Il calcio che guadagna con i bambini

Il calcio che guadagna con i bambini

Loquor / Torna la rubrica di Anthony Weatherill: “Finalmente si è capito quale è stata la prima cosa di cui ha parlato Gaetano Miccichè ai presidenti dei club di Serie A”

di Anthony Weatherill

“Chi ha un perché per vivere, può

                                                                    sopportare quasi ogni come”

Friedrich Nietzsche

Finalmente si è capito quale è stata la prima cosa di cui ha parlato Gaetano Miccichè ai presidenti dei club di Serie A, nell’accomodarsi sulla poltrona della presidenza della Lega Serie A: “bisogna chiedersi cosa sia la Serie A. E’ uno sport o è un’industria? L’ho chiesto ai presidenti nel corso di un’assemblea. Ho risposto che, se pensano sia solo uno sport, non hanno bisogno di me”. La logica stringente del banchiere Miccichè, avrebbe dovuto far attraversare più di un brivido di freddo ai presidenti dei club di Serie A, qualora fossero stati realmente innamorati dello sport. Se fossero stati innamorati del calcio, e soprattutto se ne avessero compreso l’essenza, qualcuno si sarebbe potuto alzare per dire: “ha ragione, dottor Miccichè. Credo proprio che qui non si abbia bisogno di lei”.

Ma la cronaca racconta in modo chiaro come questo qualcuno non ci sia stato, e quindi il banchiere di origine sicule si è messo al lavoro al servizio dell’unica cosa conosciuta bene: i soldi. C’è stata, nel corso degli ultimi decenni, una mutazione genetica del tessuto socio/culturale dell’Europa; una mutazione che ha destrutturato, senza nemmeno se ne fosse realmente consci, tutto ciò a cui le genti europee erano approdate, in ordine di convinzioni filosofiche e spirituali, conquiste sociali e di welfare, modi di concorrere nel mercato del lavoro e finanziario. Il vecchio continente può essere stato pieno di difetti e contraddizioni, ma è innegabile come sia stato un formidabile territorio dove le idee propagavano e si sedimentavano nel cammino operoso dei popoli. Certo il denaro è sempre stato importante, come è giusto che lo sia e non mi stancherò mai di ripeterlo, ma non era lui ad utilizzare noi, bensì il contrario.

In Europa le idee e il modo di attuarle  sono state molto più importanti della ricchezza, perché definivano le modalità con cui tale ricchezza si poteva o non si poteva accumulare. Si erano creati dei “recinti”, grazie alla circolazione delle idee e al loro confrontarsi dialetticamente, entro i quali si era definito in modo chiaro il senso del lecito. In questi recinti potevano convivere modalità  di un mercantilismo molto controllato dallo stato o il famoso laissez-fare (lasciate fare) secondo cui il singolo, nella ricerca del proprio benessere, sarebbe sufficiente a garantire la prosperità economica della società. Cristianesimo e socialismo, assurto a dottrina da Marx in poi, erano stati efficaci “guardiani” esistenziali e filosofici della naturale tendenza umana all’eccesso. L’equa distribuzione di Marx ed Engels conviveva con la “giusta mercede” dell’enciclica “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII.

Cairo, il Natale e la speranza

In quel contesto erano nate tutte le attività continentali moderne, compreso lo sport. Compreso il calcio. In quel contesto le economie degli stati erano interconnesse ma non strumenti totalizzanti e soverchianti. I vincoli esistevano per proteggere le strutture societarie, non per opprimerle, come qualcuno poi ha fatto credere. Tutto è andato più o meno in modo omogeneo fino al primo gennaio del 1995, ovvero fino alla nascita dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO). Quel giorno la finanza pura, cioè i soldi, ha cominciato a muovere i primi passi, dai luoghi più lontani e remoti del mondo sia per cultura che per distanza, verso la presa di possesso e l’esautorazione di tutto ciò che caratterizzava l’anima dell’Europa. Ogni vincolo era stato rimosso dal mercato dei capitali e delle merci, in una sorta di desiderio incontrollato di essere uniti universalmente nella produzione e nel consumo. Chissà perché qualcuno ha confuso il termine “integrazione” (termine da non associare solo al fenomeno dell’emigrazione) con il termine “distruzione”. Il calcio europeo, caratterizzato da sempre da “campanili” persino a carattere di quartiere (si pensi alle squadre londinesi), viene anch’esso investito da ingenti capitali provenienti da Stati Uniti, Cina e Paesi arabi. Cioè dai “forzieri” del mondo.

Il calcio, l’Arabia Saudita e i diritti delle donne

Queste risorse provenienti da mondi estranei al calcio europeo sono state accolte subito, dai media e dalla pubblica opinione, con un inopinato senso di vanità, rendendoci ciechi di fronte alle conseguenze di lungo termine. I soldi hanno ingigantito il nostro amor proprio, inorgogliendoci del fatto come questi si fossero accorti del nostro possedere il calcio migliore del mondo. L’esperimento pilota di questi capitali extra continentali piombati improvvisamente sul calcio è stato operato, ahimè, proprio nella Premier League, stravolgendo in pochi anni più di un secolo di storia di calcio inglese. Tutti ad applaudire, oggi, il “meraviglioso” spettacolo del campionato inglese, ed uno pensa subito che si riferiscano a qualche cosa riguardante l’evoluzione del gioco del calcio. Pensa che si siano ottenuti più vittorie sportive(la nascita della Premier ha corrisposto a meno vittorie europee, rispetto alla precedente storia calcistica inglese).

I nuovi mostri

E invece, a leggere gli innumerevoli articoli sul tema, ci si accorge subito che è l’aumento vertiginoso dei fatturati a rendere “meraviglioso”, agl’occhi di tutti, quel campionato. Allora un istinto, tra quelli più ottimisti, pensa che tali aumenti di fatturati si siano tramutati in qualche vantaggio per il tifoso a livello di accessibilità del prodotto calcio. Ma, a leggere i dati storici, si è subito smentiti. La fruibilità del calcio per il tifoso inglese e non, sia allo stadio che in televisione, ha assunto i contorni di costi sempre più insostenibili per la classe medio bassa. Il merchandising prevede 130 euro per avere una maglia dei “Red Devils” o della Juventus. Maglie griffate Adidas e prodotte in qualche fabbrica del sud est asiatico, dove gli operai più fortunati(in Cina) possono guadagnare 200 euro al mese e produrre la suddetta maglia costa fino a 1/10 rispetto al prezzo di vendita.

La curiosa conseguenza è stata quella di vedere i protagonisti del mondo del calcio (giocatori, dirigenti, procuratori, sponsor tecnici, ecc…) diventare sempre più ricchi e i tifosi, unica fonte di reddito del carrozzone calcio, diventare sempre più poveri nel tentativo di vivere l’empatia con la propria squadra del cuore. I “generosi” investitori extra continentali hanno ridotto il calcio al rango di una qualsiasi industria, e hanno fatto quel che ogni persona fa quando impiega il suo capitale: hanno pensato a tutti i possibili modi di moltiplicare il capitale investito, allargando a qualsiasi costo il mercato. Il calcio, un tempo bene comune, ormai è oggetto di una scalata vertiginosa da parte del capitalismo selvaggio e finanziario, proprio quello a cui è stata levata ogni barriera dal WTO a partire dal 1995.

Il primo passo è stato quello di trasformare uno sport in uno spettacolo (da anni ormai, nei media di ogni genere, si parla di calcio spettacolo. Quanto è importante la semantica…), poi si è proseguito con la necessità impellente di modernizzare il calcio (ah come sono belli e accoglienti i nuovi stadi inglesi). Poco importa se le classi proletarie vedano tali stadi solo dalla tv.

Lo stupore di Pavel Nedved

Amesso si possano permettere un sempre più costoso abbonamento (sky), e infine ci si è aperti al fantasmagorico mondo globale, perché in fondo è bello “creare” un tifoso dello United a Shanghai e portargli lì ogni tanto, e sotto lauto compenso, i rossi di Manchester a giocare. Si inventano dal nulla trofei  e coppe da giocarsi negli Stati Uniti, in Cina o in Medio Oriente nel corso della preparazione estiva, perché è il giusto pegno da pagare ai nuovi padroni, desiderosi di attingere “acqua” dai nuovi mercati, di cui sono perennemente assetati.

E allora non deve destare meraviglia se prima di una finale di Super Coppa italiana si stia tanto tempo a cercare di capire se le donne andranno accompagnate o meno allo stadio, piuttosto che di prendere atto di una triste realtà: allo stadio della finale di Super Coppa, a cui hanno assistito 60.000 entusiasti spettatori arabi, mancavano i tifosi di Milan e Juventus. Loro non avevano 7,5 milioni di euro, per quattro anni, da recapitare al banchiere Miccichè. Il quale è preoccupato da ciò che pensa Comcast (nuovo proprietario americano di Sky) e dal fatto che in Lega A ha solo trenta dipendenti. Troppo pochi per partire alla caccia di aumenti di fatturato, troppo pochi per cominciare una svolta copernicana stile Premier League. Un luogo paradisiaco dove una società come il West Ham fa pagare 800 sterline i bambini che vogliono accompagnare, mano nella mano, l’ingresso dei giocatori in campo.

Mauro Icardi e la Bentley di Wanda

Non so cosa passi nella testa dei genitori che spendono tale cifra per donare un fugace momento di gloria ai propri pargoli, e non so nemmeno cosa passi per la testa di chi, anche volendo, tale cifra non può permettersi di spenderla. So quello che passa per la testa di Miccichè e delle società italiane, che via via si stanno organizzando sempre di più per sfruttare economicamente gli adolescenti (i più forbiti lo definirebbero un mercato in crescita). Un tempo sarebbe stato un onore, per il calcio, avere dei bambini attenti alle sue vicende. Ma ormai il “tempio” è stato profanato, nella complicità e nell’indifferenza di tutti. Sportivi, dirigenti, giornalisti, e anche noi semplici tifosi. Il massimo dirigente federale(Gravina) non parla mai(e forse è meglio), Malagò e Miccichè parlano solo di soldi. E questo forse ci meritiamo.

A volte mi vien da pensare che  la morte di Dio nel “Così parlò Zarathustra” di Friedrich Nietzsche, sia avvenuta effettivamente nel nostro caro vecchio continente. Ma auguro sinceramente a tutti noi che non sia così.

(ha collaborato Carmelo Pennisi)


 

Anthony Weatherhill, originario di Manchester e nipote dello storico coach Matt Busby, si occupa da tempo di politica sportiva. E’ il vero ideatore della Tessera del Tifoso, poi arrivata in Italia sulla base di tutt’altri presupposti e intendimenti.

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  1. dattero - 7 mesi fa

    gen.ma madama granata,apprezzo il suo bon ton nello scrivere,ma ogni suo intervente è un ode al proprietario.
    come le han fatto notare,sia obbiettiva e valuti bene.
    Ci ha normalizzato,almeno fin ad oggi,ambizioni annunciate,mai raggiunte,poi faccia sempre il parallelo tra quanto ha dato e qto ha ricevuto,notera’ un cospicuo sbilanciamento.
    Venendo al punt,altro art che fa riflettere e ragionare,stan togliendo l’anima a tutto,figuiratevi ad una passione,anche i bambini polli d’allevamento di gaberiana memoria con tanti genitori consenzienti.
    Oltretutto sta aumentando la maleducazione e la violenza nei tornei giovanili,questo altro punto da evidenziare.
    Io la vedo come una conseguenza,e voi?

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    1. Madama_granata - 7 mesi fa

      Gentile signor Datteto, grazie per le sue osservazioni. Provo a risponderle.
      Non è un’ode al proprietario, ma riconoscenza perché ha tolto il Toro dalle “fogne” (mi scuso per il termine poco elegante) e gli ha ridato dignità!
      Se poi economicamente è rientrato dei soldi spesi, e ci ha pure guadagnato, buon per lui!
      Io non lo so, e francamente non mi interessa.
      Anzi spero che gli frutti bene, anche in termini di fama e notorietà, così sarà incentivato ad investire e a fare di più, e meglio!
      A me interessa che il Toro sia ridiventata una squadra degna di rispetto, e con discreti risultati sportivi, almeno in confronto al passato.
      E che possa sempre più migliorare in futuro.
      Quando parlo con i tifosi di altre squadre non li vedo più ridere alle spalle del Presidente di turno,né sono più commiserata.
      Anni addietro le frasi erano:
      “ma possibile che il Toro non trovi uno straccio di presidente che sia decente!”, oppure: “ma in che mani siete di nuovo andati a finire.. Tutti voi li trovate!”.
      “Ah, pover ‘l mè Turin!”, diceva mia madre a 90 anni, prima di morire!
      Ora sento dire: “Però, il vostro Presidente..” oppure: “Cairo è uno che conta e che ha fatto molto per il Torino. Se non ci fosse stato lui a salvarvi, magari il Toro non esisterebbe neppure più!”.
      Questo è ciò che pensa la gente, e a me sta bene così!
      Ecco perché sono riconoscente a Cairo e lo sostengo!
      Credo, e spero, che il bene ed il profitto suo vadano di pari passo con quelli del Torino Calcio.
      Sostengo il Presidente, sostengo i giocatori giovani, meglio se provenienti dalla Primavera, magari torinisti e torinesi, sostengo chiunque possa dare identità e lustro alla nostra squadra, e alla nostra città di conseguenza, perché sostengo che “Torino non è la Juve”!
      Poi, da buona vecchietta sarò “orchiclasta”, ovvero noiosa e rompiscatole, come mi hanno definita certi co-tifosi: chiedo venia, ma non mi importa nulla di risultare così agli occhi di certe persone.
      A ME, francamente, INTERESSA SOLO IL BENE DEL TORO E DI CHI HA FATTO, FA O FARÀ QUALCOSA PER DARGLI LUSTRO.
      Detto ciò, ovviamente e come sempre, non tutti possiamo pensarla allora stesso modo.
      C’è chi dissente, e chi mi fa i complimenti, la pensa come me, e si identifica in ciò che scrivo.
      Io rispetto i pareri di tutti i co-tifosi, e mi permetto di esprimere il mio.
      Grazie e buona giornata a Dattero e a tutti voi!

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  2. One plastic - 7 mesi fa

    Bellissimo articolo, verità circostanziate ai fatti.
    Risulta chiaro come gli attuali proprietari delle società siano attori protagonisti e non vittime di un sistema da cui sfruttano qualsiasi possibile fonte di guadagno, compreso l’indottrinamento dei giovanissimi.
    La nostra tifoseria è quella più lontana dal comprendere questi mutamenti, ciononostante esiste una terza via, quella che coniuga produttività finanziaria ma rispetto dei valori e delle passioni, unico mezzo per ricomporre una tifoseria ormai in via di estinzione.
    Ebbene l’attuale proprietà si nasconde dietro questo scenario ponendosi la rinuncia a qualsiasi obiettivo sportivo che è invece condizione essenziale per la sopravvivenza di un fenomeno sportivo chiamato calcio.
    Non siamo più tifosi…ma semplici consumatori.

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  3. apuano - 7 mesi fa

    Andre’…tu non sai i pianti che mi sono fatto io per questo amore…e non sono di Torino…Vivendo In un feudo Bianconero dove anche la squadra della citta’ e’ Bianconera(Massa)io a 5 anni tifavo Carrarese(mio padre giocava li in precedenza)e a scuola a Massa ero deriso (non bullizzato)chiaro come il sole visto che era l anno 75 76 che non potevo che diventare granata.Amore a prima vista che se devo essere sincero mi ha rafforzato e inorgoglito.A casa avevo un fratello che giocavava a calcio piu’ grande(Fino in serie D9.i pomeriggi erano il mio tormento ho in mente la sua voce facciamo un matchino.Da piccolo granata non potevo rifiutarmi.le porte erano due sedie nelle pinete della versilia senza arbitri e nessuno.lui aveva tre anni piu’ di me ma io lottavo e combattevo il risultato era sempre il solito.Ogni volta che le cose si mettevano bene per me alzava l agonismo.comunque finivo incazzato o piangente.Poi ci fu il toro juve del marzo 83 al gol di torrisi feci lo sbaglio di andare ad esultare nella sua stanza.risultato schiaffo che ancora ricordo.poi per mia fortuna ha cominciato a giocare la domenica e tutto fini’.Un altro mesto ricordo successe nei primi anni novanta lui doveva giocare ad asti con il castelnuovo garfagnana(D)mi chiamo’ se andavo su in macchina per vedere il derby.ci andai.volevo andare in Maratona ma eravamo in 5 e mi hanno convinto a stare tutti insieme.morale si perse 5a0.io distrutto ma con la mia fede granata incrollabile nella mia testa mi sono assunto la colpa e mi son giurato’mai piu’ con i gobbi.Fu la sera dello striscine ad andrea fortunato.il mondo mi e’caduto addosso.Da quel giorno sono sempre andato in Maratona o maratona itinerante e non ho mai piu’ visto il toro perdere.

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    1. André - 7 mesi fa

      Apuano grazie per il messaggio.
      Io sono nato a Marostica nel 1982. Proprio dove é nato Maroso! Il nostro stadio é dedicato a lui (e la gente da noi non sà nemmeno chi é..).
      Tifo Toro da quando avevo 5 anni perché a scuola “bisognava” scegliere una squadra di calcio! Il perché ho scelto il Toro é da chiederlo al mio cuore.
      Inutile dire che quando si giocava a calcio fra ragazzi (io come sport scelsi il ciclismo e lo feci fino i dilettanti) ed io arrivavo con una maglia granata “fatta in casa”(perché quella del Torino era introvabile da noi), le risate gobbe mi rendevano ancora più orgoglioso!
      Ascoltavo le partite alla radio e quando io e mio padre potevamo (correvo in bici la domenica), andavamo a vedere il Toro in trasferta nella nostra regione. Adesso non vivo più in Italia. Grazie ancora, e sempre Forza Toro!!

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  4. André - 7 mesi fa

    Rivoglio il Toro! Il “mio” Toro! Dalla maglietta non lo riconosco più.. Forse invecchio ed i ricordi sbiadiscono ma c’era una magia in campo che non c’é più.
    É tardi, vado a dormire e sognare perché “Cairo” mi fai bestemmiare (scusate era per la rima;)

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  5. ToroMeite - 7 mesi fa

    Anche da parte mia complimenti agli autori.
    Eh sí, il calcio ha dato ormai un gran calcio a tutto quello che era all’origine (ad esempio valori sportivi e sana competizione) per divenire un impero industriale. E non solo il calcio comunque. Da non trascurare poi che al super giro di denaro ci si aggiunge sempre la criminalitá (organizzata e non, stile rubentus). Ad ogni modo, FVCG.

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  6. apuano - 7 mesi fa

    Complotto contro il vecchio Torino
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    “Il Manifesto”, 18 agosto 2005
    Affermo subito che sono torinese e torinista e che non sopporto più l’importanza e i significati ipocritamente virtuosi ed esagerati che la maggior parte dei mezzi di comunicazione italiani usano ogni giorno dare allo spettacolo del gioco del pallone, per interressi palesi nell’indotto dell’industria del calcio. Ma la richiesta di spazio per le vicende del mio vecchio e amatissimo Toro, ha questa volta una giustificazione quasi sociologica e tesa a leggere un malessere, quello della città della Mole, che era governata da un «reame» (la Fiat), ha vissuto per un secolo in regime di monarchia, quella della famiglia Agnelli, ed ora, non essendo ancora stata dichiarata in città la Repubblica tecnologica che succede alla monarchia industriale, non ha ancora il coraggio dell’indipendenza dai voleri di chi è succeduto a Gianni e Umberto Agnelli nel dirigere la Juventus, figlia prediletta della famiglia reale.

    Perché è palese, anzi plateale, che il mondo dell’imprenditoria di Torino, ancora ricco di molte risorse, anche dopo la crisi della Fiat (o proprio per questo), non ha mosso un muscolo non dico per venire incontro all’amministrazione dissennata del Torino del presidente Ciminelli (escluso dalla serie A per pesanti pendenze mai sanate con il fisco) ma nemmeno ha ritenuto conveniente investire nella nuova società che nasceva dal lodo Petrucci e che disputerà di nuovo il campionato di serie B.

    Dalla Spagna è venuto un uomo d’affari, Lorenzo Sanz, ex presidente del Real Madrid, a rilevare il Parma, sopravvissuto al disastro economico della Parmalat a fronte del quale i debiti dell’AC Torino di Ciminelli sono bazzecole, e che ha un «bacino d’utenza» pari al 50% di quello granata. Nella città che fu capitale del regno dei Savoia e anche, per poco, del regno d’Italia, nessuno invece, salvo Rodda, presidente dei piccoli e medi industriali e Luca Giovannone, un imprenditore che viene dal Lazio, ha ritenuto di sfruttare l’occasione come recentemente hanno fatto Della Valle per la Fiorentina, De Laurentis per il Napoli e, anche se con un altro percorso, Zamparini per il Palermo e Garrone per la Sampdoria. Gente che non ha mai fatto affari per perdere soldi, convinti quindi che il football, se ben amministrato, è ancora un investimento vantaggioso.

    E invece, nei giorni drammatici in cui è stato consumato l’ennesimo tentativo di far sparire la società erede della gloria di Valentino Mazzola o di Maroso, di Ferrini o di Meroni, a Torino, nell’ambiente degli affari, girava una parola d’ordine, che il sindaco Chiamparino può confermare: stare alla larga dall’ennesima crisi della seconda (o prima?) società calcistica della città. Non me ne sono stupito, perchè anni fa proprio Calisto Tanzi, quando ancora non s’era infilato nel buco nero che lo ha espulso dall’impero industriale che lo aveva creato, mi rivelò che, essendo tifoso del Toro come tutti quelli erano giovani nel primo dopoguerra, aveva pensato di rilevare la società dopo le stagioni felici di Orfeo Pianelli e di Sergio Rossi, ma qualcuno dell’area Fiat lo aveva immediatamente stoppato: «Lascia perdere il Toro, è ormai moribondo».

    E allora, credo sia logico chiedersi: chi non vuole che la squadra del Torino esista? Chi da anni fa in modo che questo club, erede di tanta gloria calcistica, non abbia più diritto di coltivare sogni di successo, anche momentaneo, e sia costretto mestamente a passare dalle mani di presidenti e manager senza passione, senza dignità, inadeguati, demotivati, «juventini» e con una costante comune, l’assenza e la precarietà di mezzi economici a disposizione?

    Perché, insomma, al Torino che ha nella città 50mila tifosi capaci, due anni fa, per esorcizzare il giorno dell’ennesima retrocessione in B, di salire al colle di Superga (il luogo della memoria tragica granata) non è più permesso coltivare ambizioni non dico da Milan, Inter o Juventus, ma da Udinese, da Sampdoria, da Palermo (che pochi anni fa era addirittura fallito ricominciando dai semi-professionisti) o perfino da Chievo (che da cinque anni gioca ininterrottamente in serie A)? Quale logica o trama politico-economica perversa e antisportiva condanna dunque, da dieci anni, ad una esistenza perennemente incerta, una società che per la festa della promozione in A, solo due mesi fa contro il Perugia, ha portato allo stadio delle Alpi 60mila persone, più della Juventus campione d’Italia?

    Credo quindi non sia banale una riflessione se per rispondere a questo interrogativo, che forse è anche una parabola del metodo sciagurato ed egoista imposto in questi anni dalla Lega calcio alla sconsiderata repubblica del football nazionale. Un metodo ostaggio della visione del mondo di Galliani e Giraudo, secondo la quale ha ragione e vince solo chi è più ricco o chi sa strappare più soldi al famoso mercato. Altri meriti non contano.

    Se prevalgono simili principi, forse, è proprio questa marcata supremazia del tifo granata in città la colpa che ha condannato e condanna il Toro. Avere in città, anche dopo più di dieci anni di tribolazioni, un «bacino d’utenza» (frase oscena costantemente in bocca ai mercanti del calcio) superiore a quello della Juventus, la squadra che ha vinto più scudetti nel paese, la squadra che fu della Fiat e continua ad essere tutelata dalla famiglia che l’ha fondata, è evidentemente un peccato imperdonabile, che condiziona perfino la volontà degli imprenditori più brillanti del Piemonte e non.

    Gianni Agnelli che da vero viveur e appassionato di calcio, godeva il derby come pochi, non avrebbe mai accettato una situazione simile, ma il fratello Umberto, in tempi non sospetti, espresse l’idea addirittura di fondere Juventus e Torino in una sola formazione e, più recentemente, Antonio Giraudo, il dirigente a lui più vicino, con la franchezza brutale che lo contraddistingue, disse chiaro e tondo che Torino non poteva permettersi due squadre. E l’esclusa, inevitabilmente, non poteva che essere il club erede del Grande Torino, una formazione che è nella storia mondiale del gioco del pallone ma che, nella visione neoliberista di Giraudo, non ha nessuna ragione o merito per accaparrarsi il tifo e l’economia calcistica della città. Un concetto ribadito nei giorni in cui il Torino stava per scomparire, quando ha fatto sapere che, avendo la Juventus problemi per la riconversione dello stadio Delle Alpi, già pensava di riprendersi il vecchio Comunale riadattato per le Olimpiadi della neve 2006 e assegnato al Toro.

    Insomma, i tempi sono cambiati, ma anche ora che il mito della Fiat è tramontato e che la città vive con fatica il trapasso dall’era industriale a quella tecnologica per non essere stata capace di prepararsi in tempo al cambio epocale che ha posto fine al regno della grande fabbrica, sopravvive a Torino l’abitudine a non infastidire la creatura più amata dalla famiglia, la Juventus e a non intralciare i suoi piani in un calcio sempre più ingiusto e meno sportivo.

    Credo che la rinuncia a coinvolgersi a far grande il Torino di industriali di fede granata come Giribaldi, Ferrerò, Lavazza, Del Vecchio, ecc, sia dovuta anche a questa regola. Dopo la tragedia di Superga 55 anni fa e la faticosa ricostruzione, solo Orfeo Pianelli e Sergio Rossi, pur lavorando le loro industrie con l’indotto Fiat, hanno avuto la dignità di non soggiacere a questo atteggiamento di riverenza verso i padroni dell’altra squadra cittadina. Anche Borsano lo fece con l’aiuto di Craxi, ma con l’avvento di «mani pulite», che però sfiorò anche la Fiat, il suo castello che aveva portato i granata a una finale Uefa, crollò. Poi solo macerie.

    Così, ora, il mio vecchio Toro, quasi centenario, salvato con il lodo Petrucci dall’iniziativa di alcune persone di buona volontà, guidate dall’avvocato Marengo, si prepara, con una assenza di qualunque ambizione, a disputare nuovamente il campionato di serie B, dove è stato ricacciato. Ai nuovi amministratori, ai quali riconosco il merito di aver creduto alla sopravvivenza di una possibile idea di Toro, sento però l’esigenza di dire: «Per favore, non raccontateci pure voi la favola di aver salvato il Torino».

    Non lo fate per scaramanzia e non lo fate perché non è più vero. Cinque anni fa Francesco Ciminelli, un imprenditore calabrese prosperato con l’indotto Fiat e per di più tifoso della Juventus, fece la stessa affermazione comprando una società apparentemente «sull’orlo del fallimento» da tre improvvidi ragazzi radicati a Genova e guidati da Massimo Vidulich. Abbiamo visto quale è stato il risultato: un avanti e indietro fra serie A e serie B nelle cui pieghe la squadra ha disputato anche il peggior campionato di A della sua storia e il più avvilente nella serie cadetta

    Se Ciminelli, affiancato dal suo scudiero Romero, ex portavoce dell’avvocato Agnelli, non ci avesse all’ultimo momento «salvato», saremmo ripartiti infatti per merito della storia sportiva del Toro, dalla CI, ma magari gestiti da un presidente o da un manager ambizioso e capace di farci sognare. Ed ora, forse, ci troveremmo in serie A con aspirazioni come quelle dell’Udinese, del Palermo o della Sampdoria che pure, come noi granata, hanno conosciuto la povertà e, nel caso dei siciliani, perfino l’estinzione e ora invece, disputano la coppa Uefa o aspirano alla Champions Ligue.

    Per questo noi torinisti non vogliamo più sentir parlare di gente che ci salva e che per questo dobbiamo riverire. Sono più di dieci anni infatti che ci prendono per i fondelli, il primo, dopo il tramonto di Borsano, evaporato con la crisi della politica, fu Calleri che in due anni fece mercato di quaranta giocatori (fra cui Bobo Vieri, svenduto al Venezia), ridusse (d’accordo con Gigi Gabetto e il suo staff poi inquisito dalla magistratura) da dodici a sei le formazioni del nostro vivaio (che da allora cessò di essere il migliore d’Italia) e se andò alla fine vendendo molto bene alla «cordata dei genovesi». A essere precisi, fu anche l’ultimo presidente granata che vinse qualcosa: un torneo di Viareggio con la Primavera di Claudio Sala ma nove giocatori su undici della formazione erano stati lasciati in eredità dalla gestione Borsano.

    Vidulich e compagni che gli succedettero, vantandosi sempre di «aver salvato la vita del Toro», fecero pure peggio perché, al contrario di Calleri, non mostravano molta attenzione per i bilanci. L’ultimo «presunto salvatore» è stato Ciminelli che, a parte la prima stagione, sembra cinque anni dopo aver preso il Toro solo per fargli vivere una vita grama, mentre lui, come imprenditore, entrava nel business edilizio di Torino 2006. Niente male.

    Perché il Torino è dovuto finire a forza nelle mani di questi imprenditori rampanti, ma senza passione e simbolo della disinvoltura dell’attuale mondo economico italiano?

    Ho molto rispetto di chi come i dirigenti della nuova società nata con il lodo Petrucci non illude la piazza, ma anche l’avvocato Marengo, Rodda e Giovannone sanno che un campionato del Toro teso solo a non retrocedere in serie C, non ha nessun significato e non lo ha per una città granata come Torino.

    In bocca al lupo, comunque e speriamo che una città affascinante, ma presuntuosa e avara come quella dove sono nato e ho studiato, non vi lasci soli in ossequio alla vecchia abitudine di non intralciare le strategie di chi presuntamente pesa o detiene il potere.GIANNI MINA’

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    1. André - 7 mesi fa

      Mi hai fatto “piangere”… Forza Toro! Ma il nostro Toro, il Vero Toro e noi del Toro sappiamo di cosa si tratta.

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    2. Madama_granata - 7 mesi fa

      E oggi c’è chi detesta, insulta e mortifica il Presidente Cairo?
      Chi si augura che lasci il Toro non si sa in mano a chi?
      Chi si duole per la POSIZIONE
      DIGNITOSA che il Torino Calcio è riuscito, con fatica, a riguadagnare nel panorama calcistico italiano?
      Chi non sa, o non capisce, o non vuole capire cosa voglia dire AVER RIACQUISTATO UNA DIGNITÀ DI SQUADRA, di squadra rappresentante “l’altra metà” della nostra città?
      Una SQUADRA che oggi può vantarsi di essere RITORNATA “ALL’ONORE DEL MONDO”, nel rispetto e nel ricordo del suo glorioso passato?
      Chi si lamenta del Toro
      attuale, e parlo della Società Torino Calcio, non dell’allenatore di turno o dei singoli giocatori, legga e rifletta e mediti e studi e ristudi questo sofferto articolo, scritto da un grande uomo, da un grande giornalista e da un grande tifoso torinista.
      Prima di lamentarci, DOBBIAMO TUTTI RICORDARE, e per un momento “rivivere” quegli anni bui!
      La sofferenza di un’agonia durata decenni taluni non l’hanno mai vissuta, altri l’hanno dimenticata!
      La serie B, rischio di fallimenti e serie C, Presidenti indegni, pronti solo a depredare quel poco rimasto, e poi sparire, oppure Presidenti non all’altezza, che hanno precipitato il Toro nel baratro assieme a loro!
      Io ricordo quando il Toro destava pietà nei tifosi “gemelli” della Fiorentina, scherno in quelli della Lazio o dell’Inter..
      Quelli della Juve non provavano neppure più rivalità: semplicemente passavano talmente al di sopra di noi, che di lassù il Toro manco più lo vedevano.. Lo ignoravano, e basta!
      Nelle scuole, al lavoro, nei bar non c’erano nemmeno più discussioni o scontri verbali o i classici “sfottò”..
      Gli juventini ti apostrofavano, o rispondevano, con un piccolo sorrisetto di commiserazione, e niente più!
      Criticare il Toro era ormai diventato come “sparare sulla Croce Rossa”!
      Gianni Minà sognava un Toro che tornasse ad essere al pari di Palermo, Samp e Udinese..
      Se siamo onesti, dobbiamo ammettere che qualche passo avanti, tanti passi avanti, il Toro in questi ultimi anni li ha fatti.
      CHE CI PIACCIA O NO, GRAZIE AL PRESIDENTE CAIRO!
      P.S. questo non vuol dire non avere più ambizioni o non sognare di migliorare sempre di più! Non vuol dire essere appagati: vuol dire godere oggi di ciò che abbiamo, in attesa e nella speranza di tempi migliori!
      Un GRAZIE AD APUANO, perché ci ha fatto ricordare, commuovere e meditare..

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      1. ddavide69 - 7 mesi fa

        Cara Madama, mi dispiace dissentire ma se siamo in una posizione dignitosa non è grazie a Cairo che nel toro non ci sta mettendo un soldo anzi è abbondantemente rientrato dei soldi spesi per i giocatori di quando ha comprato la società, ma grazie alla legge sulla spartizione dei diritti tv che con quasi cinquanta milioni all anno ci consente di galleggiare a centroclassifica. Se fosse solo per Cairo faremmo la spola fra la serie A e la serie b come i primi anni. Poi se si vuole continuare a far finta di niente….

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  7. ALESSANDRO 69 - 7 mesi fa

    Grande articolo che fotografa un panorama pietoso cui si è imbottigliato tutto il calcio….
    Ammettiamolo: il calcio è fallito miseramente……

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  8. ddavide69 - 7 mesi fa

    Grande articolo, as usual.

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  9. Maicuntent - 7 mesi fa

    Da sottolineare come sia, anche, colpa dei tifosi visto che sarebbe bastato boicottare il movimento calcistico per qualche mese, probabilmente anche solo qualche partita.
    Invece tutti accecati da ignoranza e tifo hanno messo la mano sul portafoglio anziché sul cuore. Articolo scritto da maestri, complimenti a Weatherill e al traduttore!

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  10. user-13793800 - 7 mesi fa

    Prima o poi il il sistema implodera’ su se stesso
    Comunque grande giornalista che non ha paura di fare nomi e cognomi.

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    1. Maicuntent - 7 mesi fa

      Finché ci saranno stolti che in silenzio fanno due abbonamenti per un campionato penoso o che spendono 50 euro per andare in curva è impossibile, anzi peggiorerà ancora molto e a lungo prima di implodere.

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