Camolese: “Che soddisfazione rivedere il Torino in Europa…”

Camolese: “Che soddisfazione rivedere il Torino in Europa…”

Esclusiva TN / L’ex tecnico granata, ultimo ad aver assaggiato palcoscenici internazionali con l’Intertoto nel 2002: “Oggi in tanti puntano sul 3-5-2. Cerci? Sarebbe bello vederlo con Quagliarella, a breve capiremo”

di Marco De Rito, @marcoderito

Prima di Giampiero Ventura, è stato l’ultimo allenatore a far giocare il Torino nei palcoscenici europei… Giancarlo Camolese nel 2002 riuscì, con la sua squadra, ad accedere all’Intertoto ma l’esperienza europea per l’allenatore torinese non è stata fortunata. La sua squadra venne eliminata dal Villareal alla lotteria dei rigori. È ritornato a Torino nel 2009, a stagione praticamente conclusa ma non riuscì a salvare il Toro dalla Serie B. Ai nostri microfoni il “Camola” racconta le sue esperienze in granata, commentando anche il ritorno in Europa del Torino di adesso.

Camolese, lei è stato l’ultimo allenatore a far giocare il Toro in Europa. Che effetto le ha fatto rivedere la squadra granata in questi palcoscenici?

Purtroppo non l’ho vista, ho letto solo le cronache ma comunque è stato un bell’effetto.

Che ricordo ha di quell’Intertoto, perso solamente ai rigori a favore del Villareal?

Come adesso, anche all’epoca c’era la soddisfazione di aver riportato il Torino, dopo un po’ di tempo, a giocare in campi internazionali. C’era la voglia di fare bene però, a differenza del Toro di Cairo, le condizioni economiche non erano floride. La società cominciava già ad avere dei problemi a livello di soldi e non si poteva continuare a migliorare ma si cercava di sopravvivere.

Ci sono analogie fra quel suo Toro e la squadra di Ventura?

Si, ci sono delle analogie: la squadra di Ventura, come la nostra, è partita dalla Serie B e, facendo bene in A, è riuscita a qualificarsi per l’Europa. Le analogie però finiscono qui, il Toro di Cairo ha la possibilità di migliorarsi mentre nel Toro di Cimminelli la priorità era quella di salvarsi.

La preparazione anticipata potrebbe influire nel corso della stagione?

No, non credo che possa influire. Con l’esperienza di Ventura e il suo staff non ci saranno problemi poi, secondo me, deve prevalere la soddisfazione da parte del gruppo di essere tornato in Europa. Quello che si è visto ieri deve soltanto essere l’antipasto; poi le partite belle verranno più avanti. Nel mio Toro, come già detto, i problemi non erano certamente di questo di genere.

Cerci è, sicuramente, il valore aggiunto del Toro. Cosa ne pensa di un eventuale addio della stella granata?

Io credo che Cerci sa perfettamente cos’è il Toro e quello che gli può dare. Se è il giocatore che non vuole rimanere sarebbe controproducente tenerlo in squadra, a breve comunque penso che si saprà la sua decisione. Dal punto di vista tecnico, sarebbe bello vedere la coppia Quagliarella-Cerci.

Lei è stato uno dei grandi precursori del 3-5-2, modulo che Ventura lo sta utilizzando anche attualmente. Secondo lei è efficace nella situazione attuale?

Io penso che dodici anni fa, quando ero uno dei pochi ad applicarlo, la moda pendeva verso il 4-4-2 mentre adesso c’è un gruppo di allenatori che dà ai propri giocatori più possibilità di gioco. Ventura fa parte di questo gruppo, il tecnico granata ha fatto giocare la sua squadra con diversi moduli. Io sto dalla sua parte, secondo me non è fondamentale il modulo ma che si costruisca una squadra equilibrata. A me non sono mai piaciuti i colleghi che si puntano su un modulo e pensano che sia giusto solo quello, sono favorevole a quelli che adattano il sistema di gioco ai giocatori.

Con lei in panchina il Toro ha giocato l’ultimo derby storico, quello del 3-3. Secondo lei Glik e compagni, quest’anno, possono cercare di vincerne un’altro?

Il Torino ci proverà, come sempre, ma con una consapevolezza maggiore e con giocatori che possiedono più esperienza. È chiaro che le partite sono tutte difficili ma io sono convinto che arriverà il derby del Toro e la strada imboccata mi sembra quella giusta.

Cosa si ricorda di quella maledetta retrocessione nel 2009, in cui lei è subentrato a fine stagione?

In quello spezzone di stagione, ci è mancato certamente un pizzico di fortuna, ci sono state delle situazioni che hanno premiato il Bologna, che poi si è stata la squadra che si è salvata. Il calcio è, anche, questione di fortuna. Io ricordo che dopo l’impresa di vincere a Napoli, mentre rientravamo dagli spogliatoi, siamo venuti a conoscenza che il Bologna è riuscito a battere il Lecce al 93′ e con quel pari magari le cose potevano andare in modo diverso.

Cairo che obiettivo le aveva prefissato?

Con Cairo le cose erano state chiare sin dall’inizio, lo scopo era quello di fare il massimo e penso di esserci riuscito in una situazione già compromessa. Io sono riuscito a fare undici punti in dieci partite, media più alta dei miei predecessori. C’erano tanti infortuni e dovevamo incontrare tutte le big ma con un pizzico di fortuna in più ce la potavamo fare.

Quella è stata la sua ultima esperienza in granata. È stata la retrocessione a sancire il suo addio a Torino?

La mia permanenza a Torino non era legata alla salvezza, certo che per me era una sfida personale. Quando mi è arrivata quella proposta non potevo certo dire di no, per tutto quello che il Toro rappresenta per me; non ho pensato né a me, né al mio futuro ma alla grande possibilità che avevo di rendermi utile alla causa granata.

Attualmente è senza panchina, in futuro c’è possibilità che si risieda in panchina?

Io spero sempre di tornare ad allenare ma le situazioni non sono semplici e quindi se troverò una situazione che a me va bene accetterò. Continuerò con l’università e con Mediaset che comunque mi permettono di stare con a contatto con i giovani e di stare all’interno del mondo del calcio.

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