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Sotto le Granate / Torna la rubrica di Maria Grazia Nemour: “Se con la Roma poteva essere un pareggio e con l’Inter una vittoria, tutti pronti davanti alla Spal, pronti a vivere un gran bel film“

di Maria Grazia Nemour

Domenica sera… uh che gran bel film ho visto al bar!

Una trama a fasi alterne, maniaco-depressiva, che neanche Kubrick avrebbe saputo immaginare.

La scenografia era quella del Colosseo milanese, un’arena che strepitava di urla nero-azzurre. Guardarsi intorno, con una maglia granata addosso, procurava una certa inquietudine.

Parte un primo tempo da brividi, genere horror. Scene raccapriccianti con profondi affondi dell’Inter alla gola del Toro. Un Torello che muggisce smarrito in campo, senza organizzare una difesa, meno che mai immaginare un’offesa. Rassegnato al macello, il Toro, sembra addirittura agevolare gli attacchi dell’Inter, quasi con l’idea di sacrificarsi al più presto e smettere di soffrire.

Nel bar qualcuno non resiste alle scene cruente del primo tempo e abbandona la sedia, se ne esce a fumare una sigaretta con la promessa che non tornerà più dentro.

Nello stesso istante, nei camerini di San Siro, Spalletti dice “buona la prima” e Mazzarri urla “qui, o si cambia copione, o si muore”.

Ed ecco che comincia il secondo tempo, va in scena tutto un altro film. Manca giusto Steve McQueen, per il resto, ognuno dei nostri interpreta alla perfezione la sua parte Toro.

Belotti condottiero gallico che sventola alta la cresta.

Iago che non si fa acchiappare da nessuno tranne che da Mazzarri, quando esce dal campo. Un abbraccio lungo e stretto, che avvolge Iago di futuroToro più di quanto qualsiasi parola pronunciata in conferenza stampa avrebbe mai potuto fare.

Meïté che interpreta alla perfezione il nostro nuovo centrocampo corazzato, dotato di armi ad alta precisioneQuelle che bucano e fan gol.

Ljajic che volteggia di pallone in pallone, e che quando al volo aggiunge sprazzi di colore fa sospirare, diventa una farfalla. E quanto ci affascina, a noi, il volo di una farfalla

Izzo che veste bene il costume da gladiatore – quello che nel primo tempo gli faceva un po’ difetto – e nell’arena si muove come tra la cucina e il salotto, è a casa.

Nkoulou che, tre il 45esimo e il 90esimo, si conferma Nkoulou, il calciatore che l’altr’anno ha vinto l’Oscar del Toro.

Sirigu cosciente che il portiere è il primo degli attaccanti e deve interpretare senza sbavature, spesso improvvisando, il suo intricato monologo.

Insomma, un grandissimo cast ad allestire un secondo tempo da vedere in piedi, perché la trama del gioco si fa addirittura epica, nel rappresentare la natura della lotta. La lotta, un concetto che nasce in testa come atto di volontà, si alimenta di passione con le cure del cuore ed esplode nel movimento delle gambe.

Se l’altra stagione il Toro determinato era quello del primo tempo, in questo agosto mostra la tendenza a esprimersi al meglio nel secondo. Ma che siano i quarti d’ora del primo o del secondo tempo poco importa, l’importante è che siano quarti d’ora granata.

Quando Iago è uscito dal campo, ho dato di gomito al mio vicino, dicendogli che già l’anno scorso era stato quello, il viso della vittoria del Toro a San Siro. Ma lui mi ha fatto notare che anche allora pareggiammo, non vincemmo. Strano, come i ricordi si prestino a farsi simili ai desideri, col passare del tempo. D’altra parte, anche quest’anno la trasferta Inter rilascia una sensazione di pienezza, che tiene a bada la fame di vittoria.

Se con la Roma poteva essere un pareggio e con l’Inter una vittoria, tutti pronti davanti alla Spal, pronti a vivere un gran bel film. A me non dispiacerebbe un’inquadratura larga sulla prateria piena di bisonti, sulla collina le sagomedi undici indiani granata, pronti alla caccia. Uh! Uh! Uh!

Vabbè la mia era solo una proposta da affiancare al 3-5-2, ma decida Mazzarri, lo sceneggiatore.

E poi chissà, magari domenica prossima si aggiungerà un nuovo interprete al film, Zaza, che dopo le discutibili parti che ha recitato in passato, ci dovrà convincere di meritare il palcoscenico che più di ogni altro sa far piangere e urlare e gioire, quello del Toro.


Mi sono laureata in fantascienze politiche non so più bene quando. In ufficio scrivo avvincenti relazioni a bilanci in dissesto e gozzoviglio nell’associazione “Brigate alimentari”. Collaboro con Shakespeare e ho pubblicato un paio di romanzi. I miei protagonisti sono sempre del Toro, così, tanto per complicargli un po’ la vita.

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  1. silviot64 - 10 mesi fa

    Epico. Spero ci sia almeno un pizzico di ben celata ironia nelle intenzioni dell’autrice, anche perché di calcio si parla. Su un punto concordo appieno: siamo molto spesso, troppo, e da molto tempo, troppo, la squadra del poteva essere.

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  2. Madama_granata - 10 mesi fa

    Bell’articolo. Un viaggio nella disamina tecnica di una partita, fatto su di un treno che viaggia sui binari della fantasia dell’autrice, tra la realtà e il sogno.
    Secondo me, l’unico giudizio non condivisibile, l’unica nota stonata: il paragonare Ljajic ad una “farfalla”.
    Io stimo molto Ljajic: mi piacciono certi suoi sprazzi di genio nell’incunearsi nelle difese avversarie, così come certi suoi lanci che, come lampi di luce, accendono il gioco dei compagni.
    Ma PARAGONARLO AD UNA “FARFALLA”, NO!
    LA “FARFALLA GRANATA” È STATA,E PER SEMPRE SARÀ, UNA SOLA: GIGI MERONI!

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  3. user-13758358 - 10 mesi fa

    bell’articolo. una segnalazione: è un po’ di tempo che gli articoli o hanno due parole attaccate o hanno le sillabe staccate. vedere frase su meitè x esempio
    mimmobg

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