Un concerto d’orgoglio

L’ispirazione è attimo che trafigge la storia, ferma il tempo, lo estrapola e lo ricrea. In uno stadio metafisico l’erba verde profuma di noi, di Toro, nel centro un palco granata, lì, illuminato a giorno con luci fantastiche e vive, troneggia un candido pianoforte, il pianista sorride e ringrazia, migliaia di bandiere sventolano, applausi, poi, gradualmente, si placano i rumori, un silenzio irreale cala nello stadio,…

di Ermanno Eandi

L’ispirazione è attimo che trafigge la storia, ferma il tempo, lo estrapola e lo ricrea. In uno stadio metafisico l’erba verde profuma di noi, di Toro, nel centro un palco granata, lì, illuminato a giorno con luci fantastiche e vive, troneggia un candido pianoforte, il pianista sorride e ringrazia, migliaia di bandiere sventolano, applausi, poi, gradualmente, si placano i rumori, un silenzio irreale cala nello stadio, il concerto ha inizio. La tastiera ha cento tasti, ognuno ha una nota diversa, il suo profumo, come ogni anno del Torino Calcio, il pianista della storia, comincia a danzare con le dita.
I primi suoni sono brusii di birreria del primo novecento, nomi stranieri d’accento svizzero, di quando il campo era sogno d’erba in uno spiazzo e il football una bolla d’aria e di energia racchiusa in una sfera di cuoio cucita lanciata con calci futuristi verso il progresso. Ora le note sono cupe e aggressive hanno il colore del Piave, l’acido stridulo di Caporetto e, infine, l’inno di gioia di Vittorio Veneto.
Dopo la bellica parentesi, le dita corrono e suono l’ode al trio delle meraviglie, le funamboliche alchimie di Libonatti, il potente vigore di Rossetti e la determinatezza di Balonceri. Una cascata di note amare per uno scudetto svanito e la gioia di due stemmi tricolore sul petto.
La musica diventa orrore, note a mitraglia, rappresaglia di biscrome, una guerra nella guerra, urla di morte in una Italia dilaniata tra il rosso, il nero e il tedesco…. E infine la quiete. Come puledri eroici entrano nel Filadelfia e inizia il preludio degli dei, la leggenda ha inizio, al ritmo della Cavalcata Delle Valkirie il Grande Torino illumina il calcio mondiale, vince sempre e ovunque, simbolo di una Italia che rinasce in un mondo diverso.
Un nostalgico fado ci porta a Lisbona, poi la musica si interrompe… non c’è suono quel giorno, non c’è Toro quel giorno, solo relitti e ricordi, divorati dalla nebbia, fermi nel tempo, i loro nomi marchiati nella mente di tutti, un lento consumarsi di lacrime, dopobarba al vetriolo sul volto dei granata, una data: quattro maggio millenovecentoquarantanove.
Dopo il requiem, riprendono le note della ricostruzione, la marcia è cadenzata dal Bolero di Ravel c il tempo si snoda tra serie cadetta e speranze e la gioiosa tranquillità in classifica della Moldava di Smetana.
E poi, ragazzi, il ritmo!
Arriva lui! Un atipico lariano, con il cuore in un tiro a segno, il pennello in una mano e una gallina al guinzaglio: Gigi Meroni, ye-ye! I Beatles, i Rolling Stones, la rabbia e la ribellione di un ’68 in divenire, le dita del pianista diventano farfalle che planano sui tasti, il boom economico, Nereo Rocco ed Edmondo Fabbri. Poi la farfalla chiude le ali in una sera d’autunno, l’ultimo palpito sul duro cemento e infine un volo nell’immenso.
La musica lentamente diventa eroica, un lombardo con il corpo da gladiatore e il furore celtico distrugge le difese avverse, è Paolo Pulici salta alza i pugni, la Maratona lo inghiotte e i suoi goal diventano cibo sacro dei tifosi granata, rapiti dall’estasi delle toccate e fughe di Claudio Sala, il polifonico canto del centro campo, la gagliarda guida di Gigi Radice e il giaguaresco ruggito del portiere.
Nel 1976, gli eroi di Superga abbracciano i nuovi guerrieri in sogno di gloria.
Anni di piombo e musica dodecafonica, il toro beve il calice della retrocessione e riemerge con rabbia.
I ricordi mulinano trascinati dal vento d’Olanda, fino ad una notte, quella notte, ad Amsterdam,
nelle orecchie la sorda traversa di Sordo, pali ed emozioni, una coppa bruciata tra una sedia elevata e un pallone indifferente ai nostri vagiti che non sa di essere responsabile di una ingiustizia.
E infine siamo qui, con la fede nei polmoni e il Toro in mezzo ai denti, seduti su un forziere di gloria e in mano la sabbia di ciò che eravamo o avremmo potuto essere, come un aborigeno colpito dal suo stesso boomerang, incapaci di gestire il nostro futuro e spesso vittime del nostro passato.
Cent’anni in un giorno, gli applausi, il concerto è finito, la storia del Toro continua.
Noi, eroi con il corpo da pigmei a latrare nel mondo delle multinazionali del calcio, con un vessillo granata come unica meta, per sorridere, per non arrenderci, perché è bello essere del Toro: ora e per sempre!

 

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