranze di rimanere in A. Beato lui, mi verrebbe da dire. Beato lui che ora è in vacanza per davvero e può avere la testa libera e non rivolta alla sessione di esami che si avvicina sempre più, lenta ma inesorabile e minacciosa come un animale da preda. Beato lui che può godersi le noiose tiritere della Dolly. Beato lui che può osservare da vicino le gambe della prof. di filosofia, che per la verità non faceva nulla per nasconderle, e le poppe di quella di scienze di cui sono stato follemente innamorato; anzi, ad essere sincero, forse lo sono ancora, visto che ogni tanto mi capita di sognarla e di andare a trovarla a scuola. Beato lui che può scatenarsi in palestra giocando a calcetto come facevamo noi fino ad un paio d’anni fa: formavamo la squadra di quelli del Toro e sfidavamo tutti. Non eravamo gran che, ma giocavamo col cuore, un modo elegante per dire che erano botte da orbi per tutto ciò che si muoveva, pazienza se era la palla.
Ricordo ancora bene quando lo conobbi, in quello che per lui era il primo di giorno di scuola superiore: io ed altri due o tre compagni ci infilammo nella sua classe per cercare di fare i furbi dimostrando la nostra forza ai primini. Cercammo di apparire minacciosi, ma credo che la parte dei cattivi non ci riuscisse troppo bene: dopo qualche giorno diventammo amici con quello della terza B; ci si vedeva nei corridoi e si passavano interi intervalli a parlare delle nostre comuni origini cuneesi, di calcio (o sarebbe meglio dire di Toro) e di musica.

Ecco. La musica, oltre al Toro, è quella che accomuna quello della terza B ed il Dark. Un altro del gruppo di stasera. Ad entrambi piacciono i Sex Pistols, i Clash, gli Smiths, i Depeche Mode e tutta una serie di altri complessi inglesi di cui non so praticamente nulla e non ricordo manco i nomi.
Il Dark è proprio un Dark. Nel senso che, nell’estate tra la terza e la quarta, ha abbandonato i maglioncini colorati da bravo ragazzo che indossava prima, per vestirsi sempre di nero o al massimo di viola; anche gli occhiali spessi sono spariti (come farà a vederci adesso?) e i capelli, prima lisci e ben pettinati, si sono trasformati in una specie di cresta che lo rende ancora più alto del gigante che già è. Così alto da fare invidia al cameriere sardo della pizzeria in cui andiamo di solito prima di venire qui che lo chiama “Panoramma” (sì, proprio così, con due emme) perché dice che al suo paese li chiamano così quelli tanto alti da avere una vista privilegiata sul mondo. Ammesso che poi ci sia tanto da vedere, nel mondo.
Comunque a me, coi miei ricci sempre uguali, non piace questa pettinatura che si è fatto. Così come non mi piacciono tante altre cose di lui, tipo la musica che ascolta. E anche la fissa che ha per tutto ciò che viene dall’Inghilterra, come se le cose che ci sono qui in Italia siano per forza uno schifo. Per esempio, quando ci sono i Mondiali, lui mica tiene per la Nazionale italiana come fanno tutti. Lui tifa per l’Inghilterra, per Dio. Mentre io non li posso tanto vedere, quelli.
In ogni caso, sono più le cose di lui che mi piacciono. Il fatto che sia del Toro, per esempio. E che venga sempre allo stadio con me in Maratona sotto il bandierone. E che gioisca con me quando il Toro segna. E soffra con me quando il Toro perde, o quando è in vantaggio e l’arbitro non fischia mai la fine.
Mi piace anche il fatto che lui ha coraggio. Quello che a me spesso manca. A lui piace tutto dell’Inghilterra e, giustamente, non ha avuto dubbi quando si è trattato di scegliere che facoltà fare. Lingue, of course. Dice spesso che prima o poi vorrebbe trasferirsi a Londra a imparare bene l’Inglese ed a suonare il basso in qualche complesso. E io ci gioco una palla (l’altra è meglio tenersela, non si sa mai…) che prima o poi ci riuscirà.

Quindi c’è Baffo. Lui studia lettere e dice che vuol fare il giornalista. Non so se ci riuscirà: quello dev’essere un bell’ambientino, e se non hai protezioni….Inoltre, con la penna non è che a scuola fosse un fenomeno. Certo molto meno di me che, almeno per ora, ho deciso di fare dell’altro. Gli piace il Toro, la boxe e soprattutto la musica degli anni Settanta. Dice spesso che tutta la musica che è venuta dopo, ovvero negli Ottanta, è stato uno schifo. “Quando lavorerò e avrò dei soldi da spendere” mi racconta sovente “riempirò camera mia di dischi di quegli anni, mica di quelle stronzate che ti compri tu…”. Sarà: a me piace la musica degli anni ’70, ma anche quella dei ’60 e degli ’80. Cioè: a me piace la musica, punto e basta. Non credo sia giusto fossilizzarsi così. Ma è anche corretto che ognuno si tenga le proprie idee. Ci mancherebbe.
Baffo è più grande di noi di un anno. Quando capitò nella nostra classe dopo essere stato bocciato l’anno precedente, la maggior parte dei miei compagni, e anche di quelli delle altre classi che lo conoscevano, lo vedeva come uno sfigato.
Il fatto è che lui stesso faceva di tutto per apparire così. Vestendosi in modo quanto meno originale. Facendo discorsi strani. Dicendo a tutti, a destra e a manca, di non aver mai baciato una donna.
Chissà se è vera questa cosa della donna. Certo stasera qui con noi di donne non ce ne sono. E non è che tra noi ci siano dei grandi play boy. Io stesso di ragazze ne avrò baciate al massimo tre o quattro. Va beh. Ma mi hanno sempre detto che queste cose è meglio tenersele per sé e non gridarle ai quattro venti.
Invece lui ne fa quasi una bandiera da sventolare sotto il naso di tutti. Anche delle donne. Che infatti non lo cagano. Non che a noi….

Veniamo a me. Quante cose potrei dire di me. Tante da riempire pagine e pagine. Ma questa non vuole essere la storia della mia vita e quindi mi limiterò soltanto a fare un elenco delle cose che mi piacciono e di quelle che non mi piacciono.
Dunque: mi piacciono il Toro, il ciclismo, la montagna, la storia, leggere, scrivere, viaggiare, le canzoni di De André, Guccini, De Gregori e Bennato, quelle dei Beatles e di Springsteen, le persone timide e che non amano mettersi in mostra. Ah dimenticavo: mi piacciono anche le ragazze, ma il problema è che mi pare di aver capito che io non piaccio così tanto a loro. Pazienza, me ne basterebbe una e non è detto che un giorno non la trovi.
Non mi piacciono la Juve, l’automobilismo, le persone arroganti, quelle che si mettono troppo in mostra. Non mi piace neanche la facoltà che ho scelto. E ancora adesso mi chiedo cosa mi abbia spinto a farlo.
Da grande avrei voluto scrivere o, al massimo, insegnare storia. E invece mi troverò a lavorare in qualche tristissimo ufficio. Magari in qualche banca. Magari indossando una giacca e una cravatta. Che orrore! Che tristezza! Meglio non pensarci. Non adesso.

Adesso è meglio entrare nel locale, annegare i pensieri in una bella birra, parlare di musica, delle proteste studentesche, di cosa faremo a Capodanno (dobbiamo appunto decidere se raggiungere alcuni amici che sono a sciare sulle montagne francesi) e, soprattutto, delle uscite alte di Marchegiani, dei tackle di Bruno e di Tarzan Annoni, dei lanci sopraffini di Martin Vazquez, dei gol di Bresciani e, ancor di più, delle serpentine di quel fenomeno di Gigi Lentini. Lui ha la stessa età di Baffo, cioè un anno più di me, e tutti quanti ce lo ricordiamo quando il sabato andavamo a vedere la Primavera al Fila e lui faceva impazzire tutti. Ora ha ventuno anni e fa ammattire marpioni come Bergomi, Tassotti e Mannini. Ormai è più di una giovane promessa. E’ un campione! Col tempo diventerà un fenomeno e sono certo che con lui torneremo grandi.

Entriamo dai. Per farlo dobbiamo solo aprire quella porta argentata….varcare la soglia….poi sentirò il calore che mi sale sulla faccia….e come sempre resterò per un po’ di tempo accecato dal vapore che appanna gli occhiali….

“Avanti ragazzi…c’è posto….ecco un tavolo libero….”

 

Qualche tempo dopo. Tanto? Poco? Che importa?

 

“…Sì eccolo….possiamo sederci laggiù….ricordiamoci di tenere un posto per il Dibe che arriva dopo….”

“Uff….sempre in ritardo quello…però sarebbe stato bello se fossero venuti anche Carlo e il Cinese…chissà….magari la prossima volta…”

Prendiamo posto su uno dei tanti tavoli di legno. Il locale è mezzo vuoto. D’altra parte è la sera di Natale e la maggior parte delle persone preferisce rimanere a casa propria in questi giorni.
Vicino al nostro tavolo c’è un gruppetto di quattro ragazzi che gustano le loro birre. Avranno più o meno vent’anni e saranno sicuramente studenti universitari. Parlano di calcio, mi pare di squadre a strisce e di chi sia meglio tra Cristiano Ronaldo e Leo Messi. Parlano di musica, una musica che non conosco. Parlano della riforma dell’Università, di cui so troppo poco.

Ci puntano. Cosa avranno da guardare tanto? Cosa abbiamo di tanto strano? Cosa diciamo di tanto strano?
Mai sentito nessuno parlare dei lanci di Martin Vazquez e delle serpentine di Lentini? Mai sentito nessuno discutere di chi fosse più forte tra Maradona e Platini? Tra Lineker e Paolo Rossi? Mai  sentito nessuno infervorarsi per stabilire se sia meglio la musica Progressive degli anni ’70 o la New Wave dei primi anni Ottanta? Mai sentito nessuno discorrere della lotta al fenomeno degli Hooligans da parte di quella zoccola della Thatcher e di quel fesso di Major? Mai sentito nessuno azzannarsi per stabilire se le Giunte di Novelli abbiano fatto bene o male alla nostra città?

Mai visti quattro ragazzi, insomma ragazzi si fa per dire, seduti al tavolo di una birreria? Due mezzi giornalisti, due mezzi bancari, un mezzo professore, un mezzo interprete, un mezzo musicista, tanti pezzi di sogni forse troppo grandi per diventare realtà. Ma anche quattro persone per fortuna ancora intere.
Sono passati vent’anni ma, quasi per magia, ci guardiamo e ci accorgiamo di essere in fondo gli stessi di allora. Forse con qualche pelo in testa di meno, magari con più chili e meno sogni. Con le nostre storie, le nostre esperienze e i nostri casini. Con il nostro modo di vivere, di pensare sempre con la propria testa, di vedere da vicino il coro che canta, ma di cercare di starne se non proprio fuori, perlomeno ai margini.

Quello della terza B, che si chiama effettivamente Marco, degusta il suo Whisky. Lavora in banca da qualche anno e fa di necessità virtù come la maggior parte di coloro che lavorano in banca. Da quella sera di vent’anni prima non l’avevo visto più. Mi ero quasi dimenticato di lui. Poi, qualche mese fa, apro la casella postale del lavoro e vedo la mail di un collega, sì perché malgrado tutto sono finito anch’io a lavorare in banca. “Cosa vorrà mai questo? Sarà l’ennesima rottura di balle….” pensavo mentre la aprivo. Invece era lui. Diceva di aver letto un mio racconto in cui parlavo di persone che gli sembrava di conoscere. Diceva di ricordarsi di aver incontrato, ai tempi della scuola, uno che portava il mio nome. Diceva che leggendomi aveva capito che io potevo essere un suo collega. “Se sei tu….” scrisse  “…mi farebbe piacere sapere come te la passi; se invece non sei tu, scusami tanto…”.
Ma certo, caro amico. Certo che sono io!
Da allora abbiamo iniziato a scriverci spesso, raccontandoci le nostre vite. Senza però riuscire ad incontrarci.
Fino a stasera.

Il Dark, col cappellino in testa che forse vuol nascondere qualcosa che non è il caso di nascondere a questa età, vive ovviamente a Londra dove fa l’interprete anche per persone illustri. Tifa West Ham (un po’ di granata c’è sempre…), ma non ha dimenticato il nostro Toro. Naturalmente continua a suonare il basso come Sid Vicious.
Da quasi vent’anni l’avevo perso, ma mai dimenticato. Sempre presente nei miei pensieri e nei miei ricordi anche scritti.
Finché la scorsa estate ho deciso di dargli seriamente la caccia. Dopo tanti tentativi falliti, sono arrivato a lui tramite suo padre. Ci siamo scritti per un po’. Ma, vivendo in città diverse e lontane, non eravamo ancora riusciti ad incontrarci.
Fino a stasera.

Baffo, con cui ho sempre mantenuto i contatti in questi anni, fa il giornalista ed insegna. In casa ha una collezione di dischi degli anni ’70 da fare invidia ad un negozio specializzato. Roba nota, ma anche LP rari provenienti da mezzo mondo.
Fino a qualche anno fa continuava a dire di non aver mai visto una donna. Ma tra qualche giorno partirà per Mosca dove vive la sua bella e dove forse un giorno andrà ad abitare. O magari sarà  lei a trasferirsi in Italia. Chissà, forse un giorno si sposeranno e mi chiederà di fargli da testimone di nozze come ho fatto io con lui qualche anno fa.
Chissà.
Quello che è certo è che stasera anche lui è qua.

E io? Pochi ricci, un po’ di panza. Succede a quarant’anni. Per la verità iniziava a succedere quando ne avevo venti. Ma non mi posso lamentare.
Continua a piacermi il Toro. Continua a non piacermi la Juve. Continua a piacermi il ciclismo. E anche le canzoni di De André, dei Beatles e di certi cantautori francesi. Continua a piacermi anche leggere e viaggiare, e cerco di farlo quando posso. Mi piacciono sempre le persone timide che non amano troppo mettersi in mostra, per questo ho sposato Laura, che mi accompagna in questo viaggio sulla terra da oltre sette anni ormai.
Ho dimenticato qualcosa? Ah sì certo. Continua a piacermi molto scrivere. E in questi due anni e passa ve ne sarete accorti.
Dopo essermi sposato, abito in una città diversa da Torino.
Ma stasera sono anch’io qua.

Le ore passano sempre troppo veloci quando si sta bene insieme. Ti sembra di non avere abbastanza tempo per raccontarti tutte le cose che vorresti dire. Quelle cose che hai dentro da quasi vent’anni e che adesso vengono fuori sì, ma non come vorresti.
Si è fatto tardi, ormai. Quasi tutti abbiamo qualcuno a casa che ci aspetta. Non più le nostre madri che ci attendevano alzate e preoccupate fino all’alba, ma le compagne di viaggio che ci siamo scelti.
E’ tempo di salutarsi. E’ tempo di andare. Ognuno al proprio destino. Ognuno alla propria vita di tutti i giorni. Ognuno ai propri pensieri.

Mentre ci alziamo, gli studenti del tavolo vicino ci guardano con un’espressione che è un misto di stupore e di ironia. Sbaglierò, ma sul viso di un paio di loro mi pare di leggere un sorriso che ha qualcosa di beffardo.
Mollo loro un ultimo sguardo severo e penso: “Cari ragazzi, ora io saluterò i miei amici. Li avevo perduti, ma adesso che li ho ritrovati sento che nessuno ci potrà più dividere, anche se ci dovessimo incontrare mezza volta all’anno. Voglio proprio vedere se tra vent’anni, che sembrano un’eternità ma non sono niente, questo posto esisterà ancora e se anche voi vi ritroverete qui. Mi domando anche: cosa avrete voi da raccontarvi? Esiste davvero qualcosa di più interessante della musica a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta e le serpentine del nostro Gigi Lentini?”

Abbraccio i miei amici. Ci rivedremo. Non so quando e dove. Ma sono certo che, prima o poi, in qualche parte del mondo, ci rivedremo.
Mi avvio verso casa. Immerso nei miei pensieri.
Era certamente bello avere vent’anni. Ma tutto sommato non è male neanche averne quaranta se i nostri pensieri, i nostri sogni, sono ancora almeno in parte vivi, ed interi, come quando ne avevamo venti.

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