Ritornare alla vita

Ritornare alla vita

Loquor / Torna la rubrica di Anthony Weatherill: “Se questa operazione dovesse trovare un suo triste compimento, si spalancherebbe davanti alle generazioni future un mondo molto più simile ad un inferno dantesco, che ad una meraviglia del Creato”.

di Anthony Weatherill

“I vini rallegrano gli animi,
e scacciano gli affanni”.
Leone XIII

“I poveri li avete sempre con voi”, dice Gesù, citando una frase dal Deuteronomio evidentemente a lui cara, in occasione di una cena a Betania a sei giorni dalla Pasqua. Siamo di fronte ad una delle frasi più controverse presenti nel Vangelo, e pone la questione delle questioni ad ogni credente che vive in qualsiasi contesto sociale di ogni tempo. La povertà come accompagno ineluttabile del destino dell’uomo, costringe il cristiano, o chi è cresciuto in una cultura cristiana, al disvelamento delle proprie intenzioni rispetto al mondo che lo circonda, e che a tratti lo assedia. Nel Deuteronomio, che è l’ultimo libro della “Torah” e cuore della scrittura ebraica, si afferma come ogni sette anni occorra condonare al proprio fratello il debito, perché non è possibile lasciare che la povertà si perpetui. Significherebbe, per gli ebrei, tornare in Egitto in condizioni di schiavitù. Sempre nel Deuteronomio si esorta a comprendere come nella terra a noi affidata non è permesso che i poveri siano poveri per sempre, perché la cronicità della povertà rende disumana la convivenza. Secondo il cuore della scrittura ebraica, se il ricco avesse un occhio cattivo, cioè avaro, verso il fratello bisognoso il peccato sarebbe su di lui. Ne discende, per il buon andamento delle cose, che se un tuo fratello muore di fame, anche tu devi rimetterci qualcosa. Questo per non lasciare dominare il peccato, ovvero l’errore. È un’acuta sottigliezza, ma non c’erano dubbi, il riferimento di Gesù è a questo passaggio del Deuteronomio. Egli preconizza il pericolo nascosto negli sviluppi socio/economici dei secoli a venire; e avverte: non si può davvero pensare di approfittare di una situazione di forza per sempre, perché l’errore costringerebbe le cose a mutare. A volte anche in modo violento, come Hegel e Marx sottolineeranno in momenti successivi.

La partita più bella

Sono giorni in cui si parla di ripartenza della Serie A di calcio, questione che sta facendo storcere il naso a molti, in una curiosa emersione di voglia di lapidare un mondo, quello del calcio, in questi ultimi decenni sordo alle esigenze di tutta la gente, i tifosi, interessati al gioco più che allo scalare vette sempre più vertiginose dei ricavi dei protagonisti del mondo dorato del pallone. Protagonisti, sia chiaro, da non rintracciarsi solo nei giocatori, ma anche in tutte quelle figure professionali e componenti produttive di cui il settore calcio è composto. In questi anni soldi hanno chiamato soldi, facendo arricchire una piccola porzione di persone e realtà aziendali, completamente immemori delle esigenze del “fratello” con nessuna possibilità di partecipare alla grande torta degli introiti ricavati dal gioco. Dubito che Mino Raiola conosca il Deuteronomio, e soprattutto il senso del limite; quindi appare quasi logico come il potente procuratore di origine italiana non si sia mai posto il problema del condonare un qualsiasi debito al fratello. Chissà perché si ritiene come la fortuna smodata ricevuta dalla vita, sia una sorta di merito esclusivo da ascriversi ai propri talenti, e quindi come non ci sia nessun obbligo da ottemperare verso coloro più sfortunati. Il “plus valore” di cui parla Marx non è da dividersi assolutamente con nessuno; nemmeno una piccola porzione di esso. Eppure i poveri, volendo estendere il concetto al quale Gesù si è riferito, sono tutti coloro nella condizione di secondi, sono coloro a permettere ai primi di essere primi. La tentazione, specie in momenti di grave crisi come quella attuale, è sempre quella di approfittare una posizione di vantaggio, per diventare sempre più dominanti.

Quel che Maxi Lopez non ha capito

Ed è questo il vero rischio a fare capolino sulle nostre esistenze, sul destino del mondo. Perché, a lungo andare, questo divario di progressivo allargamento della forbice tra primi e secondi potrebbe generare conflitti violenti ed insanabili. Leone XIII, nella “Rerum Novarum”, l’enciclica forse più “sociale” della storia della Chiesa Cattolica, ricorda a tutti come “la concordia fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto non può dare che confusione e barbarie”. Ed è, a mio avviso, proprio la barbarie a dover preoccupare più, e questo timore dovrebbe essere condiviso proprio dagli uomini di sport. Nel suo soddisfare gli uomini nella loro ansia di competere, lo sport cerca di condurre la competizione all’armonia che trascende e regala bellezza. Lo sport insegna la vittoria non come dominio sul secondo, ma come stimolo a quest’ultimo a lavorare per migliorarsi. È l’etica che si sostanzia, sottolineando come nessun uomo sia un’isola, ma solo una felice ed irripetibile particella di un Creato a cui abbiamo da tempo smesso di pensare come nostro destino. E quando si smette di pensare ad un sole che sorge ogni mattina sui primi come sui secondi, ecco il monito del Deuteronomio tornare a palesarsi davanti ai nostri occhi: bisogna non arrendersi di fronte alla miseria e alla povertà degli affamati. Le autorità di ogni campo, compreso quelle sportive, stanno dimostrando, agl’occhi dei secondi, di essersi da tempo arrese di fronte alle esigenze della finanza, convintasi della necessità del dominio per le sue esigenze di accumulo. E se la finanza, come in tutta evidenza ha fatto, perverte il calcio attraverso il dominio, ecco come tra la gente la repulsa, e finanche l’odio, si fa largo, trasformando l’amore di generazioni per uno sport, in indifferenza conclamata. Bisogna fare attenzione, perché le vicende del Covid-19 stanno allontanando sempre di più le persone dalla vita, sta proliferando un’anomia sociale dal potere di far perdere la voglia di partecipare alla vita anche come secondi.

Oltre il Covid-19. Oltre la paura

Se questa operazione dovesse trovare un suo triste compimento, si spalancherebbe davanti alle generazioni future un mondo molto più simile ad un inferno dantesco, che ad una meraviglia del Creato. Alcuni illuminati imprenditori italiani si stanno rendendo conto di ciò e, seguendo le orme della lezione solidaristica di Adriano Olivetti, si preoccupano dello stato dell’arte dei loro dipendenti, e persino di tutto il mondo circostante. Renzo Rosso, il patron del marchio “Diesel”, è impegnato ad organizzare una resistenza degli imprenditori, anche quelli più piccoli, per cercare di provocare una reazione positiva alla crisi. “Esiste una filiera di piccoli artigiani – ha detto l’imprenditore veneto – nel retrobottega dell’industria tessile. Un patrimonio dell’artigianato italiano, tramandato da padre in figlio, da difendere assolutamente. Un patrimonio fatto di persone”. Deve pensarla così anche Moira Mazzantini, capo della “Tna”, la più importante agenzia di spettacolo italiana, che ha messo mano al suo portafoglio per integrare la cassa integrazione dei suoi dipendenti. Diego Della Valle ha donato una cifra considerevole da destinare alle famiglie di Capri economicamente più in difficoltà a causa della pandemia. Un luogo, Capri, considerato dall’imprenditore marchigiano alla stessa stregua della sua famiglia. L’intenzione è sempre la stessa: non deprimere e non disperdere un patrimonio di esperienze lavorative. Il re del cachemire italiano, Brunello Cucinelli, ha deciso di non licenziare nessuno e di mantenere per tutti lo stesso stipendio anche nel periodo di chiusura. Lo scopo è stato quella di tornare presto a lavorare, e sul primo giorno del ritorno a lavoro a Solomeo, ha dichiarato: “mi sono commosso”. L’imprenditore umbro ha ricordato il mattino dopo di una terribile grandinata che aveva distrutto tutto il raccolto di famiglia, in cui un vicino contadino bussò alla porta di suo nonno per prestargli venti balle di grano.

Quanto vale la libertà?

Arriva un momento in cui bisogna condividere le sorti del mondo, arriva il giorno in cui bisogna mettersi in piedi e provare a cambiare la storia. Non perché non esistano più primi e secondi, ma perché l’armonia torni a regnare tra vincitori e sconfitti. È triste come le società di calcio e le emittenti tv, nel riparlare di una possibile ripresa del campionato, non abbiamo minimamente pensato di interpellare quelli che ormai sono stati relegati come secondi del calcio: i tifosi. Trovare una soluzione condivisa non sarebbe stato così male. I potenti del calcio hanno sprecato l’ennesima occasione per riavvicinarsi alla gente. Temo se ne pagheranno pesanti conseguenze. Da lunedì tutta l’Italia tornerà a lavoro, e tutti dovranno affrontare problemi così gravosi, da rendere spaventosa ogni visione di futuro. L’augurio è quello che noi tutti si possa comprendere come il destino sia comune, e come solo collaborando tra le parti, anche creativamente, si possa uscire da questa triste situazione. Perché sta scritto che “il Destino è buono”, come aiuta a ricordare una bella frase di don Luigi Ciotti: “donarsi agl’altri e scoprire negli altri un dono”. Forse ad alcuni sembrerà una frase troppo semplice, ma il segreto dell’esistenza sta proprio nella semplicità. Che la vita sia con noi, e in noi.

(ha collaborato Carmelo Pennisi)


Anthony Weatherhill, originario di Manchester e nipote dello storico coach Matt Busby, si occupa da tempo di politica sportiva. E’ il vero ideatore della Tessera del Tifoso, poi arrivata in Italia sulla base di tutt’altri presupposti e intendimenti.

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  1. Dr Bobetti - 4 mesi fa

    Grazie Mr Weatherill, un bellissimo e profondo articolo che attinge a piene mani da uno dei libri più affascinanti che esistano che è la Bibbia (lo dico in senso ateo). Sconcerti ha detto qualche tempo fa che non perdonerà mai al calcio l’abbandono dei sentimenti, io sono profondamente con questo pensiero così come con quello che hai espresso (mi permetto di darti del tu…); il non aver concertato una soluzione comune che fosse anche occasione di rinnovo di un mondo profondamente incancrenito e marcio, il non aver ascoltato per nulla i tifosi pensando solo ai soldi…. un errore madornale che si rifletterà pesantemente sul ‘prodotto calcio’ che poi resta uno sport e resta soprattutto divertimento ed intrattenimento. E che se non piace più tanto viene abbassato di priorità.

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  2. MimmoBG - 4 mesi fa

    Mah, io credo che per le società di calcio i tifosi che contano di più sono quelli davanti alla tv e non sulle tribune dello stadio ed è per questo che le società non se ne preoccupano affatto. L’introito del botteghino è importante ma perdita sopportabile, lo è di più la tv che regge i cordoni della seria A

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  3. Granata - 4 mesi fa

    Articolo che dà diversi spunti di riflessione. Più leggevo di Gesù, Deuteronomio come concetti accostati al mondo del calcio e più pensavo e penso all’antagonista, al satan ( che in ebraico significa avversario e non è un nome proprio. Diventa nome proprio per un errore di traduzione dai testi e per contaminazione del pensiero greco … ). Dicevo, Weatherill scrive di Gesù e Raiola io penso a Lucifero associato ai gobbi, ai procuratori a chi dirige il baraccone per cui non posso , nell’immediato, pensare bene. Grazie sig. Weatherill

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  4. ninjiagranata - 4 mesi fa

    Grazie Mr Weatherill bel articolo , come lo sono sempre i suoi , ma il problema dell essere umano è che purtroppo ha la memoria labile e tende a dimenticare che la Storia è ciclica e pensando d essere onnisciente crede di poter gestire tutto . Visto e considerato che così non è si ha la tendendenza a ” chiudere le stalle quando le vacche sono scappate ” e questo in tutti i campi ( politici , sportivi , artistici etc etc ) ora quello che spero è che sto maledetto virus , porti in dote una miglioria ed una revisione delle cose che ora coma ora si stanno dimostrando sbagliate , ci credo poco perché come gia detto l uomo ha poca memoria , per quello che riguarda il calcio le tifoserie si sono già espresse ma dalla torre d avorio no ascoltano , auguri

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  5. NEss - 4 mesi fa

    L’editoriale tocca temi interessanti. Uno in particolare mi sta particolarmente a cuore, seppur solo sfiorato qui: arrivare secondi… e rispettarlo.

    Fare sport, nella mia mente, non e’ arrivare al traguardo mano nella mano. E’ dare il massimo per battere prima di tutto te stesso, e poi l’avversario. E se arrivi secondo va bene lo stesso, l’importante e’ aver dato tutto.
    In California va (andava?) di moda non tenere il punteggio delle partite di calcio tra bambini, in modo da non far sentire male chi perde. Lo trovo assurdo; giochi, se vinci bene e se perdi bene lo stesso. Nessuna vergogna.
    E il primo, almeno nello sport che ho fatto io, era sempre pronto ad aiutare il secondo. Non c’erano in palio i miliardi del calcio, certo, ma le medaglie olimpiche comunque si’.
    Oltretutto, e veniamo al calcio, salire tutti di livello aiuta a far crescere anche gli introiti dell’intero movimento. Mors tua vita mea va tanto di moda in serie A, e non solo ovviamente, ma non e’ necessariamente lungimirante. A meno che non si voglia buttare via la serie A e pensare solo a una ventina di grossi club europei. Modello che per certi versi potrebbe anche funzionare, come in USA, ma che sicuramente va contro un centinaio d’anni di tradizione.

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