Lai-le-lai

Saltuariamente, come già capitato con i Queen, mi piace occuparmi di piccole monografie musicali, di personaggi che riscuotono grande seguito nel tifo granata.
Credo non sia male farlo oggi, in questo periodo di pre-isteria pressoché inevitabile, dopo che Babbo Natale ha portato i regali anche quest’anno.
Il 29 dicembre, anziché il 24.

di Redazione Toro News

Saltuariamente, come già capitato con i Queen, mi piace occuparmi di piccole monografie musicali, di personaggi che riscuotono grande seguito nel tifo granata.
Credo non sia male farlo oggi, in questo periodo di pre-isteria pressoché inevitabile, dopo che Babbo Natale ha portato i regali anche quest’anno.
Il 29 dicembre, anziché il 24.
Ma tu guarda.
Regali già ampiamente dissolti, differenza degli altri anni.

 

Campagna laziale, 31 luglio 2004. Ore 11
All’epoca non scrivevo racconti, ma se per caso avessi avuto intenzione di scriverne uno, il contesto sarebbe stato ottimo.
Un treno che corre lungo la campagna toscana che poi diventa quella strana, affascinante, laziale.
Da quanto tempo parlo con i nostri compagni di sedile?
– Anche voi di Torino? Anche voi verso Roma?
Certo, ma non solo a Roma. Su dodici persone presenti nei sedili adiacenti dello stesso vagone, 10 sono del Toro, abbiamo passato le ultime due ore a parlarne.
In fondo con qualcuno ci si conosce di vista e, dopo aver sfiorato probabilmente mille volte le nostre strade, ora stiamo unendo la via verso la destinazione che scopriremo presto essere la medesima.

 

Siamo in due a viaggiare. Il mio compagno di viaggio è gobbo marcio, ma sotterriamo l’ascia per quella giornata. Un evento che è ancora distante come chilometri, ma ogni secondo più vicino, sembra quasi di sentirne il suono della sua corsa verso di te.
Eravamo a Porta Nuova alle 7:30.
Siamo riusciti a perdere il treno.
Storditi come due campane, ci siamo piazzati sotto il tabellone degli arrivi, due deficienti.
Il treno che dovevamo prendere, quello con i posti prenotati, aveva come destinazione ultima Reggio Calabria. A Roma si sarebbe solo fermato, mentre noi ne cercavamo uno con la Capitale come destinazione. Quando ci siamo accorti della nostra dabbenaggine, il nostro treno stava già sferragliando verso la libertà.
Una scena troppo ridicola e umiliante da ammetterla anche a noi stessi.
Come premio abbiamo cinto una bambolina, 1000 punti al luna park bang-bang, uno strike a bowling fatto ad occhi chiusi.
La gente ancora ride e quella leggenda si tramanda nei meandri di Porta Nuova ancora oggi, a distanza di molti anni.
L’unica speranza è un Eurostar ancora fermo.
Ma sull’Eurostar è necessaria la prenotazione. Altrimenti non sali.
E la capotreno non ha nessuna intenzione di farci salire.

 

Le tentiamo tutte. Tentiamo l’arma supplichevole, tentiamo di far pena, cosa che ci riesce benissimo. Il mio amico è un bel ragazzo e ci sa fare, anche se è gobbo. Dopo venti minuti di martellamento, benché soltanto psicologico, la tipa perde le staffe e dice:
– Oh! Basta adesso! Salite su questo ca..o di treno, ma badate! Se vi sedete in posti occupati, vi dovete alzare. E di corsa, anche!
Ringraziamo e ci precipitiamo in carrozza.
Poche ore più tardi dunque, stiamo sfrecciando nella campagna laziale e discorriamo di musica, non solo di Toro, di cui in quel periodo non parla proprio più nessuno, con i nostri occasionali compagni di viaggio.
Un viaggio che ci porterà sotto il Colosseo.
Stasera si canterà e si suonerà sotto la luna.
Ma non sarà una festa popolare qualsiasi. Sarà una notte irripetibile.
E’ la notte di Simon & Garfunkel.

 

Roma, 31 luglio 2004. Ore 12
Mai stato a Roma, tutta da scoprire.
Ma fa un caldo terrificante, che sembra far scottare le strade.
Non facciamo in tempo a scendere dal treno che il telefono trilla.
Mia madre, agitatissima – Stai bene, sei al sicuro?
– No, sono morto per strada – mi viene da rispondere – Che ti prende?
La comunicazione cade. Forse troppa gente nelle vicinanze, che viene scaricata da decine di treni, probabilmente tutti con l’obbiettivo Colosseo.
Altra chiamata. Questa volta è mio padre.
– Stai bene? Ti è successo qualcosa?
Ma che cavolo. O sono impazziti tutti o me la stanno tirando.
Invece no, come scoprirò dopo pochi minuti, al Circo Massimo ha avuto luogo una sparatoria tra le forse dell’ordine ed un pericolosissimo latitante, Luciano Liboni detto Lupo, in fuga da giorni lungo lo stivale, dopo l’omicidio di un giovane agente delle forze dell’ordine.
Liboni esce ucciso dal conflitto, avvenuto sotto gli occhi di una terrorizzata turista francese, anch’essa a Roma per il concerto, presa in ostaggio dal latitante.
Molto bene. Se mi muovo, deve sempre capitare qualcosa.
Roma ora però è sgombra e ci regala questo vento caldo che ci fa sanguinare sudore.
Ancora qualche ora, poi tutto avrà un senso.

 

Roma, 31 luglio 2004. Ore 18:00
A Roma ci sono birrerie, locali aperte a queste ore?
E’ una fatica trovarne una, dopo una scarpinata epocale, che ci ha portato ovunque.
Le solite cose che vedono i turisti, armati di mappa presa a Stazione Termini.
Le classiche foto di fronte alle fontane, ogni istante più consumati dal caldo.
Paul Simon è stato visto fare shopping in Piazza di Spagna, beato lui.
Noi speriamo di vederlo tra breve, dopo esserci saziati con un’insalata, mentre i diffusori della birreria dicono, tramite i Keane che c’è così poco tempo…

 

So little time
Try to understand that I’m
Trying to make a move just to stay in the game
I try to stay awake and remember my name
But everybody’s changing
And I don’t feel the same

 

Roma, 31 luglio 2004. Ore 18:30
Quando vai a vedere un concerto, è un po’ come andare in trasferta, sapendo che assisterai ad una vittoria.
Fateci caso, a un concerto si fa il tifo tutti per la stesa cosa, è un po’ come fare parte della stessa curva. Soltanto che questa Curva è una lunga via che termina di fronte al Colosseo, dove è posizionato il palco.
Non ho mai visto così tanta gente in vita mia.
Alla fine si conteranno oltre seicentomila persone.
L’organizzazione è perfetta. Lungo tutta Via dei Fori Imperiali sono allestite vie di fuga, e viene distribuita gratuitamente dell’acqua.
Due furbastri scavalcano le transenne e corrono in avanti lungo le vie di fuga, per cercare di andare sotto al palco.
Li prendono e li accompagnano dolcemente un chilometro più indietro.
Hanno la faccia convinta di quelli che si credono speciali.
Credevano male, a quanto pare.
E poi di sicuro saranno stati gobbi, non si può scegliere tra tante squadre per gente così.

 

E’ una serata di luna piena e c’è molta emozione.
Non hanno mai suonato in Italia.
L’evento è quasi incredibile per poterci credere e fino all’ultimo restiamo in questa atmosfera di magica incredulità.
Per loro si è mossa una folla senza precedenti.
Sì, il concerto è gratuito, ma la folla va oltre i semplici curiosi.
Molte le persone che hanno superato la trentina.
Chi lo sa? Occorre forse avere vissuto abbastanza per apprezzare un sospiro, una mezza voce, una poesia malinconica.
Oppure no?

 

Torino, maggio 1988, ora imprecisata.
Devo essere sincero con me stesso, mentre i miei pensieri affondano nell’asfalto ancora bollente, sul quale mi sono seduto e mi perdo nella stanchezza pre-concerto, quando raccogli le forze per andare oltre.
Non mi erano piaciuti quando avevo comprato il loro primo disco, 16 anni prima.
Conoscevo ovviamente The sound of silence, ma persino le pietre hanno quella conoscenza musicale.
Così avevo acquistato The concert in the Central Park cercando qualcosa che si avvicinasse ai miei gusti di ventenne.
Ma quanto erano diverse quelle canzoni degli Eagles o degli America, benché le armonie avessero forse ancora più delicatezza. Erano canzoni forse più complicate e profonde, con storie che non riuscivo ancora a comprendere e che il mio Inglese di allora non era in grado di approfondire troppo.
Qualche nota dissonante o malinconica poi le rendeva estranee… chi ha tempo per comprendere la malinconia a vent’anni, quando i ricordi non si sono ancora così dilatati?
Forse ci sarebbe stato presto tempo, ma all’epoca avevo riposto presto il disco, sorvolando su perle come America, April come she will e soprattutto The boxer, per ritrovarli lungo una strada che mi avrebbe condotto molti anni dopo, di fronte al Colosseo.

 

New York, ottobre 1969, ora imprecisata.
Siamo alle ultime battute della lunga e tribolata produzione di Bridge over troubled waters, che sarà il loro capolavoro.
Il loro capolavoro finale, perché i due, che da anni passano il tempo a battibeccare, stanno per separarsi.
L’ultima diatriba si è avuta sul famoso ultimo pezzo del disco.
Garfunkel avrebbe voluto una composizione tratta da Bach, Simon avrebbe volentieri voluto schierarsi col famoso Cuba sì, Nixon no.
– Io non posso mettere il mio? Tu non metti il tuo!
E viceversa.
Garfunkel nel corso dell’anno se ne è volato in Messico per partecipare alle riprese di Catch-22, tentando così anche la strada cinematografica, mentre Simon è rimasto da solo a lavorare al disco. Il ruolo del film che era stato promesso a lui è stato infatti completamente tagliato dallo script finale.
La frattura e l’insopportazione diventeranno insanabili.
Il mondo acclamerà l’album, che griderà al mondo la fine degli anni ‘60, elevandolo al rango di capolavoro.
I due invece, dopo essersi incontrati da ragazzini, separati, essere tornati insieme, aver ottenuto un successo planetario grazie all’arrangiamento rock-folk di The sound of silence, essere passati attraverso la maturazione di Parsley, sage, rosemary and thyme, e soprattutto Bookends, che fa a pugni con Bridge per la palma del migliore LP, decideranno di seguire carriere distinte.
Con una netta sproporzione qualitativa a favore di Simon, ovviamente, alle cui canzoni mancherà comunque sempre quel briciolo che la voce e l’alchimia di Garfunkel avrebbe loro regalato.
I due si ritroveranno per il concerto del Central Park del 1981 e sull’onda di quel successo, tenteranno la strada di un nuovo disco in studio, nel 1983.
Ma litigheranno di nuovo, sai che novità, è Simon farà togliere la traccia della voce di Garfunkel dalle registrazioni.
Questo fino al grande tour del 2003-2004, concluso appunto a Roma, di fronte al Colosseo.

 

Roma, 31 luglio 2004. Ore 21:00
Le note del filmato introduttivo sono quelle di America e la sequenza di brani è quella che fa parte dell’Old friends Tour – Live on Stage.
Poi tutto diventa buio e persino il vento caldo sembra trattenere il fiato.
Le corde della chitarra acustica scorrono nel primo accordo, e loro sono davvero là.
Per noi, che abbiamo assistito a molti eventi rock, un concerto semi-acustico è qualcosa che fa mancare il fiato, quasi come al vento.

 

Si comincia con Old Friends, loro due e la chitarra di Paul Simon, attorniati da signori musicisti, come Pino Palladino, Jamie Haddad, Warren Bernhardt, Mark Stewart e altri.
I primi pezzi scorrono tra l’ammirata curiosità, con la imprevedibile A hazy shade of winter e la solida I am a rock a farla da padrone.
Fino a una delle favole più belle, che sa di America.

 

Let us be lovers, we’ll marry our fortunes together…
I’ve got some real estate here in my bag…

 

Ascoltare la musica di Simon & Garfunkel è come venire proiettati in un’esperienza dove non conta soltanto la melodia o il testo, ma anche le pause tra le parole, il tono della voce.
America è la terza canzone, un inno, un film in quattro minuti sugli anni Sessanta, sulla voglia di andare oltre, pur rimanendo legati alle proprie ingenuità.
E’ la storia di due giovani, di due innamorati che nel viaggio si accorgono forse di non esserlo più, e rovesciano in soli quattro minuti il quadro di ingenuità con tinte di sorpresa disillusione.
America lascia i brividi addosso e ci si chiede come sia stato possibile che molti anni prima non ci fosse piaciuta…
La spiegazione gira nell’aria, su di noi, portata dalle note e ci invita all’introspezione, anche nel mezzo di un concerto.

 

And so you see I have come to doubt
All that I once held as true
I stand alone without beliefs
The only truth I know is you

 

C’è tempo per scoprire la delicatissima Kathy’s song. La voce di Garfunkel non è più quella di un ventenne, ma ha ancora la forza di trasformare in immagini la musica e le note di Simon.
Come è stato possibile non fermarsi ad ascoltare queste canzoni per così tanto tempo, che ora appaiono così dirette?
La risposta fluttua ancora e si nasconde, mentre il duo rallenta per concedersi un intermezzo parlato.
Col tempo, sarà per astuta regia teatrale, sarà per ironico sarcasmo, hanno imparato a scherzarci sopra.
Prima è Garfunkel a dire che il 2005 sarebbe stato l’anno del cinquantesimo anniversario della loro amicizia, salvo poche interruzioni. Una amicizia alla quale lui tiene molto.
Il pubblico applaude, ma non c’è il tempo di sentire una nota forzata in questo, che Simon replica
– Sì, ci siamo incontrati quando avevamo tredici anni (pausa) e abbiamo incominciato a litigare quando ne avevamo quattordici… pertanto questo è il nostro quuarantasettesimo anniversario di litigi.
Il pubblico ride, almeno quelli che capiscono l’inglese. Non ci si aspettava un tono ironico da loro.
Ma gli estremi si incontrano tra Simon, che ha pronta una battuta ironica, e il pubblico, che reagisce inaspettatamente.
– Now we don’t argue anymore… (Ora non litighiamo più).
A quel punto parte l’applauso forte, entusiasta e lungo, sembra non finire mai.
Noi pubblico, noi che abbiamo costruito le nostre vite e le nostre emozioni su colonne come le loro, ci commuoviamo se intravediamo l’happy ending.
Simon attende che l’applauso termini, poi continua: – Now we say… (Ora diciamo…) That’s your opinion… and I… respect that! (Questa è la tua opinione, e io la rispetto).
Detto con tono di disgustato disprezzo.
Altre risate.
Ve l’ho detto, un contrasto di emozioni, un ossimoro poetico.

 

I due presentano gli Everly Brothers, i loro miti, ormai ultrasettantenni e assai più famosi in America che da noi, prima di continuare lo show.
E’ il turno di Scarborough fair, la filastrocca medievale. Ci sono seicentomila persone, ma niente si muove se non il vento che sembra soffiare più pacato, forse invecchiato.
Come noi.
Quanti anni sono passati da quel 1988 e da quell’acquisto?
La risposta finalmente si posa tra noi, e si finge di non vederla.
L’arrangiamento di The sound of silence, che chiude la prima parte, è da grido ripetuto.
L’arpeggio iniziale di Simon farebbe venire voglia di suonare anche a chi odia la musica.

 

“Fools”, said I, “You do not know
Silence like a cancer grows
Hear my words that I might teach you
Take my arms that I might reach out to you”
But my words, like silent raindrops fell
And echoed
In the wells of silence

 

E’ un fiorire di telefonini che più che riprendere, portano i suoni a chi è lontano, a chi non può condividere l’emozione di una canzone vecchia quarant’anni, che ancora riesce ad essere sorprendentemente nitida

 

I quindici minuti di pausa scorrono in fretta, come del resto tutto il concerto sta volando via troppo velocemente.
E’ la voce di Dustin Hoffman, dai maxischermi, a introdurre la seconda parte:
– Oh, my God, Mrs. Robinson, you’re trying to seduce me…
Così, mentre il video si ferma sul primo piano di Anne Bancroft, Simon fa partire il riff che trascinerà i presenti.
C’è tempo per i loro pezzi più noti, inevitabilmente uno dietro l’altro, da El condor pasa alla stralunata Cecilia, passando per l’amara The only living boy in New York e ovviamente per Bridge over troubled waters, dove Garfunkel cerca, riuscendoci, di superare l’età.
Ma non è ancora il momento più alto del concerto.
Arriverà, sorprendendo tutti, al momento della terz’ultima canzone.

 

C’è un branodi Simon & Garfunkel che forse più di ogni altra, si lega al nostro sentire di tifosi granata. Detto così fa ridere, ma non ho nessuna intenzione di fare il comico proprio adesso.
E’ un pezzo bellissimo, il mio preferito del duo, assieme ad April come she will (esclusa dal concerto di quella sera), che parla di difficoltà, di volontà e tentativi, di voglia di non arrendersi, nonostante tutto.

I am leaving I am leaving but the fighter still remains…

 

L’arpeggio di The boxer rapisce di poetica tristezza sin dall’inizio e le note sembrano riassumere per immagini quella che è stata una lunga giornata, dalla partenza, al torrido arrivo, la sparatoria al Circo Massimo, l’interinabile camminata, il concerto…
Il pubblico è invitato a unirsi a loro nel Lai-le-lai del ritornello.
Un ritornello senza parole, per una canzone atipica, che divide la storia dalla musica, per ricomporle nell’insieme del brano.
Quando il pezzo termina, il pubblico prima applaude entusiasta, poi tace, quindi riprende inaspettatamente a cantare Lai-le-lai, e lo farà per un paio di minuti, sotto gli occhi sorpresi dei due artisti.
Nessuno ha voglia di staccare la spina per primo, soprattutto una volta che la risposta alle nostre domande si è palesata così chiaramente, in quel doloroso ma orgoglioso ritornello, che nessuno avrebbe voluto smettere di cantare.

 

Perché per voi oggi tra gli album di Simon & Garfunkel ho scelto proprio questo, che in realtà esiste anche come DVD?
Perché è distante anni luce dalla perfezione di Bridg, per esempio.
Sono passati quarant’anni da quel disco e le loro canzoni sono più attuali che mai, ma la loro voce leggermente incrinata dagli anni, chiude il cerchio con la poesia giovanile scritta negli anni Sessanta e la rende completa, matura, amara, fresca e malinconica allo stesso tempo.
E’ in questa contraddizione apparente che si spiega la magia della musica di Simon & Garfunkel.
Una musica nuova e dolorosamente consapevole al tempo stesso,, l’incontro di speranza e disillusione, di giovane e vecchio nelle stesse note.
Ecco la spiegazione che ci siamo ritrovati addosso dopo l’ultima nota di quella notte indimenticabile.
Ecco perché queste erano ancora canzoni straniere, con venti anni di meno sulle spalle.
Erano canzoni che parlavano a una parte forse stanca e consapevole di noi.
Perché soltanto dopo un lungo percorso puoi apprezzare le cose sussurrate, meditate, una semplice nota che si definisce per ciò che le sta intorno, inzuppandosi di amarezza mista a serenità.
Le loro canzoni hanno acquisito la bontà del vino e mantengono quasi sorprendentemente la loro fragranza degli anni ’60 trapiantata in maniera più attuale che mai.
Sentire i due vecchi amici-nemici che corrono inesorabilmente come binari paralleli, rende le loro canzoni ancora più belle di quando uscirono.
E le fa sembrare, ogni giorno di più vicine alla perfezione dell’arte.

 

Roma, 1 agosto 2004. Ore 03:00
Dicono che Roma sia misteriosa di notte.
Il concerto è finito da quattro ore, lasciando dietro di sé il vuoto delle cose belle che sono passate.
Annusi l’aria per cercare ancora la coda dell’emozione, fin quando non ti accorgi che quel giorno è stato bello per se stesso, e sarà indimenticabile.
Nessuno di noi due ha voglia di entrare in un bar a sentire altra musica, non si mischiano le cose troppo in fretta.
Roma è deserta e inquietante. Il nostro treno partirà soltanto alle sette e abbiamo ancora quattro ore per fare mattina, stravolti.
Una signora sulla cinquantina è ferma vicina a una panchina. Noi non ce ne accorgiamo.
– Vuoi scopare?  – chiede al mio amico.
– No, stasera non ho voglia – risponde lui con presenza di spirito.
Io sono già piegato in due da un’altra parte.
La notte, pullula di personaggi ambigui e lascia finalmente spazio alla stazione Termini e al nostro treno.
Tutto sembra così distante, la giornata di ieri, il concerto, e quello che ieri si avvicinava rombando, ora non ha lasciato che un lontano rumore che si allontana sull’effetto Doppler.
Per intanto, mille treni ci stanno portando via, così come ieri ci hanno unito in un solo luogo.
Ho la sensazione di avere assistito a qualcosa di eccezionale e, chissà, forse un giorno avrò modo di scriverci qualcosa sopra.
Ma adesso, voglio solo essere cullato da questo treno e magari, dopo tante ore, dormire.
Chiudere gli occhi e sognare di vivere ancora giornate come questa.
Come diceva la canzone, in fondo?

I am leaving I am leaving, but the fighter still remains…

 

Mauro Saglietti

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