Il doping e gli eterni secondi

Il doping e gli eterni secondi

Loquor / Torna la rubrica di Anthony Weatherill: “Il dramma di chi arriva a ridosso a coloro che hanno usufruito di trucchi contabili o chimici per vincere ad ogni costo”

di Anthony Weatherill

“il giornalista è sempre uno che dopo sapeva tutto prima”.

Karl Kraus

Javier Tebas, capo della Liga spagnola, non molto tempo fa era stato molto chiaro: “i finanziamenti che Paris Saint Germain (PSG) e Manchester City ricevono sotto forma di aiuti di Stato stravolgono le competizioni europee e creano una spirale inflazionistica che danneggia irreparabilmente l’industria del calcio”. Tebas era stato ancora più duro sulla squadra parigina, arrivando a paventare una sua espulsione dalle competizioni europee: “hanno barato economicamente e le squadre eliminate da loro sono state vittime delle loro trappole”. Quest’ultima dichiarazione mette involontariamente in luce, a mio modesto parere, un aspetto del problema doping, finanziario o fisico che sia, raramente sottolineato quando si parla di alterazioni  artificiose di risultati: il dramma di chi arriva a ridosso a coloro che hanno usufruito di trucchi contabili o chimici per vincere ad ogni costo.

La rivolta silenziosa dei tifosi napoletani

Quando il 24 agosto del 2012 l’USADA (United States Anti-Doping Agency) decise di squalificare a vita Lance Armstrong, sancendo anche la revoca dei numerosi risultati sportivi ottenuti in carriera dal ciclista americano, l’attenzione dei media e della pubblica opinione fu soprattutto concentrata alla corsa alla censura e all’invettiva contro Armstrong, e si raggiunsero, in alcuni casi, delle situazioni di vere e proprie lapidazioni di colui che aveva “rubato” alla storia dello sport del ciclismo ben sette Tour de France. Le stesse persone accalcatesi ad acclamare  sulle strade del Tour il baro americano fino ad un minuto prima, gli stessi giornalisti che per anni avevano fatto la fila davanti a lui per avere financo un suo piccolo vagito da pubblicare, gli stessi politici (vero Nicholas Sarkozy?) onnipresenti nel mostrare amicizia al campione di fama mondiale, si erano appalesate improvvisamente così vogliose di lanciare “la prima pietra” (tremo all’idea di un Gesù di Nazareth, improvvisamente “ritornato”, invitare le persone senza peccato di oggi a scagliare la prima pietra) da dimenticare tutte le contumelie da loro stessi riservate a David Walsh, il giornalista irlandese che a partire dal 1999 aveva cominciato la sua battaglia ostinata per denunciare le evidenti ombre sulla supposta bella favola di Lance Armstrong. Battaglia portata avanti insieme al suo giornale, il “Sunday Times” (fortunatamente esistono ancora giornali e giornalisti consci del loro ruolo), che ha sostenuto le ingenti spesi legali dovute per le numerose denunce per diffamazione a cui per anni Walsh ha dovuto sottostare. Nell’orgia da “sic transit gloria mundi” scatenata contro Armstrong, quasi tutti hanno dimenticato i nomi delle vere vittime dell’imbroglio messo in scena dal “sistema” US Postal: i corridori arrivati secondi in quei sette Tour vinti da Armstrong.

L’emiro tifoso

Ad Alex Zulle, Jan Ulrich, Josepa Beloki, Andreas Kloden, Ivan Basso nessun tipo di giustizia potrà davvero dare un vero risarcimento. Perché non c’è risarcimento possibile per le emozioni mancate di una vittoria mancata. Non esiste qualcosa a lenire il dolore di a chi, dopo anni, è stato detto che avrebbero potuto vincere quel Tour se qualcuno non avesse giocato sporco. Perché, per i secondi dell’epoca Armstrong, non sarà più possibile provare quelle emozioni uniche date dal salire sul podio più alto della premiazione ai Campi Elisi. Quella sensazione da grande obiettivo raggiunto, per sé e per la propria nazione, che da senso ad una vita e rende accettabile ogni tipo di dolore sopportato. È quasi banale convenire che nessun furto, di qualsiasi genere sia, potrà mai avere un adeguato risarcimento. E quando, in risposta alle possibili sanzioni dell’Uefa (esclusione dalle coppe) per violazione del FairPlay finanziario, il presidente del Paris Saint Germain, Nasser Al-Khelaifi, ha dichiarato in modo sprezzante che “anche in caso di sanzioni nessuno può obbligare il club a vendere i suoi giocatori migliori”, si è capito come un guado, nel sentire comune, è stato ormai definitivamente attraversato. Quando non solo non si sente il peso etico della sanzione ma addirittura la si sfida, si capisce come ogni genere di autorità o controllo sia definitivamente saltato. La gente non è più avvertita dai pericoli corsi, sempre di più, dai beni comuni, e la notizia data qualche tempo fa dall’autorevole settimanale tedesco “Der Spiegel”, secondo cui il Bayern di Monaco avrebbe chiesto alcuni pareri legali per sapere se è possibile una sua uscita dalla Bundesliga per aderire alla nascita di una SuperLega europea, sembra non aver procurato nessuna reazione significativa. Nemmeno le società ormai da anni  destinate a contendersi a rotazione solo il secondo posto nella “Bundes” hanno dato segni di contrarietà alle manovre del club di Monaco di Baviera. E se anche gli eterni secondi cominciano ad assumere un atteggiamento rassegnato, diventa sempre più difficile parlare di etica nello sport in ogni ambito.

L’occasione sprecata dal Qatar

Fa sensazione l’editoriale di “TuttoSport”, a firma di Marcel Vulpis, pubblicato giorni fa in risposta alle dichiarazioni di Aurelio De Laurentis (“è facile vincere con 200 milioni di euro di debiti”) in cui, ancora una volta, il presidente partenopeo provava a spiegare l’impossibilità di competere con un fatturato triplo rispetto a quello della società campana. Vulpis, nel maldestro tentativo di rispondere a De Laurentis e facendo precipitare “TuttoSport” al rango di succursale dell’ufficio stampa della società bianconera, ha cominciato a sciorinare tutta una serie di dati economici, in tutta onestà assolutamente veri, sulle differenze delle voci di bilancio tra Juventus e Napoli, a giustificazione del diritto della Juventus di ricorrere allo strumento del debito. Anche Urbano Cairo, intervenendo a Radio24, ha giudicato corretto il ricorso al debito da parte della società di Andrea Agnelli perché “175 milioni di richiesta di debito, per un’azienda che fattura 500/600 milioni può essere normale. Avere debiti è giusto perché magari finanzi la crescita”. Non ho nulla contro Urbano Cairo, ma quando fa lo smemorato, quando si relega da solo alla stregua di un semplice passante, ritorna improvvisamente alla genesi della sua attività imprenditoriale, che come è noto non è quella di editore ma di venditore di spazi pubblicitari. Nell’ansia e nella necessità di vendere un prodotto, il pubblicitario finge di ignorare le criticità del prodotto stesso. Egregi Vulpis e Cairo, pur rispettando le vostre analisi, trovo non accettabile il vostro esservi dimenticati il perché e il come della vetta 500/600 milioni di fatturato raggiunti dalla Juventus. Quando si fa un analisi di un fatto, e qui più che a Cairo mi rivolgo al giornalista Vulpis, non si possono dimenticare tutti gli aspetti di cui quel fatto stesso è composto. Aveva il dovere di spiegare, Vulpis o TuttoSport in un altro articolo di commento ai dati enunciati, in che modo, nel corso degli anni, questo fatturato raggiunto dalla Juve, perno essenziale a garanzia del debito, sia stato realizzato. I favoritismi alla società bianconera, legali per carità, da parte delle istituzioni bancarie, sportive e politiche(comune di Torino) sono stati più che evidenti e hanno creato una situazione di pesante squilibrio finanziario nel calcio italiano. E quando un eterno secondo, De Laurentis, prova a porre il problema non lo si può zittire sciorinando dei numeri che, in quanto numeri, avrebbero avuto bisogno di una necessaria interpretazione più che un editoriale dal sapore di un osanna all’operato della Juve e di reprimenda alle capacità imprenditoriali del presidente del Napoli. E’ apparso evidente l’aver utilizzato quei numeri di fatturato come una clava sulla schiena del presidente napoletano, perché impari e stia al suo posto. Ognuno giunga alle conclusioni che creda, ma comprendo come tutti non possano essere David Walsh e il Sunday Times. Fra molti anni, a scorrere l’albo d’oro del Tour de France, si potrà notare come dal 1999 al 2005 il titolo del vincitore non sia stato attributo. E così i secondi avranno subito una seconda beffa, quella di essere giunti a ridosso del nulla e di aver partecipato ad una storia ufficialmente mai avvenuta, come se il Tour in quegli anni fosse andato inaspettatamente in vacanza. Nell’attesa della dura sanzione al Psg auspicata da Tebas (non sperateci troppo), c’è da augurarsi che qualcuno  difenda la nostra storia, la storia delle nostre umane fatiche e delle nostre umane speranze, e che racconti la storia di come i secondi vissero nonostante tutto. Ha scritto GK Chesterton: “il giornalismo consiste principalmente nel dire “Lord Jones è morto” a persone che non hanno mai saputo che Lord Jones fosse vivo”. Che grande e necessaria responsabilità, se ci pensate.


Anthony Weatherhill, originario di Manchester e nipote dello storico coach Matt Busby, si occupa da tempo di politica sportiva. È il vero ideatore della Tessera del Tifoso, poi arrivata in Italia sulla base di tutt’altri presupposti e intendimenti.

11 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

  1. granatadellabassa - 6 mesi fa

    Anthony ha ragione quando dice che il problema juve non sono i debiti ma le agevolazioni creditizie, arbitrali e politiche ricevute. Ma Cairo che può fare? Niente. Cosa hanno fatto i cittadini torinesi o i politici riguardo la questione stadio? O la stampa? Se non si muovono loro chi dovrebbe / potrebbe farlo?

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  2. Michele Nicastri - 6 mesi fa

    Alex Zulle, Jan Ulrich, Josepa Beloki, Andreas Kloden, Ivan Basso??
    Danneggiati? No, dopati quanto o forse più di Armstrong.
    Qualcuno si è accollato la fatica di rispolverare i campioni ematici di uno di quei Tour e rianalizzarli con le tecnologie attuali. Risultato: il primo “pulito” era il settimo…

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  3. prawda - 6 mesi fa

    Trovo errato mettere sullo stesso piano chi si dopa alterando le proprie reali capacita’ fisiche e chi riceve sponsorizzazioni che la Uefa ritiene eccessive e non commisurate ai valori di mercato. Tra l’altro per restare al doping fisico praticamente tutti quelli indicati secondi dietro ad Armstrong sono stati a loro volta condannati per doping. Suona decisamente stonata anche la frase di Tebas che sembra dimenticare che il FPF e’ entrato in scena a seguito anche di campagne acquisti faraoniche e folli condotte soprattutto dal Real Madrid. In realta’ il Flair Play Finanziario che partiva da un presupposto corretto cioe’ di non permettere di contrarre debiti che non si era in grado di coprire, ha finito per ingessare la situazione, consentendo a chi era ricco di diventarlo sempre di piu’ ed aumentando le distanze tra i vari club in modo sempre piu’ significativo. Questo e’ in gran parte dovuto alla ripartizione dei proventi della Champions League che sono stati la vera ragione della spaccatura e della perdita di competitivita’ nei vari campionati nazionali: e’ il caso dei gobbi che hanno beneficiato e continuano a benficiare di una entrata che tra diritti, premi e botteghino significa oltre 150M ogni anno e che inevitabilmente finisce per creare un solco incolmabile con le altre squadre. Il PSG e’ messo sotto accusa dalla Fifa non per debiti ma perche’ la sponsorizzazione che riceverebbe dal Qatar sarebbe non commisurata, peraltro la Uefa non ha mai indicato una cifra oltre la quale le sponsorizzazioni tra parti correlate sarebbero eccessive. Dall’altra parte le squadre inglesi beneficiano di diritti televisivi che consentono alla Premier di incassare tre volte di piu’ rispetto alla Liga Spagnola, quasi quattro volte rispetto alla serie a e cinque volte rispetto al campionato tedesco, anche questo e’ doping finanziario. Io credo che se l’obiettivo e’ quello di creare dei campionati finaziariamente sostenibili ma soprattutto avvincenti da un punto di vista sportivo con maggiore equilibrio e con maggiori possibilita’ di vittoria per tutti, la strada intrapresa vada esattamente nella direzione opposta, ma per cambiarla e per tornare a vedere un campionato non deciso gia’ a settembre e non vale solo in Italia, occorrerebbe cambiare radicalmente e profondamente le regole, occorrerebbe che l’Uefa ripartisca i proventi in modo drasticamente diverso, stabilendo per esempio importi massimi che un club puo’ ricevere. Per finire sui gobbi, le cifre date da Tuttosport sono ovviamente quelle che fanno comodo e sono parziali, l’indebitamento e’ notevole, superiore in rapporto con i ricavi a quello di Real Madrid e Barcellona che non sono proprio un modello di virtuosita’ ed e’ sostenibile solo attraverso la costante partecipazione alla Champions League ed ai proventi che consente di incassare. Pero’ va dato atto ai gobbi che seppur grazie a favoritismi di politica e finanza hanno investito e facendolo hanno dovuto sostenere bilanci pesantemente chiusi in rosso, semmai andrebbe rimarcato che se ci fosse chi lo volesse fare oggi, non potrebbe attuare le medesime scelte per via dei cambiamenti imposti dal FPF.

    Rispondi Mi piace Non mi piace
    1. turin - 6 mesi fa

      abrham olano, wladimir belli, daniele nsrdello, fernando escartin, francisco mancebo, igor gonzalez de galdeano, francois simon, Carlos sastre, Georg totsschnig, jose azevebo, oscar pereiro, cadel Evans. questi alcuni nomi di corridori mai sfiorati da accuse di doping è giunti a ridosso “a ridosso a coloro che hanno usufruito di trucchi contabili o chimici”(è evidente, da questa frase, che per ridosso non si intenda semplicemente il secondo in classifica. Come appare ancora più evidenti che il concetto di eterni secondi è una metafora che include tutta una categoria di persone e non, ripeto, i secondi sul podio). Amo il ciclismo e lo seguo con passione da tanti anni e se i corridori sopracitati non avessero dovuto gareggiare contro chi giocava sporco, avrebbero ottenuto molti più titoli e molti più onori.
      “va dato atto ai gobbi che seppur a favoritismi di politica e finanza hanno investito”. Questa frase che hai scritto si commenta, purtroppo, da sola.

      Rispondi Mi piace Non mi piace
      1. prawda - 6 mesi fa

        Solo che l’autore dell’articolo ha scritto Alex Zulle, Jan Ulrich o Ivan Basso che sono stati tutti condannati per doping e tra l’altro molti dei ciclisti che nomini sono stati coinvolti o implicati in operazioni antidoping come Abrham Olano e’ stato inserito tra chi avrebbe fatto uso di EPO, Francisco Mancebo ha fallito test antidoping ed e’ stato escluso dalla partecipazione al Tour, stessa cosa per Igor Gonzalez de Galdeano e potrei continuare. Vado a memoria ma mi pare di ricordare un articolo in cui si scriveva che nei tour de France vinti da Armstrong tutti i primi cinque in classifica erano stati coinvolti in scandali per doping, se ne salvava solo uno di cui non ricordo il nome. Sicuramente vi sono ciclisti puliti e sono stati danneggiati da chi ha fatto uso di sostanze vietate ma quello che ho scritto e’ che ritengo il doping fisico non paragonabile all’eventuale doping finanziario. Per quanto riguarda i gobbi, sono agli antipodi delle mie idee e mi pare di averlo scritto in modo molto chiaro ma non si puo’ nemmeno negare quello che dicono i numeri, sarebbe da disonesti, si finirebbe per assomigliargli.

        Rispondi Mi piace Non mi piace
        1. André - 6 mesi fa

          Aggiungo la mia da ex ciclista (ho corso fino ai dilettanti). Senza far nomi, perché molti li conoscerete di sicuro, di doping nel ciclismo ne ho visto fin da quando avevo 14 anni. Non mi sono mai dopato, ne mai utilizzato il doping legale (portare il ferro a 300 o più per esempio). Risultato: mai vinto nulla e sputato sangue sempre. “Pinco pallino é dopato ma sono tutti dopati. Se nessuno si dopasse Pinco pallino vincerebbe ugualmente”. Cazzate! Che Pinco pallino cominci a non prendere nulla e poi vediamo. Sicuramente non ero molto forte ma non mi sono mai ritrovato in una competizione davvero pulita, altrimenti una volta ogni tanto un terzo posto l’avrei fatto:) aggiungo che esiste un primo perché c’é un secondo e cosí via. Poi bisogna dire che il ciclismo é preso di mira. Io a 14 anni, dopo lo scandalo festina, facevo prelievi sangue e urine dal medico tutti i mesi, per l’FCI. Sono stato pure fermato perché avevo i reticolociti elevati quindi sensibile di assumere Epo..eh già spendo 3.000 euro per una cura di Epo e mi tengo l’anemia, quando basterebbe na flebo di ferro che é legale. Il problema stà nella lealtà sportiva, sia doping o farplay finanziario o simulare un rigore. Scusate il post lungo, ma volevo solo scrivere la mia testimonianza.

          Rispondi Mi piace Non mi piace
  4. BACIGALUPO1967 - 6 mesi fa

    Chi ci ridarà tanto per restare al campionato in corso le emozioni del rigore non dato a Belotti nell’ultimo derby? Rigore non dato chiaramente per la sudditanza psicologica che la classe arbitrale ha nei loro confronti.
    Anche questo è doping!!
    Fvcg

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  5. user-13963758 - 6 mesi fa

    condivido tutto. ma ci sono due aspetti che non mi convincono: 1. molti dei secondi dietro Armstrong erano dopati quanto lui – 2. delaurentis è un mafioso, che (vedi acquisto bari) eviterei di contrapporre agli ovini quale esempio di moralità e onestà.

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  6. user-13967438 - 6 mesi fa

    Già..

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  7. user-13967438 - 6 mesi fa

    Già… ma per restare in Italia, perché il sistema che non punisce gli ultimi dovrebbe preoccuparsi di dire fai attenzione (adombrare il bastone contro chi comanda in Italia è moralmente disdicevole nell’etica nazionale) nei confronti del primo?
    In attesa che gli altri facciano la rivoluzione e si possa saltare sul loro carro, se riescono a compierla, tanti cari auguri dall’ombra fresca delle fronde di un fico.

    Papillon

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  8. Toro88 - 6 mesi fa

    Come al solito il n.1

    Rispondi Mi piace Non mi piace

Recupera Password

accettazione privacy