Starry starry night

– Ha visto, signor Vincent? Riesce a sentire gli avvisatori acustici? Vede quante luci laggiù in fondo? Dovrebbe essere contento…
– Lascialo stare, Connie… questo è più rimbambito della lattuga –
Conosco questa voce. Mi mette i brividi e mi perseguita da sempre.
Connie, l’infermiera, stava spingendomi lentamente verso la porta finestra.
Non è una donna cattiva, è soltanto…

di Redazione Toro News

– Ha visto, signor Vincent? Riesce a sentire gli avvisatori acustici? Vede quante luci laggiù in fondo? Dovrebbe essere contento…
– Lascialo stare, Connie… questo è più rimbambito della lattuga –
Conosco questa voce. Mi mette i brividi e mi perseguita da sempre.
Connie, l’infermiera, stava spingendomi lentamente verso la porta finestra.
Non è una donna cattiva, è soltanto una ragazza terribilmente scema. Ha un buon sapore di lavanda sulle mani e sui vestiti e mi piace indugiare su questo profumo, quando mi spinge in camera.
Poi però è arrivato Luca, l‘infermiere.
E’ entrato in maniera silenziosa.
E’ un uomo freddo come la morte, che nasconde i suoi passi.
So che l’ha abbracciata da dietro. Comincia sempre così, è già successo altre volte.
Ora lei cercherà di resistere per qualche istante.
Ma Lui le piace. Ha potere su di lei.
– Lo facciamo di nuovo davanti al vecchio…
– No, non quì… ti prego… non davanti a lui.
– Quello è rimbambito totale. E se vede fa un po’ di ripasso… magari gli viene la bava alla bocca…
Lei dice “No”, poi inizia a ridacchiare.
Ora lui la spoglierà e si getteranno sul letto. Sul mio letto.
Potrei anche vederli riflessi, in questa porta finestra.
Cercherò di concentrarmi su quei fari, sul suono che arriva della gente mestamente in festa.
So però che per almeno che per l’interminabile durata di un minuto e mezzo, i rumori del loro amplesso, mi terranno compagnia.
Sul mio letto.

L’inferiere non c’è più, e non mi ricordo già più bene chi sia.
Connie mi sta spingendo verso il letto, che ha ricomposto alla meglio.
Ha la camicetta ancora leggermente sbottonata sul petto e una delle calze di nylon si sta afflosciando sulla gamba.
Ora il suo odore di lavanda è stato contaminato da qualcosa di più… grasso, un odore che sa di bruciato.
Non ricordo più per quale motivo provo disgusto per lei.
Forse per qualcosa che è successo nel mio letto?

 

Ho 91 anni, da 8 sono ricoverato in questa clinica, che è soltanto l‘ultima di un lento girovagare.
Sto perdendo quasi totalmente la memoria. Non ricordo più i pensieri che risalgono a tre minuti prima. Ed ultimamente sto cominciando a perdere anche i miei ricordi più cari, quelli lontani.
Lina dice che è giusto così, che è il senso della vita.
Ma lei è troppo materna con me e questa è una cosa che non sono ancora riuscito a scordare.
Devo guardare il calendario appeso al muro per sapere che ormai abbiamo superato la metà del XXI secolo. Lo sto facendo anche ora, perché dicendolo, me ne sono già dimenticato.
Ogni volta guardo il mondo con lo stupore di un bambino.
Non capita a tutti.

 

Non ho mai perso l’abitudine di scherzare.
Uno scherzo è la voglia di ritornare bimbo, che non ti lascia facilmente.
Non è un insegnamento, un regalo che puoi fare ad altri.
La mia però è una difesa.
Da tempo l’organizzazione che si definisce “Ricerca” e che governa questa triste ormai Nazione, ha messo a punto scanner cerebrali per controllare i pensieri delle persone non allineate verso gli ideali del grigio Assoluto.
Ma se ti fingi pazzo, allora i segnali cerebrali arrivano distorti, e confondono le persone preposte ai controlli.
No, non ho bisogno della sedia a rotelle
Cammino perfettamente e parlo ancora bene.
Mio nipote Fabietto lo sa. E’ il nostro segreto.
I giovani sono ormai tutti conformisti, ma lui è differente.
Non veste di grigio come tutta questa gioventù senza colori di mezzo millennio.
La vedo, gliela leggo nella mente. Nascosta in un angolo possiede ancora la fantasia.
Mi piacerebbe dipingerla.
Parlo poco on Fabietto. E‘ uno dei pochi che capisce.
Oltre che con Lina, naturalmente.
Lei sa tutto, a lei dico tutto.

 

Fingo di essere in stato catatonico, fingo di non sapere parlare.
Lo faccio per difendermi.
Ma non ricordo perché.
Forse lo capisco quando sento quella voce…
La voce grassa che sa di terra.
Ma non ricordo già più di chi sia.

 

E così il Torino ha vinto il campionato?
Sono fari quelle luci che intravedo sullo sfondo?
Sono avvisatori acustici questi suoni tutti uguali che formano un ronzio sordo e costante?
Non ho bisogno di aiuti per ricordare cosa sia il Toro.
Quanti anni sono passati da quella volta in cui abbiamo vinto, quando ero bambino?
Già, ma in che anno siamo adesso? Sì, c’è un calendario sul muro…
Ah, sì, siamo alla metà del XXI secolo.
Sono passati… 80 anni? Di più? E questo è il terzo di fila? Il quarto campionato di fila?
Forse questa terra promessa è arrivata troppo tardi per me.
E forse non è neanche tanto Terra Promessa come speravo.
Oh mio Dio, forse non so neanche più cosa sia un campionato.
Se non fosse per Lina e la sua compagnia, forse avrei già completato il mio ultimo quadro.
Quello che attende.

 

– Allora, vecchio. Non ti viene voglia di alzarti dalla sedia e correre in mezzo ai tuoi amici tifosi, quelli che non vestono di grigio?
La sua voce improvvisa mi sussurra all’orecchio.
Anche stavolta è entrato senza che io lo sentissi.
La sua voce sa di terra, di marcio e bruciato.
Sobbalzo, ma non voglio che sappia che ne ho paura.
Chi sei, maledetto? Per quale motivo ti odio così tanto?
Lina dice che dovrei lasciarti stare, che sei un tipo pericoloso.
Lei ha spesso ragione e dopo tutto il tempo nel quale ho desiderato stare con lei, considero ogni sua parola un quadro di saggezza…
Già, i quadri…
Non riesco a pensare.
L’infermiere mi solleva per le braccia per mettermi a letto, nel punto dove mi fa più male.
Non deve avere più di trent’anni, ma sono convinto che ne abbia molti di più.
Forse centinaia.
E’ grosso, è scuro, carnagione olivastra, ha gli occhi neri senza iride.
Ed è malvagio.
Mi piega un braccio al contrario, mettendomelo sotto al corpo, dopo avermi steso a letto.
Spera che trascorra una notte di dolore, lo so.
Armeggia con una siringa, lo sento dal rumore.
– Non temere vecchio, non ho intenzione di ucciderti… ancora. Questa è soltanto la tua insulina…
Sento un dolore lontano nel braccio, per praticarmi l’iniezione mi sta torcendo su me stesso, con l’altro braccio ripiegato.
Mi sforzo di tenere gli occhi sbarrati, di non guardarlo. Non voglio che si accorga che la mia coscienza è ben vigile, lui mi crede soltanto un automa.
Non sa che mi posso muovere e appena sarà fuori da questa stanza, mi libererò da questa posa innaturale.
– Ti piace giocare con le siringhe, vero? – il suo tono di voce è sarcastico, la sua sembra una lingua ostile ed aliena tradotta in un linguaggio goffamente comprensibile – Te ne lascio una qui. Magari ne dipingi qualcuna…
Ride cinico. Sono girato contro la parete, ma sento che si sta spostando verso i miei quadri.
– Sei la mia gallina dalle uova d’oro, sai? Penso che ti lascerò vivere ancora un po’. Non credevo che proprio tu potessi rendermi una fortuna… le tue tele, quelle dell’artista pazzo, valgono ogni giorno di più, sai? Ti spiace se ne prendo una? Ecco, questa qui col sole va benissimo…
Sento una fitta di dolore in fondo all’anima.
Non ricordo di averne dipinto uno simile.
E non ricordo neanche di essere capace a dipingere in questo momento.
Ma so che quella tela deve essere una delle mie preferite. Alle volte i ricordi sono soltanto riflessi.
Se ne va dalla stanza e mi sussurra parole di veleno freddo all’orecchio.
– Sogna tranquillo, vecchio.
Attendo che esca, rimango per qualche minuto immobile nel buio ed in quei momenti mi auguro che Lina, al piano di sotto stia bene e non debba mai avere a che fare con lui.
Ho molta paura per lei.
Sento spesso la sua voce che mi rimbomba dentro e dice, quasi gridando – Non devo prendere il Promexan.
Poi esco fuori da quella morsa.
Le ossa mi fanno male ad ogni movimento, ma un qualcosa che non ricordo, mi spinge a cercare in un angolo.
Dietro le tele, oltre la paratia.
Ora ricordo, ci sono altre tele, nascoste.
Lui non deve sapere che sono lì.
E ora come ora, nemmeno io ricordo più perché siano importanti.
Sono stanco, ho voglia di dormire.

 

Sogno spesso durante la notte, faccio i sogni di un fanciullo.
La mia mente non ricorda neppure in questi momenti e spesso viaggio su prati colorati senza sapere che cosa siano, regredendo di volta in volta all’emozione di un bambino.
Tulipani rossi su prati verdastri spazzati dal vento, ombre sulla collina.
Contadini con volti segnati dal tempo, colori che cambiano tonalità…
Riesco ancora a vedere i colori e ad entusiasmarmi per la loro energia.
Da lontano, in questo paesaggio di emozioni, che sorvolo come se finalmente fossi riuscito a volare, mi arrivano le note di una canzone del passato.

 

Shadows on the hills
sketch the trees and the daffodils
catch the breeze and the winter chills
in colors on the snowy linen land.

 

A un tratto però l’incantesimo si spezza.
Un’ombra attraversa il cielo ed oscura il sole, mutando la saturazione dei colori e virandoli verso il grigiastro.
Ed è così che mi rendo conto di non saper volare, di non averlo mai saputo fare.
Mi ritrovo a precipitare al suolo, disperatamente.
E’ solo un attimo, poi il sole riprende a splendere.
Ma so che lui è lì, col suo respiro grasso e gli occhi senza iride.
Anche lui può vedere i colori. So che li odia.

 

Dipinsi il primo quadro nel 1973 quando avevo appena 5 anni.
Ho completato centinaia di tele nella mia vita, ma quello è l’unico che io non sia mai riuscito a terminare.
Lo intitolai “l’uomo che voleva volare”
Era un paesaggio notturno, illuminato da stelle gialle.
Un uomo, sulla sporgenza di una collina, tendeva le mani al cielo, nell’attimo che sembrava precedere un balzo.
Poco più sotto, la figura scura di un ragazzino lo guardava incuriosito.
In lontananza il profilo di un paese ed il turbinare del vento reso con l’incresparsi dei colori.
Furono in molti a chiamarmi prodigio, tanto che la mia famiglia mi fece seguire studi artistici.
Con esiti scarsi, se vogliamo.

 

Mi sveglio nella confusione, come sempre.
Chi sono? Cosa faccio in quello spazio? Come ci sono finito? Quanti anni ho?
Troppi, a giudicare dalle mie mani grinzose.
Vedo il calendario di fianco al letto e calcolo quanti anni sono passati da quando sono stato giovane.
Ho una sola certezza. Lina è giù, al piano di sotto.
Non so neanche chi sia, o forse sì, ma il suo pensiero è confortante.
Connie entra e mi porge la colazione sul letto. Mi faccio imboccare con sguardo catatonico.
Lei brontola dicendo che se uso le mani per dipingere, posso anche usarle per mangiare.
Dipingere? Dunque io sono un pittore? Non lo ricordavo…
Soltanto in seguito mi alzo, lentamente e dolorosamente e mi avvio verso la porta finestra.
E le tele.

 

Sebbene abbia prodotto tanti lavori, non ho mai raggiunto fama e notorietà, se non forse negli ultimi anni, molto tempo dopo essere stato rinchiuso qui dentro, se il ricordo che affiora non mi tradisce
Non ho mai smesso di dipingere.
Lina dice che le mie tele posseggono qualcosa di particolare. Per lei sono degli universi che trattengono l’energia, per poi liberarla sotto forma di emozione cerebrale.
Mi affascina tutto questo, lei è sempre così generosa con me.
Io non so più chi sono, conosco il mio nome perché è quello con cui vengo chiamato dalle infermiere. Ma oltre il ricordo del mio primo quadro, non ho altro.
Ogni mattina mi sveglio senza sapere chi sono e solo riguardando le mie tele, riesco ogni giorno a ricordare la storia della mia vita.
Alle volte dipingo ancora.
Quando le mie tele mi portano dentro di loro, nel passato, spesso la confusione si squarcia e riesco a ricordare cose dimenticate, che devo mettere su tela perché diventino anche esse ricordo.
Perché resto ancora in vita?
Perché devo imparare a volare.

 

Mi sento rilassato, Lui non sarà qui fino al pomeriggio.
Mi ricordo a malapena di lui, ma ne sono terrorizzato.
Un riflesso mi fa capire che c’è una paratia con altre tele nascoste.
Ne tiro fuori qualcuna e le adagio contro il muro e le porta finestra.
I colori sono brillanti e familiari, guai se qualcuno dovesse scoprire che non sono dipinti in grigio, come prescrivono le nuove Direttive.
Guai se Lui dovesse sapere che esistono anche questi.

 

Una delle tele attira la mia attenzione.
Ci sono due mani in primo piano, su una stradina che percorre un paese abbandonato.
Mi avvicino, l’immagine tremola.
Sento il caldo di quella giornata.
Dove eravamo andati? L’energia fluisce tra i colori e lentamente mi fa tornare a quel giorno lontano.
Una stradina che scende tra erbacce e due file di case abbandonate, verso l’oscurità.
Quasi l’immagine prende forma di fronte a questi stanchi occhi.
E’ una cornice in movimento, che mi invita ad entrare, dove tutto è definito.
Allungo una mano e sento il tepore dell’aria di quel maggio.
Il suono dei grilli poco distante.

Una canzone, forse lontana, forse immaginata, eterea quello che basta per lasciarci ascoltare i nostri respiri.

 

Starry starry night
paint your palette blue and grey
look out on a summer’s day
with eyes that know the
darkness in my soul…

 

Il vociare dei compagni di classe.
Ci stanno chiamando, l’insegnante ci aveva detto di non allontanarci.
Ma io ho le tue labbra addosso.
Sei appoggiata con la schiena contro il muro di una casa, con gli occhi neri delle sue finestre ai nostri lati.
Ho le tue labbra addosso, sento il profilo del tuo seno contro di me, mentre ci baciamo senza volerci più staccare, le mani intrecciate mentre si stringono contro il muro.
Le voci continuano a chiamare, mentre ti abbandoni contro il muro e ti sollevo la maglietta.
Un fruscio alla nostra sinistra.
Potrebbero essere mille cose in quel caldo ventilato.
Un movimento.
E’ un compagno di classe, quello scuro.
Quello che ti vuole.
Ci ha spiato tutto il tempo.
E’ rabbioso, i denti superiori che martoriano il labbro inferiore.
Fa paura
Ha il volto dell’infermiere.
Ti spaventi e ti scosti dal muro, abbassandoti la maglietta.
Ma in un attimo lui è già sparito.

 

Torno in me, sto tremando per l’agitazione.
Ripongo velocemente le tele dietro la paratia e mi metto a sedere sulla carrozzina, tra breve mi porteranno fuori in giardino.
In lontananza sento i suoni dei grilli della stradina erbosa che si spengono ed il tepore ed il profumo della sua pelle ancora qui su queste labbra grinzose.
Quanti anni fa era successo? Quanti anni potevamo avere? Diciassette, non di più, dovevano essere gli anni ’80 del secolo scorso. Sì, eravamo andati in gita al Borgo abbandonato, ora ricordo qualcosa in più. Le professoresse ci avevano detto di non allontanarci, ma io e Lina non potevamo stare accanto senza provare attrazione, la ricordo mentre eravamo mano nella mano su quei buffi, vecchi pullman.
Più tardi parlerò con Lina di quel Borgo.
E lei forse mi carezzerà la testa con le sue mani deboli ma ancora forti e mi dirà – Me l’hai già detto ieri, amore… Me lo racconti tutti i giorni…
Un miracolo l’ha portata qui da me, ogni giorno che passo con lei è una sorpresa.
E’ bello scoprire di amare qualcuno tutti i giorni come se fosse la prima volta.

 

Starry starry night
flaming flo’rs that brightly blaze
swirling clouds in violet haze reflect in
Vincent’s eyes of China blue.

 

Scorro le tele, sono tante… chissà se tutti i giorni le riguardo dalla prima all’ultima, o se ne tralascio qualcuna?
Le ultime, laggiù distante sembrano non essere state toccate da parecchio.
Questa mi attira per le foglie degli alberi che sembrano muoversi al suo interno.
Sembrano o si muovono realmente?
Uno sbuffo di brezza scuote quel che resta dei miei pochi capelli bianchi.
E’ un viale di Torino in piena primavera.
Alcune vecchie macchine abbozzate sono di fronte a un caffè.
La brezza aumenta. Sporgo le mani verso i colori.

 

Sono un bambino, questo ricordo è molto precedente rispetto a quello del Borgo abbandonato.
Sto camminando con il nonno e stiamo attraversando la strada verso quel caffè, ritornando da scuola.
La natura lotta contro l’inquinamento della città industriale, ma al verde si associa un altro colore, che quasi lo sovrasta. E’ il colore della mia bandiera, che stringo tra le mani.
Questo giorno è il giorno dopo.

 

Il nonno saluta la gente nel caffè. Vorrebbe entrare ma mi deve portare a casa a mangiare.
Alcune voci in piemontese lo salutano cordialmente.
– ‘T vade su staseira? – gli chiede quello che ha tutta l’aria di essere un amicone, indicando un colle lontano.
– Sun vej, Vigju. Ai la fasu pi nen…
Ridono tutti.
– Ai sun i gob ca parlu nen, ncoi…
Altra risata.
Il profumo del caffè tostato si confonde con quello della città.
Autobus passano sbuffando gas e polvere.
La Torino quando si chiamava Torino reclama orgogliosa la sua vittoria con un gran sorriso.
Eravamo a casa. Quella era la nostra casa.

 

Le lacrime scendono dalle mie guance quando mi ritrovo fuori dal quadro.
Di fronte a me ho di nuovo il caffè con le macchine di una vita fa.
Alzo gli occhi verso la collina grigia, di oltre ottanta anni dopo.
Faranno qualcosa anche stasera?
Forse no, le adunanze troppo numerose sono state vietate da tempo perché le onde cerebrali si sovrappongono e gli scanner non possono fare il proprio dovere.
E’ una misura contro il terrorismo, dicono.
Certo.
Guardo ancora il quadro.
Se ho vissuto queste cose, la mia deve essere stata una vita bellissima.

 

Mio nipote Fabietto, il nipote di mia sorella, è l’unico che viene a trovarmi.
Ha poco meno di diciassette anni, un giorno suo padre l‘ha portato qui, quando ancora mi faceva visita, e da allora spesso è tornato da solo.
Non parliamo quasi mai, quando lui arriva.
Ho come l’impressione che quel ragazzino riesca ad eludere i controlli degli scanner, che abbia capito come confondere la Ricerca.
Gli ho raccontato la mia vita tramite le mie tele. Lui sa tutto, sai chi è Lina.
Anni fa dovevo aver dipinto una piccola tela con me e lui insieme. Quando arriva e ogni volta non ricordo chi sia, mi mostra il quadretto ed il nostro ricordo comune può cominciare.
Viene una volta ogni due settimane. Lui sa che non sono pazzo.

 

Ho visto la fiaccolata lassù verso la collina.
Alla fine ce l’hanno fatta.
Ma senza portare vessilli che non fossero quelli della Ricerca.
Ho aspettato tutta la vita di vivere questi momenti e ora che me li vedo passare di fronte agli occhi stanchi, provo soltanto indifferenza.
Questo Toro è diventato troppo diverso da quello che amavo.

 

Un bisbiglio cattivo e sarcastico mi ha portato via dall’infermiera, mentre ero rivolto verso la porta a vetri. Questa volta almeno si sono chiusi in bagno per farlo.
Poi lui mi ha fatto la solita iniezione di insulina.
Prima o poi mi ucciderà.
Da quanto tempo conosco questo principe del Male che ha l’aspetto eternamente giovane.
Forse la nostra lotta è nata ancora prima che io nascessi.

 

Mi è capitato di sognare una delle mie tele di notte.
E’ quella con i colori più cupi in primo piano, mentre oltre la porta si intravede il mondo che sfiorisce.
Sono entrato malvolentieri in questo ricordo.
Sono stato portato per la prima volta in un istituto quasi trenta anni fa.
Hanno continuato a chiamarli Manicomi, anche nel corso del XXI secolo.
Fu qualcuno della mia famiglia a tradirmi.
Forse mia sorella stessa.
Non facevo mistero di come mi opponessi alla Ricerca e tutti i tentativi con i loro scanner erano falliti miseramente.
Mia sorella invece era un’Affiliata sostenitrice.
Mi denunciò e riuscì a farmi portare via, sostenendo che io fossi pazzo.
Fui preso alla sprovvista quando trovai gli uomini della Ricerca ad attendermi sotto casa, col loro furgone grigio.
Dipingevo con colori accesi.
Era segnale di infermità mentale ed infezione per loro.
Mia sorella consegnò una tela, e loro vennero a prendermi.
Qui la pittura a colori è tollerata. Del resto siamo in una clinica sorvegliata.
Non sono più stato libero da allora.
In tutti i luoghi nei quali sono stato rinchiuso, però, ho sempre trovato Lui ad aspettarmi.
Lui perennemente giovane, Lui sempre pronto ad umiliarmi per portare a termine il suo compito.
Il suo compito? Qual è il suo compito?
E’ quello che non so e alle volte temo che l’abbia già portato a termine.
Il ricordo si esaurisce. E rimane soltanto la musica ad accompagnarmi, che mi conduce verso il sonno.

 

And now I understand what you tried to say to me
how you suffered for your sanity
how you tried to set them free.
They would not listen
they did not know how

 

Questa tela mi incuriosisce.
Ho già guardato la tela del Borgo Vecchio e quella del Caffè.
Questa è una macchina spider che viaggia verso il sole al tramonto.
Ci sono quattro ragazzi di spalle e la macchina sembra scorrere veramente.
Forse ci sono anche io dentro.
Sento i miei capelli che si muovono al vento, ma… ho molti più capelli di adesso.
La macchina va, con me dentro.

 

La Spagna non è lontana, ci saremo prima di notte, su questa vettura che abbiamo affittato.
Devo avere venticinque anni, ma qualcosa al mio interno non funziona.
Benché si stia andando verso la Spagna, non sono felice.
Pierre è al volante. Ride sguaiato mentre ci lasciamo il mare francese alla sinistra.
– Dai, che tra due giorni non saprai più neanche che quella lì esista..
Tutti ridono, Rocco, accanto a me, mi dà una manata sulla spalla, Nicola annuisce e accende l’autoradio.
Stiamo andando verso la Spagna, verso la libertà di un’estate, verso avventure che racconteremo per decenni.
Ma Lina mi manca da morire.
Se ne è andata da qualche mese ormai e per me è impossibile riformulare ogni genere di progetto, se l’avevo fatto con lei.
Se ne è andata con Lui.
Il compagno di classe scuro che ci spiava, l’infermiere giovane di oggi. Una delle sue tante sembianze nella lotta contro di me.
E contro di noi.
Mi manca Lina, non riesco a pensare ad altro.
Il mondo esplode dentro, mentre una canzone saltella nell’autoradio.

 

Don’t worry darling, this will all be over soon.
Just remember you will alias be my girl
These are the times we’re born into
And this is why we’re here.
To live in this brave new world.

 

Esco tremante dal quadro con i miei amici.
I miei amici di una vita.
Altre tele, su di loro.

 

Pierre.
Fu il primo ad andarsene, portato via da un male che non gli lasciò neanche la voglia di lottare.
Rocco.
Vivemmo tutta la vita insieme, ed anche lui fu catturato.
Vivemmo i suoi ultimi anni insieme, in una struttura della Ricerca.
Il giorno prima di andarsene mi parlò della sua famiglia, che gli aveva voltato le spalle.
Gli disse che gli sarebbe piaciuto rivederla.
Non ne ebbe il tempo.
Nicola.
Entrò a far parte della Ricerca agli albori del movimento.
Cercò di darci la caccia a lungo ed ebbe una relazione con mia sorella.
Il cerchio quadra.

 

Poco distante altre tele, nelle quali entro freneticamente per sapere oggi, io che ormai sono senza domani, quale sia stato il mio ieri.
Ogni tanto afferro una nuova tela e aggiungo qualche dettaglio che riaffiora.
Tele sulla mia vita, sui miei viaggi.
Non mi sono mai sposato e non ho avuto figli.
Il ricordo di Lina mi ha spesso tormentato e fatto vivere lunghi anni nel rimpianto.
Spesso ho vissuto da fuggitivo cercando di vendere un’arte che non ha mai avuto troppi estimatori.
Talvolta i critici si soffermavano più sulle dimensioni della tela che sul concetto espresso dalle immagini.
Ho viaggiato ed ho amato molto.
Ovunque andassi i miei occhi però si imbattevano nei suoi, quelli senza iride, quelli composti da una enorme pupilla nera che osservava, nascosto sotto le più svariate sembianze.
Osservava, aspettava con pazienza per capire se avrebbe dovuto portare a termine il suo compito.
Che cosa voleva Lui?

 

Le tele sono tante, troppe.
Non faccio in tempo a vederle tutte, ma una attira la mia attenzione.
E’ il viale di ingresso dell’Istituto.
Con un veicolo bianco che procede lentamente verso il portone di ingresso.

 

Il marmo della balconata è gelido mentre lo afferro per guardare giù.
Sono dentro al quadro, è una immagine di tre anni fa.
Ti ho cercata in tutti i luoghi del mondo e in tutti i miei pensieri.
Ti ho vista sbucare un giorno, tremante su di un bastone, caricata su di una sedia a rotelle e portata nel posto che era diventata la mia casa.
Il destino gioca, scherza.
Fosse stato anche solo un minuto, per me sarebbe stato l’universo.
Ti ho ritrovata, ci siamo raccontata la nostra vita, Lui aveva avuto qualcosa di magneticamente personale contro di me e ti aveva lasciata una volta sicuro che tu ti fossi dimenticata del sottoscritto.
Ritrovarti dopo tutti questi anni.
Ogni giorno rivivo quello che è stato attraverso le mie tele, come se fosse la prima volta.
Il mio destino è quello di perderti e ritrovarti.
Quel giorno, quando sei scesa da quell’ambulanza, il cuore era colmo di gioia.
Nello stesso tempo però ho avvertito la presenza di un’ombra.
Ho sollevato lo sguardo.
Lui era lì, che sbirciava e guardava con calma da una finestra.
Mi ha guardato e mi ha sorriso malvagio.
E’ stata la prima volta che l’ho visto qui.

 

Esco tremante dal quadro.
C’è un’altra tela, ma non ho il tempo di guardarla.
Lui sarà qui a minuti.

 

Faccio sogni tormentati.
Volo ancora, ma su un paesaggio in bianco e nero nel quale la luminosità diminuisce.
Nelle orecchie ho la voce di Lina, che sussurra disperata – Non devo prendere il.Promexan…
Non devo prendere il Promexan.
Non devo prendere il Promexan.
Sono sommerso dalla sua ombra e plano lentamente, fino a schiantarmi, in mezzo a una sua risata che sembra non finire mai.

 

Starry
starry night
portraits hung in empty halls
frameless heads on nameless walls
with eyes
that watch the world and can’t forget…

 

Sono al punto in cui ero ieri.
L’inquietudine del sogno non mi ha lasciato e, dopo i primi meccanici ricordi, ho ripercorso tutta la mia vita fino ad adesso.
Oltre la paratia rimane soltanto “L’uomo che voleva volare”, il quadro che non ho mai terminato.
Ed un altro.
C’è qualcosa di strano in quel quadro. Lo sento.
Lo afferro e lo piazzo di fronte a me.
E’ completamente dipinto con tonalità grigie.

 

Rabbrividisco.
E’ una stanza quasi biancastra.
Con sopra un letto.
C’è una persona stesa in quel letto.
Un cadavere con un lenzuolo sopra la testa.
Sono nella stanza.
Avanzo con passi zoppicanti.
Sento il cuore e le tempie che pulsano.
Mi avvicino
Allungo una mano.
E strappo via il lenzuolo.
Ha lo sguardo triste.
Come per il rimpianto per le cose non dette.
E’ Lina.

 

Comincio a urlare, l’universo mi esplode dentro.
La mia testa è bersagliata di ricordi.
La tengo tra le mani mentre tutti i ricordi vengono a galla.
Io non ho mai perso la memoria.
Io non volevo ricordare che lei fosse morta.
Ne parlavo sempre al presente, credendola viva, nel mio non arrivare mai al finale della storia.
Lina morì quattro giorni dopo il suo arrivo in questo Istituto.
Fu una iniezione sbagliata a portarmela via.
Fatta, l’ho sempre saputo, da chi, padrone di una forza primordiale, che va al di là del tempo.
E che non voleva il nostro amore.

 

– Cosa stai combinando, vecchio scemo?
E’ lui, mi ha sentito gridare.
Ora avrà il match ball.
Mi sussurra – Adesso ho giocato anche troppo con te. Sarei dovuto andarmene dopo aver fatto fuori quella vecchiaccia della tua amica, ma i tuoi quadri mi hanno reso un bel po’. – ride come un animale preistorico – Forse ho tirato troppo la corda, ma questo è il momento di farla finita…
A nulla vale fingermi catatonico, lo sento riempire una siringa e…
– Che fai?
E’ la voce di Connie, l’infermiera. Quella degli amplessi sul mio letto.
Quella che credevo scema.
– Che fai? Non deve prendere quella medicina. Sei impazzito?
Sento che Lui, la bestia esita. Rimane un po’ in sospeso, con la mano alzata e quasi temo che voglia liberarsi di lei.
Poi sussurra – Ah… bè, veditela tu con lui. Questo mi fa impazzire…
Va verso la porta e mi sussurra sarcastico – A presto, vecchio!
L’infermiera lo guarda andare via e si sincera che i suoi passi si stiano allontanando sul serio.
Poi mi rimbocca le coperte con le sue mani che sanno di lavanda, mi sussurra parole gentili e mi inietta un calmante.
So che se non è stato oggi sarà domani.
E non ha più senso vivere un presente dove ogni momento è ricordo della sua mancanza.
Giro la testa.
Sul tavolino c’è ancora la siringa che Lui mi ha lasciato qualche giorno prima in segno di scherno, dicendo di dipingerla.
E’ l’ultima immagine che vedo.
Mi abbandono ad un sonno disperato senza sogni.

 

E’ pomeriggio.
Sto dipingendo quello che sarà il mio penultimo quadro.
Spero tanto che Fabietto possa recuperarli, ma è un ragazzo sveglio e so che in qualche modo ci arriverà.
Lui, l’infermiere, o quello che era, è morto.
Ho visto che lo portavano via avvolto in un lenzuolo e ancorato a una barella.
E’ successo oggi, poco dopo il suo arrivo, dicono.
Gli è scoppiato il cervello.
Lo hanno trovato con la bocca distorta in un’espressione di stupido stupore.
E ora lo caricano e lo portano via.
Gli ultimi tratti di questa tela si compongono quasi da soli.
Via, credo di aver fatto un bel lavoro.
Ma sono stanco.

 

Mi chiedo se ne sia valsa la pena.
Farsi coinvolgere a tal punto in emozioni per le quali alla fine non si è più riusciti a gioire?
Vivere una vita sulle stradine di periferia di questa vita, tra la polvere delle fermate degli autobus, in attesa che arrivasse il pullman giusto, che non è mai arrivato?
Vivere per una terra promessa arrivata tardi e per aver potuto vivere un amore per quattro soli giorni?
Io volevo solo amarla, è questa la verità.
Volevo solo quello.
Sono stanco amici.
Mi rimane soltanto più una cosa da fare, prima di andare via.

 

E’ il tardo imbrunire dietro la porta a vetri.
Ho cominciato questo quadro quando avevo 5 anni e solo ora arrivo al suo compimento.
Ho deciso di lasciare questa notte stellata sul cavalletto, chiunque entrerà in questa stanza, la troverà.
Le mani mi dolgono, questa è l’ultima pennellata.
L’aria della sera è fresca, quasi come quella del quadro nel quale sto entrando.
Il vento mi parla, mentre sono qui, in piedi sul parapetto del balcone.
Mi lascerò cullare da questa musica che mi piace così tanto.
E, forse l’uomo che lo desiderava tanto, volerà veramente.

 

And when no hope was left inside on that starry starry night,
You took your life as lovers often do,
But I could have told you Vincent, this world was never meant for one as beautiful as you…

 

L’ufficio del primario è disadorno come può esserlo soltanto quello di una persona smisuratamente ricca, che ha costruito la sua potenza nascondendola sotto il minimalismo.
Accoglie Fabietto con la freddezza mista a paternalismo di chi vuole mettere in soggezione l’interlocutore.
Il ragazzo si siede sulla poltrona in pelle e attende pazientemente, pronto ad andarsene.
In un angolo dello studio sono accatastate le tele che fino a tre giorni prima erano nella camera dello zio.
-Questi lavori sono molto valutati dai critici… io non mi intendo d’arte ma so che le quotazioni per queste tele sono in continua crescita…, sebbene dipinte con sconvenienti colori forti, che come lei sa…
Sono balle. Fabietto. sa bene che il Primario può permettersi il lusso di ospitare un Van Gogh e un Gauguin nella sua villa in collina.
Sono passati due giorni dal funerale, al quale solo lui ha partecipato.
Quando gli hanno detto che lo zio si era gettato dal balcone della sua camera, non ha provato sorpresa, ma un sollievo che un’energia lontana gli ha trasmesso.
-Cosa vuole? – taglia corto Fabietto – Le sue tele? Può tenerle tutte, a me non importa nulla. Tranne questa – Indica l’uomo che voleva volare – Se lei prova ad ostacolarmi, le scateno veramente addosso un inferno, da fare impallidire il suo vecchio infermiere.
Il Primario finge indignazione, ma in realtà è al settimo cielo perché non si aspettava certo un’offerta così vantaggiosa.
-Non è il caso di scaldarsi… – dice Piuttosto… c’è un’altra questione da chiarire…
Il primario solleva da dietro la scrivania una tela e la mostra al ragazzo.
Fabietto ci pensa un attimo, poi annuisce divertito.
– Non ne abbiamo la prova, perché è solo un quadro, ma abbiamo quasi la certezza che sia stato suo zio ad uccidere l’infermiere…
Fabietto guardò con attenzione la mano stretta a pugno che conficcava una siringa in una arteria. Quasi il quadro si muoveva, mostrando l’azione in movimento.
– Noi riteniamo che… che suo zio abbia iniettato dell’aria nell’arteria dell’infermiere, con una mossa secca e a sorpresa. L’embolo ha raggiunto il cervello in pochi secondi. L’autopsia ha confermato i nostri sospetti e…
– Eh?
– E probabilmente suo zio custodiva una siringa sfuggita ai nostri controlli…. Quindi…
– Quindi?
Il primario sbuffa – Senta, quell’infermiere non era una brava persona… noi non vorremmo rivelare alle forze dell’ordine che si è trattata di una morte non naturale…
– Bravo! – dice Fabietto – Volontà encomiabile la sua. Ed io in cambio rinuncio a dire che lei è in possesso di numerose tele colorate…
Fabietto sogghigna, poi se ne va con la sua tela.

 

E’ una notte dove il nero diventa blu.
Un paesino lontano si staglia contro il cielo, illuminato da stelle che sembrano soli.
La campagna avvolge la scena con turbini di vento.
Appoggia il quadro contro un piccolo muretto a secco.
La posizione è quella, i soggetti sono tutti alla stessa distanza.
Fabietto, il ragazzino, alza gli occhi verso la sommità di quella collina, come nel quadro.
E si chiede se, su quella musica che viene da lontano, potrà vedere l’uomo che ha imparato a volare per raggiungere il suo amore.
Sotto il blu di quella notte stellata.

 

And now I think I know what you tried to say to me
how you suffered for your sanity
how you tried to set them free.
They would not listen
they’re not list’ning still
perhaps they never will.

 

MAURO SAGLIETTI

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