Poche balle

Da qualche tempo non parliamo più della situazione attuale del Toro, facciamo il punto della situazione, vi va?
Certo, ci siamo risparmiati mal di pancia o fegato a scelta, ma non si può certo fare gli struzzi in eterno.

 

Sabato mi è capitata una cosa strana, che mi ha portato a una sorta di autoanalisi.
In pratica mi sono autoeletto a tifoso medio, per studiare meglio i miei comportamenti.

di Redazione Toro News

Da qualche tempo non parliamo più della situazione attuale del Toro, facciamo il punto della situazione, vi va?
Certo, ci siamo risparmiati mal di pancia o fegato a scelta, ma non si può certo fare gli struzzi in eterno.

 

Sabato mi è capitata una cosa strana, che mi ha portato a una sorta di autoanalisi.
In pratica mi sono autoeletto a tifoso medio, per studiare meglio i miei comportamenti.
Nuovi, del tutto alieni a quello che era stato fino a pochi giorni prima.
Tenete comunque presente che, alla fine della disamina, i risultati ottenuti non sono stati certo confortanti.
Del resto si parla di Toro, mica di Real Madrid.
Oh, so bene che ci sentiamo come loro e che qualche fa quasi lo eravamo.
Ora no, nonostante gli eterni auto convincimenti.

 

Dunque, partiamo dall’inizio.
Sabato pomeriggio. Il fato mi assiste. Dovendo scegliere tra Padova e Varese, ho scelto di andare a Padova, quindi mi evito i chilometri di rabbia e umiliazione.
I più cari amici comunque sono là.
Dapprima arrivano aggiornamenti speranzosi, tanta gente granata tutta insieme.
Ci sono gli ingredienti giusti per una delusione, il Toro in questi casi non ti perdona.
Ma sto zitto, è meglio.
Poi gli aggiornamenti arrivano lampeggiando.
1-0, 2-0. Le mie esclamazioni sono oltremodo contenute rispetto a quelle scritte via sms.
Una sequenza impressionante di gente che lancia commenti sconsolanti.
Sto male io per loro.
Questa volta non c’è nessuna retorica che ti può salvare, quando di trovi di fronte a qualche centinaio di tifosotti per cui la gobba o il Milan sono sempre la seconda (o la prima squadra) che ti prendono per i fondelli facendoti il segno “tre” con la mano.
Nessun riferimento o appelli a miti del passato che non esistono più.
Niente di niente.

 

Nella serata di sabato, per la prima volta (alla buon’ora, dirà qualcuno), sono fortemente inviperito con la dirigenza.
Sì, perché mi ero ripromesso questo mercato di gennaio per porre rimedio a una situazione che, non sarebbe dovuta partire male già ad agosto.
Non puoi prendere sberle a fine estate e riprenderle a gennaio.
La situazione avrebbe dovuto, mi rendo conto con molto sforzo, essere sanata dall’inizio di gennaio, senza aspettare nuove sconfitte.
Si sapeva che la squadra era carente a centrocampo e che aveva potuto rendere al massimo soltanto con lo stato di forma dei singoli.
Da tempo si sa che bisogna intervenire a centrocampo. Dall’epoca di Noé.
Ma una volta ce n’è una e la volta dopo ce n’è un’altra.
A gennaio le squadre lucrano sul prezzo, ad agosto non c’è fretta di fare la squadra. E vai in loop.
Col risultato che all’inizio del campionato siamo arrivati impreparati, a differenza del Varese.
E a Gennaio pure.
Altra scoppola, punti persi che mancheranno a fine campionato, così come mancano quelli delle sei sconfitte rimediate ad inizio stagione, trascorse a cercare la forma e la quadra.

 

Così dunque è stato il sabato sera, con propositi di guerra e fiducia ormai a zero nella società.
Non vi nascondo che se questa rubrica avesse nel lunedì il suo giorno di pubblicazione, avreste trovato un invito a diretto, per quanto ne potesse essere il valore, al presidente.
Invitandolo, una volta per tutte alla chiarezza, senza tanti giri di parole.
Queste sono le potenzialità economiche per uscire da questo maledetto antro della serie B?
Benissimo, anzi, malissimo.
Ne prendiamo atto senza farci illusioni ulteriori.
L’impegno verso la questione stadi (sono due, non uno) è fattivo?
Sì, no? E se sì quando?
Ci sono state promesse non mantenute dalle istituzioni? Sì? No?
Cose che una parte della tifoseria chiede da tempo.
Ma ognuno ha i suoi modi per arrivarci.

 

Continuando l’introspezione sul sottoscritto, in quei momenti rifletto sul fatto che quando una persona che ha posizioni moderate sull’argomento (ma che non è mai stata troppo moderata nel corso della sua vita) si rompe le scatole, allora la misura deve essere colma per benino.
Le mie intenzioni quindi il sabato sera sono quelle di una gragnola di rabbie che devono trovare il proprio sfogo.

 

Anche la domenica passa in questo modo.
Nessun problema, nessun cambiamento di idee.
Tre griglie fanno male, e ancora di più scoccia il pensiero di essersi sbagliati su tante cose.
Ma non è questo il punto.
Nella giornata di lunedì si rifanno vivi i talebani della contestazione, in mille modi.
Quelli che quasi ci godono perché ne abbiamo presi tre.
Quelli pronti ad additare la massa, che non si è allineata con loro, come infame.
Interventi sparsi qua e là.
Quelli che ogni due parole “Ciro”, la “Cairese” (termine odioso) e gli insulti agli altri.

 

E mi prendono i nervi.
Non esiste nessuna Cairese se non nella fantasia di chi tenta di trasformare la materia a seconda della propria rabbia.
Esiste semmai una squadra che una volta era grande e oggi, dopo oltre vent’anni e più (partiamo dal 1987) è diventata una squadra misera miserella, ma che porta pur sempre il nome della mia città e che non mi sognerei mai di sbeffeggiare.
Troppo comodo cambiarle nome per auto convincersi che non sia più quella.
Il Toro non c’è più da un’infinità di tempo.
Prima c’era la Callerese, poi la Vidulichese, quindi la Cimminelese. Ma mai nessuno le ha chiamate così.
C’era solo il Toro, ora come adesso.

 

Vi siete mai chiesti come si stia a metà del guado?
In quest’ultimo anno mi sono creato una valanga di inimicizie, e certo non solo io.
Perché non mi sono schierato a favore di una contestazione che ho spesso ritenuto guerra fine a se stessa, in mancanza di alternative ben più che valide.
Ecco, chi se ne frega.
I veri amici non passano il proprio tempo ad insultare gli altri perché non la pensano come loro.
Non mi importa certo tanto delle amicizie virtuali.

 

Se lor signori non avessero aggredito, concetto che ho visto scritto più volte nei commenti agli articoli, in questi mesi, al grido di “voi siete tutti degli stronzi, qui si fa quello che diciamo noi”, le cose probabilmente non sarebbero andate a finire così.
Il rifiuto verso la contestazione non è stato dovuto, cari amici, a un innato leccaculismo, del quale avete più e più volte accusato gli altri.
A poco sono serviti i “Ciro” a poco gli insulti sparsi a fiumi e il quota e riquota del pensiero, se non ad alienarvi le simpatie di chi avrebbe potuto fare fronte comune con voi.
Se si fosse capito che dietro chi difendeva a spada tratta Cairo non si nascondeva per forza un leccaculo o un servo, ma una persona che aveva i suoi validi motivi per farlo, che non sono necessariamente l’idiozia o il servilismo, allora forse non si sarebbe creata questa divisione, che ci fa inconsciamente ritrarre su posizioni delle quali non si riesce più ad essere convinti come un tempo.
Ma, come dicevo, in questa situazione è intervenuta la coscienza critica di chi si è ricordato gli errori compiuti dalla tifoseria nel passato, di chi ha fatto collezione delle mille storie che vengono raccontate sugli scalini dello stadio e che non possono certo essere pubblicate qui.
E così, la gente, forse sbagliando, chi lo sa, non si è sentita rappresentata.
Questo è stato un punto a favore del Presidente, ai quali molti, me compreso, hanno concesso tanto, forse troppo tempo.
Troppo tardi è intervenuto, a mio giudizio, un tentativo reciproco di capirsi, dopo che troppi insulti reciproci erano passati nell’acqua sotto i ponti.

 

Ecco quindi che al giovedì, la voglia di dirne quattro al Presidente si è già smorzata, sotto i colpi di una guerra intestina aliena, fatta di giudizi sommari e spesso gratuiti.
E mi chiedo quanti tra di noi si trovino in questa condizione, a metà del guado.
La condizione di chi si è talmente stufato dell’una e dell’altra campana, che non ha la forza di identificarsi in nulla.

 

Se un giorno mai ci ritroveremo sulla stessa parte della barricata, dove avremmo sempre dovuto essere, credo dovremo partire da un punto comune, almeno riconoscere insieme quella che è stata la nostra storia.
Ma non la storia del grande Torino, con la quale ogni tanto amiamo spruzzarci di retorica, nell’assurda speranza che l’energia e l’emozione di allora si tramutino assurdamente in gol oggi.
Parlo della storia che non abbiamo ancora usurato a colpi di lacrime retoriche, la storia degli ultimi trent’anni.
Non c’è niente che mi mandi più in bestia (neanche la partita col Varese) che la frase “Ah, guarda, io non credo alla storia dei complotti ai nostri danni”, “Ma figurati, con quello che hanno da pensare quelli là, cosa vuoi che gli freghi di noi?”, “E’ il nostro vittimismo innato”, “Quelli non contano più nulla, quale complotto?”.
Non mi fa incazzare tanto il non mettere insieme, in un facile ordine cronologico, una serie di eventi ai quali dare una logica di continuità.
Mi dà fastidio che l’odio verso l’attuale presidente possa così ottenebrare le menti e farle diventare fanatiche al punto di tentare di modificare la materia per plasmarla verso il fine dell’unica colpa universale.
Odi Cairo? Mi sta bene.
Ritieni la sua gestione fallimentare? Ottimo, nessun problema.
Non ha certo messo del suo per farsi amare e i risultati parlano da soli.
Non sono certo uno di quelli che si possa sostenere a fili di canapa e non sarebbe la prima volta che sbaglio, nella mia vita.
Ma che quest’odio ti porti a far partire la storia del Toro dal 2005 non mi sta assolutamente bene.

 

Lo richiedo ancora.
Qualcuno mi spieghi il ruolo giocato dal Torino nella faccenda stadi negli anni ’90, quando ci hanno eliminato dalla scena?
Spiegatemelo, perché la nostra rovina è passata di lì.
Ma davvero qualcuno crede che un centro di potere (e sto parlando di centro di potere, quindi accentramento economico, interessi, influenze), in grado di cambiare le regole della contrattazione sociale, in grado di capovolgere regole consolidate da 50 anni, si faccia molti problemi nello spazzare via un interesse non conforme?
Ma davvero?
Gente, apriamo gli occhi e guardiamo le nostre macerie.
Non c’è nessun complotto, perché è già stato compiuto da tempo,
Vogliamo dire che con Cairo siamo al punto di partenza? Benissimo, diciamolo.
In serie B, dopo essere stati fatti sparire.
Già, ma non esiste nessun complotto, siamo stati fessi noi ad andarci.
Discorsi già fatti, triti e ritriti.
Probabilmente inutili.

 

La nostra città, per chi non se ne fosse accorto, è stata plasmata ad immagine e somiglianza del nulla nel corso di 30-40 anni.
Facendo bene attenzione al fatto che tutto quello che ricordasse anche solo lontanamente la “Vecchia Torino”, venisse dimenticato.
Dite che sono le regole della globalizzazione? Del mercato?
A me non sembra. Torino assomiglia tanto a una bellissima città senza passato, fatta di esempi architettonici tanto belli e moderni dall’essere alieni in modo agghiacciante.
Altre città hanno salvaguardato la loro storia, noi, dopo aver perso tutto, cultura del passato (di cui il Toro era una parte fondamentale), conoscenza della nostra storia, negozi, sport, squadre di basket, di pallavolo, cultura, siamo soltanto una cosiddetta “città post-industriale, dove il Toro è già sparito da tempo.

 

Per finire una riflessione amara.
In molti credono che l’ambiente Toro sia una sorta di giardino incantato, un posto meraviglioso pieno di amici, dove fare carte false per entrare.
E’ la prima volta che ne parlo, ma non sentirete molti dirlo.
Amicizie, belle parole.
Un ambiente dove se fate una confidenza anche personale, totalmente riservata, ad una persona che credete fidata, dopo una settimana scoprite, a vostre spese, che lo sanno già anche su Marte.
Questo ambiente dà alla testa, droga, ti fa credere di essere superman anche se sei soltanto una formica.
Molti di voi diranno che ovunque è così, ma preferisco parlare delle cose che in questi anni ho toccato con mano. Inoltre il mal comune mezzo gaudio non mi ha mai coinvolto, trovo che sia una inutile pressa verso il basso, un auto appiattimento a livello larva di cui molti non sentono bisogno.
E’ pieno di gente che tenta di vivere di luce riflessa, che tenta di aggrapparsi alla giostra per rendersi conto di esserci sopra.
Le amicizie vere sono rare e non basta un click sul pulsante sinistro del mouse per renderle tali.
Provate davvero a fidarvi di qualcuno e scoprire che dopo mezz’ora vi ha già tradito, blaterando ai quattro venti parole che avrebbero dovuto restare un sussurro.

 

Ho poche speranze per il Toro del futuro.
Non credo sinceramente che ce la faremo a salire in A con questa squadra, senza rinforzi decenti.
L’esperienza dei play-off dell’anno passato non è servita a nulla?
A forza di vivere in bilico sul baratro, basta un soffio d’aria per buttarti giù.
Stesso discorso per noi tifosi.
Questo astio, queste inimicizie, queste cose che non sempre dipendono da noi, lasceranno scorie per chissà quanto tempo e andranno forse oltre il Toro stesso.
Quindi poche balle, ogni tanto occorre che ci sia qualcuno che sia scevro da retorica e che dia fastidio a molti, nella sua sincerità.
Onore, gloria, dignità. Quante cazzate. Tutte buone per il passato.
Il presente dice che se non ci sono gli sghei, non si va da nessuna parte.
Nessuno di noi, purtroppo, va lontano.
Poi possiamo riempirci la bocca con tutta la retorica del mondo, ma non servirà a nulla, come sempre.

 

Un’altra settimana ad attendere.
Altri giorni passati ad aspettare.
Qualche cosa che forse non arriverà mai più.

 

Mauro Saglietti

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