Sì, viaggiare…

di Silvia Lachello

Sabato 15 gennaio 2011, Varese… il Varese ha fatto tre gol. Il Torino Footbal Club 1906 zero.

Caro Diario,

che mal di testa.
Meno male che è il compleanno di mio figlio: non ho voglia di pensare, solo di vedere sorrisi intorno a me e quel bambino sorride sempre.
È come me: sorride. Le sue pagine oscure le riserva a pochi.
Buon…

di Redazione Toro News

di Silvia Lachello

Sabato 15 gennaio 2011, Varese… il Varese ha fatto tre gol. Il Torino Footbal Club 1906 zero.

Caro Diario,

che mal di testa.
Meno male che è il compleanno di mio figlio: non ho voglia di pensare, solo di vedere sorrisi intorno a me e quel bambino sorride sempre.
È come me: sorride. Le sue pagine oscure le riserva a pochi.
Buon compleanno, dunque, e grazie di esistere.
Il Toro… te lo dico domani.

Domenica 16 gennaio 2011

Caro Diario,

vuoi sapere come mi sento?
Non sono in grado di spiegartelo: te l’ho detto già troppe volte.
Io dico tante cose, ho sempre voglia di parlare, ma oggi… oggi no.
Oggi lascio spazio a cose già dette.
Vuoi fare un viaggio nel tempo con me?
Bene: ecco, dunque, che cosa ti scrivevo dopo Genoa-Toro 3-0 del 10 gennaio 2009.

Caro Diario,
non immaginavo che non facesse alcun male, che fosse assurdamente indolore.
Credevo che il dolore sarebbe stato lacerante e mi avrebbe scossa con violenza, lasciandomi insonne ed inappetente per giorni, settimane, mesi.
Pensavo che avrei versato litri di lacrime, che avrei vissuto a lungo con gli occhi gonfi e a tirare su con il naso.
Immaginavo che mi sarei trascinata per la città smarrita andando a vedere se almeno i luoghi esistevano ancora.
Pensavo anche che avrei raccontato ai miei bambini la storia che c’era stata, che continuava ad esserci e che sempre ci sarebbe stata. E che si era interrotta una, due, tre, non so più quante volte per poi riprendere lentamente.
Questo era il mio sottofondo mentale, il pensiero intrecciato con il mio essere.
Soprattutto dopo quella che era stata la sua ultima morte, quella dell’agosto del duemilacinque.
Perché effettivamente, in quell’agosto, tutto ciò che avevo pensato, creduto, immaginato… be’, si era concretizzato.
Ma avevo trascurato un particolare: quella non era la sua ultima morte.
No.
Era la morte definitiva.
Non rendendomene conto, non volendo rendermene conto.
La via più semplice sarebbe stata quella di permettere a me stessa di elaborare il lutto.
Avrei trascorso il resto della mia vita senza il Toro.
Ed avrei avuto un nuovo punto di inizio.
Senza Toro.
Pur sempre, dolentemente, un punto di inizio.
Ed invece no.
Mi sono intestardita, per troppo Amore, in una sorta di accanimento terapeutico.
Io chiedevo a gran voce che il Toro venisse lasciato morire con DIGNITA’.
In realtà il Toro era già morto e defunto.
Ero solo incarognita.
Ma mascheravo questa verità con il non arrendersi mai.
Tutta la letteratura divorata negli anni non mi aveva insegnato nulla o forse, in una sorta di delirio d’onnipotenza, tal quale a quello del Dottor Frankenstein, volevo a tutti i costi ridare vita ad un cadavere. Si trattava solo di aspettare che dal cielo cadesse il fulmine giusto.
Avesse voluto il Cielo che quel fulmine ci incenerisse invece di donare nuovo battito ad un cuore morto!
Tutti insieme tenendoci per mano, in cerchio come di rituale, gridavamo a labbra chiuse il nostro FORZA VECCHIO CUORE GRANATA.
Forse gli avremmo dimostrato più Amore gridandogli RIPOSA IN PACE VECCHIO CUORE GRANATA.
Forse.
Comunque, abbacinati da sperati, disperati, forzati, desiderati, financo temuti, nuovi battiti, abbiamo levato le mani al Cielo in giubilo.
Avremmo dovuto seppellirlo, quel Toro, invece di celebrarlo come redivivo.
Ma si può condannare un errore fatto per Amore? No, io credo di no. Mi biasimo e al tempo stesso mi assolvo.
Non riesco, però, a cancellare l’amarezza.
Tutto il nostro Amore ci ha trasportati in una zona di tempo in cui la realtà è deformata dal sentimento.
La capacità di giudizio, annebbiata dall’Amore, si è fatta flebile, si è fatta sfuggente come nebbia.
Me ne sono resa conto all’improvviso questa sera mentre parlavo con la Stefi.
Eravamo in auto a fumare una sigaretta dopo Genoa-Toro.
Già durante la partita lei si era espressa sul forte odore di serie B.
Io negavo ed intanto cercavo speranza scambiando SMS con il caro amico Marco.
E’ stato solo dopo la cena, solo dopo migliaia di parole fatte, che è caduto il Silenzio.
Ho preso fiato mentre tutto il mondo si fermava e l’ho detto.
Ho detto: “Il Toro è morto”.
La Stefi ha annuito. La verità ci era caduta addosso all’improvviso.
Meno male che eravamo insieme, meno male che non eravamo sole. Se fossimo state sole, forse, non avremmo avuto QUELLA consapevolezza così precisa, così tagliente.
Ho paura, te lo confesso, ho paura. Ma la paura può aspettare.
Come quando ero bambina ed avevo paura del buio: chiudevo gli occhi ed il buio si popolava di mostri, aprivo gli occhi ed i mostri scomparivano. C’era solo il buio ed il buio finiva per essere confortante, così riuscivo a prendere sonno e manco mi accorgevo di aver chiuso gli occhi.
Ora, qui e ora, decido di tenere gli occhi aperti e mi concedo anche di chiuderli per riposarmi ne ne avrò voglia o bisogno.
Sono libera di scegliere e scelgo, quindi, di non avere paura.
Forza Toro, forza.

Lo scrivevo, ripeto, il 10 gennaio 2009.
Continuiamo? Continuiamo.
Eccoci al 9 gennaio 2010, dopo Cittadella-Toro 2-0

Caro Diario,
ho parlato e pensato così tanto ai fatti di questi giorni che trovo inutile scriverne.
Intanto essi sono andati a Cittadella ed ora sono di ritorno in città.
Adesso provo a spiegarti come mi sento.
E’ tutto perfettamente inciso dentro.
Tutto perfetto, liscio, lucido, definito.
Almeno c’è chiarezza dentro di me.
Non provo nulla in questo momento.
NULLA NULLA NULLA.
Provo a scomodare una parola difficile e la parola è ATARASSIA.
L’atarassia è l’assenza di qualsiasi turbamento, indica il distacco e l’imperturbabilità attorno alle passioni e alle questioni emotive.
Ora metto da parte la parola difficile (tanto l’atarassia c’è, punto e basta) e ti dico di quello che è in realtà.
Ti dicevo: essi sono andati a Cittadella ed ora sono di ritorno in città.
Intanto mi scrive Luciano, mi scrive una sola parola e la parola è INDEGNI.
Mi trova d’accordo anche se io direi SENZA DIGNITA’.
Sono due cose diverse e possono coesistere.
Luciano mi scrive quella parola così calzante e gli rispondo raccontandogli brevemente di quel NULLA SENTIRE.
E lui, che mi conosce come persona sempre animata dalla passione, mi dice lapidario: “Sono arrivati a tanto.”
Sì, sono arrivati a tanto. Io mi sento derubata, lui percepisce il ladrocinio perpetrato ai miei (suoi, nostri) danni.
Ma… (c’è sempre un MA, nel bene e nel male, nella mia vita) ma poi gli spiego quale sia la mia realtà interiore e devo metterla per iscritto ORA altrimenti mi rimane nelle dita e quelle dita potrebbero finire per stringersi in un pugno e quel pugno potrebbe finire contro un muro e il muro non si farebbe male ma io sì e quindi… e quindi gli spiego.
Gli spiego che essere del Toro in questi anni è come vivere la storia di “Ladyhawke”. Ricordi quel film? A causa di una maledizione gli amanti Isabeau ed Etienne sono condannati a non incontrarsi mai: di giorno Isabeau sarà un falco, di notte Etienne sarà un lupo. La maledizione cessa nel momento in cui si verifica un’eclissi solare, quando non è né giorno né notte.
OK, è solo un film ma:
– per far sì che le maledizioni siano efficaci bisogna credere nella loro esistenza
– qualora si creda nelle maledizioni si sappia che esiste sempre un modo per rivoltarne il significato
– le eclissi esistono e non sono così brutte come le si dipinge
– se proprio si vuole credere in qualcosa… è proprio necessario credere nell’apocalisse?
Sto divagando… comunque: spiego a Luciano che per difendere me stessa da tutto questo AMORE (booooom, rivelo con nonchalance che l’atarassia era solo una bufala… ma lui lo sapeva, ne sono sicura…) devo per forza far finta di nulla.
Se no sarebbe solo rabbia, solo violenza, solo tutto ciò che l’IDEA del Toro NON è.
E che se il Toro deve morire io voglio essere lì per raccogliere il suo ultimo respiro.
Altrimenti non potrà davvero esserci futuro.
E a chi volesse dirmi che ne ha le palle piene dell’IDEA risponderò che rispetto il suo pensiero ma che NULLA potrà smuovermi dal mio.
Si può coesistere pur partendo da presupposti interiori totalmente contrapposti.
Lo si può fare se animati da quella piccola parola di otto lettere: RISPETTO.
Lo stesso rispetto che sgorga spontaneo quando ci si trova in un luogo di lutto, nel momento del cordoglio.
Alberto mi ha detto, appunto, di averne le palle piene e che dovrei togliermi le fette di salame dagli occhi ed essere scocciata pure io.
Al di là del fatto che non comprendo quale comunicazione fisica, morale o interiore ci possa essere fra palle e occhi… Alberto: lasciami vivere secondo i miei dettami, io rispetterò sempre i tuoi. Non mi sentirò mai migliore di te e fino a prova a contraria io devo e voglio fare i conti solo con la mia coscienza. Se ti senti migliore, se senti così forte la necessità e il dovere di giudicare la mia coscienza e quella di chi la pensa diversamente da te, accomodati: la troverai eternamente lunga, eternamente. E sprecherai quel poco di intelligenza di cui sei dotato.

Certo che gennaio è un mese un po’ così, eh?
Allora senti che cosa ti dicevo qualche mese dopo, in un mese e in un giorno che dicono tutto.
Era il 4 maggio 2010, dopo… dopo niente: era il Quattromaggio.

Poi ti devo raccontare di quel vecchietto che l’altro giorno diceva: “Io non so neanche chi giochi nel Toro adesso, però quelli me li ricordo tutti…” ed io pensavo che, in alcuni casi, ricordare è più importante di sapere e che chi non ricorda, spesso, perde anche la strada per tornare a casa e che tornare a casa è tutto ciò che rimane quando… te lo racconto un’altra volta: per oggi è tutto.
Anzi no, devo dirti ancora una cosa: se prendo un apostrofo e lo mischio con il Toro ottengo
t’oro e cioè ti prego e quando ero piccola io il Quattromaggio recitavo la mia litania: “T(‘)oro, non morire, non morire, non morire anche questa volta…” ed ora che sono grande penso che nulla accada per caso e quindi sono pronta ad andare avanti. Con tanta curiosità. Con la solita forza. Con il costante dolore. Con me. Che sono un bell’ambreuj. Un bell’ambreuj Granata. Un giorno ti spiegherò di come sarebbe noiosa la mia vita se io non fossi come sono ma non adesso, non adesso…

Fine del viaggio: ondeggio come ostaggio di un saccheggio perpetrato da un punteggio, vorrei andare a passeggio, ma con le parole armeggio, per non udire del mio cuore il selvaggio linguaggio.
Sono in balia di un sentimento che… perdonami: te lo dico domani o forse dopodomani o forse…

Martedì 18 gennaio 2010

Caro Diario,

in definitiva tutto deve ancora accadere, anche se tutto è già accaduto.
So già che a breve partirà in automatico la procedura interiore di recupero della speranza, anche se io so, sento, percepisco, respiro la certezza che di speranza non ce n’è più.
Pronta a perdere la voce e a spandere lacrime e ad alzare le braccia al cielo per eventuali successi futuri.
Ma saranno momenti, solo momenti, fuori dalla Storia, Storia che è finita finita finita.
Forza Toro, comunque… non posso fare a meno di essere diversa da ciò che sono e allora… e allora forza Toro, con tutto il dolore (continua, dannato, a fare rima con amore…) che pronunciare queste due parole comporta.

 

 

N. B. Il titolo ovviamente è ispirato a “Viaggiare”: http://www.youtube.com/watch?v=ik5VsUgfWyE. Buon ascolto.

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