Gravina: “Già persi 500 milioni, se non ripartiamo subito il danno sarà irreparabile”

Gravina: “Già persi 500 milioni, se non ripartiamo subito il danno sarà irreparabile”

L’intervento / Il presidente della Figc ha fatto il punto della situazione sul magazine “Riparte l’Italia”

di Redazione Toro News
seconde squadre

“Se non si riparte subito ci sarà danno irreparabile al calcio italiano, abbiamo già perso 500 milioni di euro. Occorre difendere 100 mila lavoratori, 1,4 milioni di tesserati, 4,7 miliardi di fatturato. Ripartire vuol dire giocare”. A scriverlo è il presidente della Figc, Gabriele Gravina, in un intervento pubblicato sul magazine “Riparte l’Italia”.

“Il calcio in Italia rappresenta uno straordinario fattore sociale ed economico, un ineguagliabile generatore di entusiasmo – prosegue Gravina -. La sua capillare penetrazione nelle diverse Comunità della Penisola lo ha reso, nel corso degli anni, un elemento di coesione e di sviluppo, un moltiplicatore di passione e uno straordinario volano per l’economia, in grado di affascinare la quotidianità di milioni di italiani molto più di altri settori produttivi del Paese. La diffusione del contagio da Covid-19 ha stravolto le nostre vite, ha imposto cambiamenti radicali alle nostre abitudini e messo in discussione le relazioni interpersonali. Ma non ha spezzato il filo d’amore che lega il calcio all’Italia. Lo hanno dimostrato i numeri straordinari e i commenti positivi delle iniziative messe in campo dalla Figc nel difficile periodo del lockdown, ispirate ad un senso di responsabilità sociale che la Federazione sente proprio, a maggior ragione in un momento così drammatico”.

“Siamo partiti col mettere a disposizione della Protezione Civile fiorentina il Centro Tecnico Federale di Coverciano, la Casa delle Nazionali italiane di calcio poi ribattezzata la Casa della Solidarietà, che per 40 giorni ha ospitato 48 pazienti positivi al Covid-19 – continua il presidente federale -. Grande successo hanno riscosso, inoltre, le iniziative #leregoledelgioco e #loScudettodelCuore, ideate per promuovere i comportamenti responsabili ai tempi del Coronavirus grazie al coinvolgimento delle Azzurre e degli Azzurri nonché per celebrare tutte le categorie professionali impegnate nella lotta all’epidemia assegnandogli uno scudetto simbolico. Le due campagne insieme hanno avuto ampio risalto, facendo registrare oltre 25 milioni di contatti su tutti i mezzi di comunicazione e più di 10 milioni di contatti sui social Figc. A queste attività se ne sono sommate diverse altre promosse dai singoli Club e della Leghe, tutte accomunate da un minimo comun denominatore: coinvolgere il più possibile l’ampia platea degli appassionati. Finalmente, una volta superata la fase più critica della pandemia, i bambini hanno ricominciato ad uscire di casa con il loro fedele compagno di giochi sotto il braccio: il pallone. In fondo, quello che affermava Jorge Luis Borges (“ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada lì ricomincia la storia del calcio”) è poesia, ma anche una splendida realtà”.

“Le ragioni profonde dell’azione intrapresa dalla Figc finalizzata alla ripresa del calcio professionistico – spiega Gravina -, oltre a garantire la conclusione regolare delle competizioni favorendo il principio del merito sportivo, sono da ricercare nell’impatto reale che lo sport più amato dagli italiani ha nel nostro Paese. Il calcio in Italia è lo sport più rappresentativo: coinvolge 4,6 milioni di praticanti, con circa 1,4 milioni di tesserati per la FIGC, di cui 833.000 calciatori tesserati nell’ambito dell’attività giovanile (circa il 20% della popolazione italiana maschile tra i 5 e i 16 anni risulta tesserato per la Federcalcio). Ogni anno in Italia si disputano circa 570.000 partite ufficiali, ovvero 1.600 partite al giorno (una ogni 55 secondi). Dati e trend che testimoniano quanto il calcio rappresenti il principale sistema sportivo italiano, se si considera anche il fatto che la Figc da sola incide per circa il 24% degli atleti tesserati per le 44 Federazioni Sportive Nazionali affiliate al Coni. Questi numeri, di grande e crescente rilevanza, dal punto di vista della dimensione sportiva e dell’interesse generato, si traducono in importanti riflessi dal punto di vista economico; il fatturato diretto generato dal settore calcio è stimabile in 4,7 miliardi di euro. Di questa cifra, il 23% viene prodotto dai campionati dilettantistici e giovanili, dalla FIGC e dalle leghe calcistiche (1,1 miliardi di euro), mentre il restante 77% (3,6 miliardi) dal settore professionistico, ovvero dal valore della produzione generato dai club di Serie A, Serie B e Serie C. Un dato che evidenza quanto il comparto professionistico rappresenti il principale attore all’interno del sistema calcio e dell’intero sport italiano. A questi dati, se si allarga lo spettro di analisi, vanno aggiunti anche quelli del Social Return On Investment (SROI) Model, un algoritmo con il quale è stato analizzato il rilevante impatto socio-economico del calcio italiano dei quasi 1,1 milioni di calciatori e tesserati per la FIGC, che risulta pari nel 2017-2018 a circa 3,01 miliardi di euro. I settori coinvolti sono quello economico (742,1 milioni di contributo diretto all’economia nazionale), sociale (1.051,4 milioni di risparmio economico generato dai benefici prodotti dall’attività calcistica) e sanitario (1.215,5 milioni in termini di risparmio della spesa sanitaria), insieme a quello delle performance sportive. Passione, benessere e numeri che offrono un quadro chiaro sull’unicità del nostro sistema e sull’impatto positivo che ha sull’intero Paese. Analizzando ciò che il calcio italiano genera non è quindi così difficile capire perché la Figc persegue pervicacemente la via della ripartenza. Ce lo abbiamo nel dna e lo portiamo anche nel nostro nome: per noi ripartire vuol dire tornare a giocare”.

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  1. maxx72 - 4 mesi fa

    La foto del bandito.

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  2. Paul67 - 4 mesi fa

    Peccato che la fetta più grande della torta spetta solo alla serie A. Quello che dice Gravina (che altro nn è che un servo della lega A) avrebbe un senso se i proventi del calcio fossero distribuiti in modo più equo tra le serie minori e soprattutto sui settori giovanili.

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