Il Granata della Porta Accanto/ La Nazionale ha sempre avuto tanti giocatori che sono cresciuti nel vivaio granata: ora non più

Per la terza volta consecutiva l'Italia non parteciperà ai Mondiali di calcio. Una mazzata per un Paese abituato a stare nell'olimpo del pallone e che da una ventina di anni a questa parte ha smarrito sé stesso e non riesce (Europei del 2021 a parte) a restare al livello che ci si aspetta. Le cause? Come sempre in questi casi non ce n'è una sola, ma un complesso concorso di fattori che hanno portato una delle più forti nazioni di sempre a bucare l'appuntamento con i Mondiali per ben tre volte consecutive. È evidente che un problema c'è nel movimento calcistico italiano ed anche bello grosso. La crescita degli altri Paesi medio-piccoli che fino a due decenni fa facevano fatica a produrre un sufficiente numero di calciatori di livello per essere veramente competitivi non può essere l'unica causa della nostra progressiva regressione. Come sempre i numeri stanno lì a dimostrare che in Serie A la presenza degli italiani (e soprattutto dei minuti giocati dagli italiani eleggibli per la Nazionale) sono pochi: solo un terzo del totale. Una considerazione però sul livello del campionato stesso va fatta prima di tutto il resto: la Serie A non è più da tempo l'NBA del calcio che era negli anni Ottanta/ Novanta dove oltre ai top italiani ci giocavano (o ci sono passate) praticamente tutte le stelle straniere. Oggi i campioni stranieri arrivano da noi a fine carriera (De Bruyne o Modric per citare gli ultimi) oppure agli albori della stessa per poi spiccare il volo verso altre leghe più attrattive, sia economicamente che calcisticamente.

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Una volta i migliori dei "nostri" si confrontavano con i migliori degli "altri" su base settimanale. Oggi il livello modesto del nostro campionato rende meno allenante l'abitudine a competere quando l'asticella si alza. Certo, ci sono le coppe europee per testarsi a livello internazionale, ma anche qui i risultati sono altalenanti (per esempio quest'anno nessuna squadra italiana ha superato gli ottavi di Champions) e poi resta la bassa percentuale di italiani titolari nelle rose delle squadre top. Quasi nessuna squadra, a parte l'Inter, ha un nucleo di italiani che fa da base portante al suo undici titolare. E anche le squadre medie fanno fatica a esprimere giocatori nostrani di alto livello. Ecco perché un po' provocatoriamente ho detto che l'eliminazione dell'Italia è anche un po' colpa del Toro. La rosa granata è composta da soli stranieri eccetto Paleari, Casadei, Biraghi (ai margini) e gli arrivi di Prati e Marianucci a gennaio. Una percentuale, il 15%, bassissima e nella quale il solo Casadei è un potenziale prospetto da Nazionale. Che poi anche Casadei rappresenta l'altra faccia del problema azzurro: da giovane promessa del vivaio interista si era trasferito in Inghilterra senza esplodere, anzi, perdendo di fatto un paio di anni di carriera e rientrando nel giro del calcio "che conta" solo grazie al Torino che ha voluto investire su di lui a gennaio dell'anno scorso. L'equazione però è la seguente: se i nostri calciatori non sfondano in campionati esteri super competitivi come la Premier (una piacevole eccezione al momento è rappresentata dai soli Calafiori all'Arsenal, Donnarumma al City e Tonali al Newcastle) forse vuol dire che il livello dei nostri è decisamente più basso di quello che servirebbe per stare al top.

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Tornando al Torino è vero che storicamente l'Italia non ha mai attinto a piene mani dai granata per la selezione azzurra, tanto che anche negli anni Settanta, nonostante il Toro dominasse in Italia, in Nazionale, Pulici e compagni giocavano poco. Però la Nazionale ha sempre avuto tanti giocatori che sono cresciuti nel vivaio granata (come ad esempio oggi Buongiorno) ed è forse qua che sta anche parte del problema azzurro. Il Toro sbaglia perché non ha un blocco di italiani in rosa, ma anche il suo vivaio fa sempre più fatica a sfornare talenti "azzurrabili" anche in ottica futura. Se vogliamo trovare un neo all'ottimo lavoro fatto da Ruggero Ludergnani col settore giovanile granata direi che questo è proprio legato all'ampia e corposa presenza di giocatori stranieri tra Under 17, Under 18 e Primavera. Più di un terzo di queste rose è composto da giocatori che arrivano dall'estero ed infatti gli unici tre/quattro prospetti che si sono affacciati alla prima squadra dalle giovanili negli ultimi anni sono tutti stranieri, a parte Cacciamani: Gineitis, Nije, Savva e Perciun. In questo il nostro ds segue un po' le orme di Corvino che a Lecce sforna in continuazione prospetti interessanti ma pescandoli tutti rigorosamente fuori dai confini nazionali. Forse è arrivato il momento che anche la FIGC faccia qualcosa per incentivare la crescita di talenti che possano vestire la maglia azzurra e non permetta alle società di investire prevalentemente su scommesse che arrivano da mezzo mondo.

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In questo anche il presidente Cairo ha dimostrato un'assenza totale di coerenza visto che ha sempre dichiarato che è fondamentale puntare sui settori giovanili per rilanciare il calcio italiano, ma poi, di fatto, ha sempre aperto molto poco i cordoni della borsa quando si trattava di investire su prospetti italiani (chiaramente più cari) o soprattutto sul concedere copiosi budget al proprio di settore giovanile. Magari con qualche soldo in più Ludergnani avrebbe fatto più concorrenza alla Juventus sul territorio piemontese trattenendo o strappando ai rivali cittadini alcuni giovani molto interessati. Resta un dato di fondo che lega i due temi: la rinascita del Torino e la rinascita della Nazionale passano per una riqualificazione dei vivai ponendo più attenzione ai "prodotti nostrani". Non sempre i giocatori che arrivano dall'estero sono più forti dei nostri, ma molto spesso motivi di natura economica spingono a fare comunque questa scelta. Che però paga nell'immediato, ma impoverisce nel lungo periodo la qualità del nostro movimento. E la miopia di solito partorisce grandi e piccoli disastri: come un'Italia fuori dal Mondiale per tre edizioni consecutive ed un Torino sempre più privo della sua fucina di grandi promesse.

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ALESSANDRO COSTANTINO

Da tempo opinionista di Toro News, do voce al tifoso della porta accanto che c’è in ognuno di noi. Laureato in Economia, scrivere è sempre stata la mia passione anche se non è mai diventato il mio lavoro. Tifoso del Toro fino al midollo, ottimista ad oltranza, nella vita meglio un tackle di un colpo di tacco. Motto: non è finita finché non è finita.

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