Toro: figlio unico di Torino

di PIERLUIGI MARENGO

Un secolo, cent’anni, milleduecento mesi, trentaseimilacinquecento giorni,
ottocentosettantaseimila ore, cinquantaduemilioni e cinquecentosessantamila minuti di Toro. Ecco cos’è quest’anno. Tanti anni, tanti mesi, tanti giorni, tante ore di passione pura… di gioia e rabbia, di felicità e dolore. Nessun’altra maglia calcistica…

di Redazione Toro News

di PIERLUIGI MARENGO

Un secolo, cent’anni, milleduecento mesi, trentaseimilacinquecento giorni,
ottocentosettantaseimila ore, cinquantaduemilioni e cinquecentosessantamila minuti di Toro. Ecco cos’è quest’anno. Tanti anni, tanti mesi, tanti giorni, tante ore di passione pura… di gioia e rabbia, di felicità e dolore. Nessun’altra maglia calcistica può vantare lacrime e sorrisi, dolore e gioia, rabbia e felicità come la nostra. In quel granata che colora le maglie vi è intriso il sapore salato della lacrima e del sudore; quel granata scuro è dato dal coagularsi del sangue storico; in quel granata si incorpora il dolce della felicità e della gioia.

Tutto si emana da quella maglia e dai suoi simboli più veri e più sacri: il Fila e Superga. Due simboli di vita e di morte che si perpetuano collettivamente da sempre e per sempre nella magia della Maratona e individualmente nel cuore di ogni tifoso. Cent’anni che iniziano con una serata di discussione tra pochi pionieri del calcio all’interno della camera sovrastante la birreria Vogts (oggi bar Norman) di piazza Solferino. Era la notte tra il 3 ed il 4 dicembre dell’anno di grazia 1906. Alle prime luci dell’alba, dopo l’ennesimo sigaro, dopo l’ennesima birra, dopo l’ennesima grappa, in quella camera si udì il vagito del neonato Toro. Il parto era avvenuto, il bimbo Toro era nato.

Qualcuno disse che quel bimbo in fasce era il fratellino di una bimba nata alcuni anni prima e ormai grandicella. Una bimba che vestiva di rosa e portava un nome latino che si ispirava alla gioventù. Balle, balle senza senso. Quel bimbo non aveva e non ha mai avuto in seguito fratelli e sorelle. Quel bimbo non aveva e non ha mai avuto in seguito cugini o cugine. Quel bimbo era l’unico figlio di Torino. Quella bimba in rosa era di altra famiglia, di altro casato, di altra stirpe, di altra cultura, di altra storia, di altra etnia. Nel suo casato mai fu simboleggiato il Toro rampante della storia torinese; nel suo nome mai vi fu il richiamo a Torino; nei suoi colori mai vi furono i colori di Torino. Quella bimba era semplicemente venuta alla luce a Torino da genitori di passaggio; quella bimba nacque abusivamente in Torino. Ed allora, ed è l’unica cosa su cui sono d’accordo con loro, ecco quanto giusto fosse il dire degli Agnelli e dei loro famigli: Torino deve avere una sola squadra. Certo… ma quella squadra è e non può che essere il Toro, unico figlio legittimo ed unico parto della città. Legittimo ed unico perché il solo a portare il nome della città e ad avere nel simbolo la storia della sua gente, discendente dei Galli Taurini che la crearono.

Concetti che da sempre fomentano rabbie e discussioni, concetti che si sono trasformati in slogan da stadio (“Torino siamo noi”), concetti che, però, nel centenario sono divenuti realtà. Un piede invisibile, forse uno di quei piedi divenuti abili e nobili sulla sacra erba del Fila, si è materializzato per un nanosecondo ed ha calciato, con precisione assoluta, il posteriore della gobba signora, scaraventandola nelle serie minori del calcio. Quel piede ha voluto dare giustizia alla città, togliendo di mezzo clandestine e abusive presenze che avrebbero disturbato il grande compleanno, il compleanno dell’unico suo figlio vero: il Toro. Sarà stato il piede di uno dei Martin, di Balonceri, di Libonatti, di uno degli immortali capeggiati da capitan Valentino, di Meroni, di Giorgio Ferrini o magari anche solo il piede grezzo di uno dei tanti tifosi torinesi degli anni passati… non lo sapremo mai e, comunque, non ci interessa saperlo. Ci basta il risultato.

Dopo cent’anni, da quella lontana notte trascorsa tra sigari e birre, oggi il Toro e la città sono la stessa cosa, sono un’unicità indissolubile senza altre abusive presenze. La città, nel calcio che conta, ha solo il Toro e solo il Toro, nel calcio che conta, rappresenta la città. Godiamoci amici questo compleanno… i nostri nipoti penseranno al bicentenario e, magari, il piede che da lassù calcerà nel posteriore l’abusiva signora gobba, per toglierla nuovamente dalla scena cittadina nel 2106, sarà di uno di noi… Nel luglio del 2005 hanno cercato di ucciderci, di farci sparire per sempre dalla storia del calcio, di catapultarci nell’inferno senza uscita del dilettantismo. Dietro quel disegno c’era forse il palazzo del potere economico locale, quel palazzo che non ha mai digerito la legittimità del Toro come unico figlio di Torino. Dietro quel disegno c’era forse l’invidia di molti per la nostra storia. Dietro quel disegno c’era forse l’arroganza di credere che nessuno in Torino avrebbe mosso un dito per salvare il Toro contro le superiori e potenti volontà assassine. Quel disegno morì però miseramente… senza riuscire nel nefasto intento.

Alcune persone, tra cui il sottoscritto, con gli amici Sergio Rodda, Gianni Bellino, Marco Cena e un manipolo di volontari della passione granata, guidati notte e giorno da Adriano Dal Farra, impedirono l’assassinio del Toro. Con il Lodo Petrucci, in una città dagli alti vertici disinteressati verso il Toro, quel piccolo gruppetto di tifosi raggiunse il miracolo di impedire la morte del Toro e rimise in piedi storia e squadra, passato e futuro. Oggi celebriamo il passato nella certezza del futuro. Per noi, che operammo per impedire l’assassinio del Toro dopo novantanove anni di storia, quest’anno è certamente il più bello tra i vissuti, perché di quella storia, della nostra storia, ci sentiamo, quanto meno per una microparte, protagonisti attivi e determinanti.

Grazie Toro, grazie per le gioie ed i dolori che ci hai dato e ci darai. Buon
compisecolo.

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