Dramma Lega Pro

La Lega Pro rischia di dimezzarsi o addirittura di scomparire. Appena due anni dopo aver assunto un nuovo, altisonante nome, che doveva attirare sponsor ed evitare che fosse vista come una “terza serie”, ecco che la categoria sta diventando il “quarto mondo” del calcio italiano (altro che terzo), e che i bei vecchi tempi della Serie C che si autofinanziava con botteghini e vendita di talenti vengono rimpianti.
di Redazione Toro News
La Lega Pro rischia di dimezzarsi o addirittura di scomparire. Appena due anni dopo aver assunto un nuovo, altisonante nome, che doveva attirare sponsor ed evitare che fosse vista come una “terza serie”, ecco che la categoria sta diventando il “quarto mondo” del calcio italiano (altro che terzo), e che i bei vecchi tempi della Serie C che si autofinanziava con botteghini e vendita di talenti vengono rimpianti.
Rischia di dimezzarsi, perché le società che non hanno presentato la documentazione in regola per l’iscrizione al campionato sono decine; rischia di scomparire, perché tali club in difficoltà sono così tanti, che qualcuno pensa sia addirittura il caso di accorpare Prima e Seconda Divisione in un corpo unico che sia l’ultimo livello del professionismo in Italia, e che “professionistico” sia davvero, non come oggi è buona parte della ex Serie C2 che vede molte realtà che ne hanno solo la qualifica ma che, nei fatti, sono puramente dilettantesche.

Le spese sono tante, quasi impossibile far fronte, per molte di loro, al triplo esame cui sono sottoposte per poter partecipare alla prossima stagione: quello economico della Covisoc (fallito da molte), quindi la Commissione criteri infrastrutturali e la Commissione criteri organizzativi. Davvero troppo. Il presidente Mario Macalli attraversa una tempesta non prevista nelle sue propozioni; e forse, il non aver saputo intuire l’entità del dramma è una colpa, e non solo un colpo a tradimento tra capo e collo.

 In otto, finora, non hanno nemmeno presentato domanda e sono scomparse: Gallipoli, Mantova, Perugia e Rimini in Prima Divisione; Itala San Marco, Monopoli, Pescina e Scafatese, in Seconda.
L’elenco delle società a rischio è spaventoso: Arezzo, Cavese, Cremonese, Figline, Foggia, Real Marcianise, Salernitana, Spal, Triestina, Viareggio, e poi ancora (in Seconda) Alghero, Cassino, Chieti, Fondi, Gavorrano, Legnano, Manfredonia, Olbia, Paganese, Potenza, Prato, Pro Vasto, Pro Vercelli, Sangiovannese, Villacidrese.

Qualcuno si chiede se questo non sia uno dei primi, più forti sintomi di un sistema al collasso, quello che molti tifosi definiscono con disprezzo il “calcio moderno”, quello delle pay-tv che regalano cifre spaventose a poche e non lasciano, a tante altre, nemmeno le briciole necessarie per poter partecipare, per poter giocare con tutte le altre. Nel momento in cui la NBA, il campionato delle stelle per antonomasia, chiede di tagliare gli stipendi a giocatori cui già è imposto il salary-cap, non sarebbe forse il caso di ripensare il calcio partendo proprio dal basso, dalla Serie C (chiamiamola così, visto che parliamo di un ritorno ad un passato migliore), da una base sempre prolifica -quale era quella italiana- formata da una parte dai vivai e dall’altra da tifoserie numerose e stadi pieni?

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