Il Toro, il calciomercato e gli ultimi anni ‘30

Vej Turin / Vittorio Pozzo, les Enfants Terribles e l’isteria politica delle leggi razziali

di Redazione Toro News

Al Commissario Unico Vittorio Pozzo il Torino degli Enfants Terribles non piacque mai troppo. E lo si evince chiaramente dalla rarità delle convocazioni granata in Nazionale negli anni ’30, nonostante alcune stagioni felici e piazzamenti più che dignitosi. Il vecchio alpino regalò poche presenze sparute, di poco peso, a qualche granata ma quando si trattò di selezionare la squadra per i campionati del mondo 1938 nessun giocatore del Torino venne convocato.
I fatti diedero ragione al commissario, che bissò il titolo mondiale a Parigi, con una Nazionale inizialmente avversata da molti – per motivi politici – ma capace di conquistarsi l’interesse internazionale partita dopo partita, con la forza del gioco e dei risultati. Certamente alcune scelte di immagine (il saluto romano o la seconda maglia di colore nero) non giovarono particolarmente agli azzurri ma dopo il trionfo finale furono in pochi a non applaudire.
L’isterismo politico che accompagnò, a volte strisciante altre volte più marcato, la competizione iridata era il termometro, allarmante, di un’Europa votata all’abisso. Nell’aprile del 1938, pochi mesi prima del mondiale, al Prater di Vienna si giocò la partita che celebrò la “riunificazione” tra tedeschi e austriaci. Dopo l’annessione nazista dell’Austria, infatti, il Wunderteam venne accorpato alla nazionale tedesca e il suo capitano, Sindelar, che dal campo si rifiutò di salutare con il braccio teso le nuove autorità tedesche (e per questo assurto a simbolo di una resistenza passiva e silenziosa al regime hitleriano) sarebbe stato trovato morto qualche mese dopo, in circostanze mai chiarite.
Sempre nel 1938, in Italia, le leggi razziali, provocarono un terremoto in tutta la società, mondo del calcio compreso. Il Torino, per la stagione 1938-39, decise infatti di avvalersi in panchina dell’apporto di Ernst Egri Erbstein, ebreo ungherese autore del fenomeno Lucchese. Alla guida dei rossoneri toscani Erbstein riuscì infatti nel triplo salto dalla C alla A, dove s’impose all’attenzione generale conquistando ottimi piazzamenti (tra cui un settimo posto). Ratificate le leggi razziali, l’allenatore dovrà lasciare la panchina, ma aiutato dal Torino continuerà a muoversi e a tirare le fila da dietro le quinte. Una “clandestinità” durata fino al 1945.
Il calciomercato portò in granata Aldo Olivieri, portiere neocampione del mondo, Walter “Lalo” Petron (che sarà ucciso da una scheggia nella sua Padova durante gli ultimi mesi di guerra) e Giovanni Gaddoni. Quest’ultimo, centravanti in forza al Piacenza, venne scovato da Erbstein nella città emiliana. L’allenatore ungherese vi si trovò bloccato per un guasto ferroviario (in barba alla leggenda per cui “quando c’era lui i treni arrivavano in orario”) che lo costrinse a cercare un diversivo per ingannare il tempo. Seguì un allenamento del Piacenza e individuato Gaddoni scese a bordo campo e gli propose di firmare per il Toro. L’attaccante, dapprima stranito, (ricorderà in seguito che fino ad allora non aveva neppure assistito a una partita di Serie A, figuriamoci giocarci) firmò e si trasferì sotto la Mole.
Non solo ingaggi, però: la stagione 1938-39 vide anche qualche addio e qualche arrivederci. Fu il caso di due grandi protagonisti granata degli anni ’30: Ellena e Buscaglia, entrambi approdati al Milano che cercò di risollevare la propria classifica facendosi incoronare squadra regina del mercato. Ellena, che sarebbe tornato a vestire la maglia del Toro da lì a pochi anni, conobbe in rossonero un altro futuro protagonista granata: Ezio Loik, allora giovane di belle speranze.
Il vivaio granata, che con Ellena si era dimostrato capace di costruire giocatori non solo ottimi per la prima squadra, ma anche pedine capaci di creare plusvalenze in bilancio, consacrò quell’anno Raf Vallone, inserito nel giro dei “professionisti” già da un paio d’anni. Vallone, nonostante la fortuna sui campi di Serie A, decise di appendere le scarpe al chiodo ancora giovanissimo, per intraprendere prima la carriera di giornalista (si ricorda il suo apporto a L’Unità nel secondo dopoguerra) e poi quella di attore, sia sul piccolo che sul grande schermo. Nel vivaio granata Vallone iniziò a tredici anni, regalandosi ancora giovanissimo partite contro i grandi assi degli anni ’30 (giocò un derby contro gente del calibro di Orsi, Monti e Cesarini) e vivendo anche una stagione in prestito, a Novara, stagione 1939-40. Qui, l’anno precedente, Vallone aveva stregato tutti battendo gli azzurri con un gol incredibile: un tiro da trenta metri finito – imparabile – nel sette, nello stadio di via Alcarotti, il futuro teatro di Silvio Piola.
Altro torinese finito in maglia granata in quegli anni fu Luigi Ferrero, ala sinistra. Ferrero, che più tardi sarà campione d’Italia dirigendo dalla panchina il Grande Torino, arrivò in granata dove chiuse una carriera iniziata, molti anni prima, sull’altra sponda del Po. Cresciuto e lanciato dalla Juventus, il futuro mister iniziò nel 1925 a peregrinare sui campi da calcio nazionali: prima in Toscana (Lucca e Pistoia), poi come compagno di Meazza nell’Ambrosiana nei primi anni trenta e infine un quinquennio al Bari, squadra dove esordirà come allenatore. Ala dal gioco preciso e lineare – magro tanto da meritarsi il soprannome “acciuga” – di lui Ellena ricordò, anni dopo, come in treno per Roma passò tutto il viaggio a guardare fisso negli occhi Osvaldo Ferrini, entrambi senza dire una parola.

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