Tavecchio, Cairo e l’ipocrisia del tiro al bersaglio

Tavecchio, Cairo e l’ipocrisia del tiro al bersaglio

Il Granata della Porta Accanto/ Anche il patron del Toro lo scarica: ma prima di pronunciare quella frase non era la stessa persona che oggi viene definita “impresentabile”?

di Alessandro Costantino

Ha ragione Tavecchio quando dice che in un sol colpo ha oscurato, mediaticamente parlando, la guerra Israele-Palestina, il conflitto in Ucraina, il Papa e la (non) riforma del Senato. Nel periodo estivo in Italia è costume giornalistico prendere un evento e trasformarlo nella notizia tormentone dell’estate. Quest’anno è toccato a Tavecchio che ci ha messo del suo declassando un semplice discorso programmatico che doveva aprirgli le porte ad un’elezione praticamente certa a presidente FIGC, al livello di una caporetto comunicativa quasi senza precedenti.

Non vi aspettiate che mi metta a dargli del razzista, dell’impresentabile o del “vecchio” perchè anche se pensassi tutte queste cose del ragionier Tavecchio avrei preferito dirle (e in un certo senso le avevo accennate nel mio pezzo su TN dal titolo “Torino: Cairo sulle orme di Borsano ma con maggiore solidità”) prima della sua gaffe sul fantomatico calciatore africano Opti Poba. Salire sul carro del “politically correct” sta diventando nel nostro Paese uno sport quasi più popolare di quello di scendere dal carro dei perdenti e francamente mi fa ridere che l’opinione pubblica si sia accorta dell’inadeguatezza del personaggio Tavecchio solo in virtù della sua infelice uscita. Un uomo appoggiato dalla quasi totalità del mondo del calcio italiano diventa impresentabile per una frase il cui senso è di fondo condivisibile, ma la cui forma è più becera di quelli che una volta erano definiti commenti da stadio, tanto per restare in tema… Nessuno ha fatto notare che Tavecchio è un residuato della vecchia DC, che bazzica la politica del calcio da decenni e che rappresenta lo status quo di una federazione italiana eufemisticamente poco attenta alle evoluzioni del calcio mondiale dell’ultimo decennio. Tavecchio è il suo nome senza il “ta”, eppure era il cavallo vincente su cui tutti puntavano fino allo sciagurato discorso.

Nessuno è entrato nel dettaglio dei programmmi di Tavecchio, così come si è preferito etichettare il “giovane” Albertini come il paladino del rinnovamento. Si è preferito più prosaicamente cogliere la palla al balzo e creare la contrapposizione tra il “razzista” Tavecchio e il “rottamatore” Albertini, senza addentrarsi nel merito della questione e magari appurare che Albertini potrebbe essere un Tavecchio travestito da giovane innovatore… Senza nulla togliere al gran giocatore che è stato, Albertini, una volta appese le scarpette al chiodo, ha fatto una discreta carriera nei palazzi del potere pallonaro, per cui sapendo da chi è appoggiato risulta difficile credere che abbia le capacità ed il reale desiderio di fare piazza pulita nel nostro calcio.

E’ risaputo che Cairo sin dall’inizio appoggiasse Tavecchio e devo ammettere che agli albori della vicenda ero più contento del suo silenzio che non dei comunicati da libro cuore di squadre come Fiorentina e Roma che hanno preso le distanze dal presidente della Lega Dilettanti, mostrando un’enfasi a dir poco sospetta nel sottolineare i valori etici e morali a cui queste società presuntamente si ispirano. In un Paese dove negli ultimi vent’anni il Presidente del Consiglio ha fatto dichiarazioni ben più gravi di quelle di Tavecchio e non ha mai lontanamente pensato di fare un passo indietro, mi sembra fuori luogo questa levata di scudi contro Tavecchio. Giusto schierarsi contro il razzismo, ma non solo a parole facendo i paladini anti Tavecchio, bensì impegnandosi quotidianamente in ogni situazione affinchè nella realtà non esista discriminazione di razza, nè di nessun altro tipo. E neanche lanciare comunicati stampa che “puzzano” di marketing sociale lontano un chilometro.

Il dietrofront di Cairo, che ha definito Tavecchio “impresentabile”, è purtroppo l’ultima tessera di questo assurdo puzzle. Perchè delle due l’una: o Tavecchio era impresentabile anche prima e quindi non andava appoggiato a priori, oppure non è una frase, per quanto inopportuna, a cambiare la sostanza del Tavecchio candidato forte. Possiamo parlare per ore di razzismo, di idiozia e di superficialità, ma bisogna essere davvero senza peccato per scagliare la prima pietra: inutile scagliarsi sui forum o sui social contro il “razzista” Tavecchio e poi magari guardare in tralice il primo extracomunitario che ci capita a tiro per strada. Io ne ho dette tante di cavolate in vita mia e magari qualcuna l’ho anche scritta in questa rubrica, ma la mia vita non può essere sintetizzata in un’uscita infelice. Poi, certo, se ci lamentiamo della politica, ma ne accettiamo supinamente i tristi ed ipocriti rituali, allora ci meritiamo il prossimo Tavecchio di turno. Che sarà solamente più furbo e si terrà per sè quel che di male pensa…

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