Torna Loquor, la rubrica su Toro News di Carmelo Pennisi: “Il calcio ha il potere magico di ferire e lenire come nessuna altra cosa; è vita come nessuna altra vita è capace di esserlo”
“Sono così le storie del calcio: risate e pianti, pene ed esaltazioni” Osvaldo Soriano
Quando nell’estate del 2002 Juan Roman Riquelme, uno dei più talentuosi giocatori della storia del calcio, lascia il Boca Juniors in direzione Barcellona tra i tifosi “Xeneizes” si propaga uno sconcerto che presto diviene affranto. Si apre sempre una botola sotto i piedi di un vero “hinchas” quando l’idolo redentore di ogni tua sofferenza si spoglia della tua maglia per andarne ad indossarne un’altra. In nessuno altro sport, se non nel calcio, troverete tracce di un tracollo emotivo del genere. Il calcio ha il potere magico di ferire e lenire come nessuna altra cosa, è vita come nessuna altra vita è capace di esserlo. È guerra ed è pace. A Lev Tolstoj, infatti, sarebbe piaciuto molto il calcio.“Abrazame hasta que vuelva Roman” (abbracciami fino a che torna Roman), si colloca tra lo strazio del cuore e la speranza questa anonima scritta su una parete di Buenos Aires, dove la richiesta di un abbraccio è testimonianza eloquente di come nel calcio non si sia mai soli. Le gradinate di uno stadio non sono isole di naufraghi, bensì piuttosto luoghi di condivisione di una esperienza visibile solo al cuore e all’anima. Si fa presto a fare memoria in uno stadio, si costruisce vita e meta vita di cui si ricorderà ogni dettaglio, dove si andranno a costituire persino dettagli inventati. Il calcio “allarga” la vita, dipanandola in letteratura e poesia, in una metrica che solo chi è capace di amare può recepire fino in fondo. Una cosa così genera fatalmente invidia e induce i più vanamente ambiziosi a provare persino di sfidarla, e allora accade, accade sempre, che ogni qual volta dallo sport più seguito e amato al mondo arrivano brutte notizie o cocenti delusioni, in Italia parte la corsa a declinare ogni tipo di bellezza contenuta nel rugby, e visto l’attuale stato di sbornia ancora in corso per le Olimpiadi di Milano-Cortina, ora ci abbiamo aggiunto anche gli sport invernali.
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Alla stessa stregua dei funghi venuti fuori dopo una pioggia abbondante, costoro ci esprimono tutto il loro sollievo per la debacle calcistica degli azzurri, e finalmente sono lieti di annunciarci la liberazione dalla schiavitù dal calcio. Siamo davanti ad un fenomeno tra letteratura esistenziale sbilenca e quadro clinico mentale preoccupante, o forse un surreale tentativo di liberarsi del calcio rubricato ormai a insopportabile zavorra dell’immagine del Paese. È difficile, davvero difficile, capire lo stato emotivo presente attualmente tra gli italiani, a volte sembra cerchino nuove motivazioni e nuovi dei a cui credere. Solo che il calcio non è semplicemente uno sport, quando bussa alla porta giunge similmente ad un’eco proveniente da una cultura lontana da cui è impossibile sottrarsi. Fa talmente parte della storia emotiva degli italiani, da essere considerato un parente prossimo a tutti gli effetti; uno di famiglia con il quale litigare, riappacificarsi, per poi ancora litigare. Un italiano/a non potrà mai restare indifferente davanti al calcio, esso lo coinvolge anche quando lui è determinato a non esserne coinvolto. Attraverso questa beatitudine generazionale, tutti sono chiamati alla conta: familiari, parenti, amici, il barista sotto casa, il macellaio di fiducia, il cassiere del supermercato che occulta e mette al minimo il volume di una radiolina per ascoltare riverberi della voce del radiocronista assunto per raccontare la partita della sua Roma. Il calcio è l’irrazionale/razionale onnipresente, una favola che se anche declina nell’incubo, ovvero l’eliminazione da un mondiale, è lesta nel riprendersi dallo spavento per ricominciare a raccontarsi. Metterlo fuori dal nostro quotidiano vorrebbe dire impoverire il nostro “lessico del sorriso e del turbamento”, significherebbe azzoppare una buona parte del nostro modo di rapportarci. Ma tanto non succederà, considerato come non possa mai esserci declino di un cuore, che batte e ribatte il tempo senza sosta. Il cuore non mente mai, essendo collegato sia alla coscienza che all’incoscienza: avete mai visto fiumane di gente scendere per strada a strombazzare clacson e ad agitare “tricolori” per una vittoria di un tennista italiano a Wimbledon o per la pallavolo che vince il campionato del mondo? E’ una domanda retorica, lo so, è chiaro come una cosa del genere non si sia mai vista, e non perché nel nostro intimo non si sia stati fieri e felici per quelle affermazioni. Solo che quelli sono stati magnifici episodi di sport, mentre il calcio, per noi italiani, è ben altro.
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Non starò qui a dilungarmi sui motivi per cui il calcio italiano non riesce più vincere né con la Macedonia del Nord e neanche con la Bosnia, la stampa in queste ore è piena di analisi e contro analisi su questo, ma una cosa al riguardo la vorrei sottolineare: leggo e ascolto un elenco sterminato di sintomi confusi per le cause. Temo così la via per una guarigione e una rinascita sarà abbastanza lunga, e costellata di infiniti dibattiti e richieste continue di dimissioni. In queste ore convulse si assiste a tutto e al contrario di tutto; di dice che non abbiamo più giocatori, e poi si vira sulla convinzione di prendere un allenatore di fascia superstar. Ma non avevamo già provato con Luciano Spalletti e Roberto Mancini questa via? E perché non provare con Vincenzo Montella che ha riportato la Turchia ad un mondiale dopo 24 anni? Ah già, “l’Aeroplanino” con gli azzurri non avrebbe a disposizione il grande talento di Kenan Yildiz, e allora si torna di nuovo là, ai giocatori. Forse un allenatore può spiegare loro le ragioni dello geometria all’interno di uno spazio, ma un giocatore non è fatto solo da letture e riletture del “manuale delle giovani marmotte” del calcio; non è una schema da intelligenza artificiale nata per essere asettica e perfetta. Un calciatore è un miscuglio di tecnica, padronanza dello spazio a lui assegnato, convinzione di poter vincere anche quanto tutto è più forte di lui. Quest’ultima cosa non ce l’ha nessun altro sport, ed è il segreto di molte vittorie sulla carta impossibili. Il “Rocky Balboa” cinematografico gli assomiglia molto. Allora, teoricamente, non è l’allenatore superstar o il sergente di ferro l’intuizione felice all’abbisogna della Nazionale, bensì una persona capace di infondere i motivi per cui il calcio si gioca ed è diventato così trasversalmente popolare a livello planetario. Il resto è affidato al lancio dei dadi, simbolo di consegna al destino, in attesa che il sistema rigeneri un percorso virtuoso abile nel riportare l’Italia al felice dilemma se schierare Gianni Rivera o Sandro Mazzola, Roberto Baggio o Alessandro Del Piero.
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Ritornando agli invidiosi, agli apostati della cultura antropologica italiana, agli scettici che non vedono l’ora di farsi aristocrazia illuminata, ai relativisti di ogni tempo che relativizzando tutto sperano di entrare nella parte di chi la sa lunga, a tutti costoro vorrei ricordare che per quanto il genio di Jorge Luis Borges (un ecatombe di cultura, intuito e sagacia) ci abbia provato, nemmeno lui è riuscito a svelare il mistero sul perché il calcio è, contrariamente agli altri sport, un fenomeno popolare e sociale. Sarà davvero perché è l’anticipazione del paradiso perduto di cui parla Joseph Ratzinger? Chissà. Dopo qualche anno Juan Roman Riquelme poi è tornato al Boca Juniors, a testimonianza che le cose nel calcio ritornano come guidate da quel sottile filo misterioso che fu di “Arianna” nel labirinto del “Minotauro”. Il calcio non perde e non disperde, rimane a custodire l’albero delle opportunità del talento che incontra la libertà, vale come indicazione una riflessione di Jorge Valdano: “Il calcio è un gioco bellissimo che i mediocri vogliono imbruttire nel nome del pragmatismo, ed è un gioco primitivo che i rivoluzionari vogliono violare attraverso metodi ad ogni costo scientifici”. Valdano corse accanto a Maradona tutti i sessanta metri che portarono al “gol del secolo”. Sapeva che il “Pibe de Oro” non gliela avrebbe mai passata la palla, come ad un certo punto sarebbe stato ragionevole fare, ma non gli importava: era in prima fila ad assistere all’incanto. In seguito avrebbe scritto che il “gol è il problema, il dettaglio è cruciale, la chiave che apre una porta”. Se Moise Kean avesse messo dentro il pallone del 2 a 0, se Alessandro Bastoni non avesse fatto il fesso, oggi staremmo in altri discorsi; Sinner o non Sinner, Brignone o non Brignone, rugby o non rugby. I dettagli di Jorge Valdano ci hanno condannati, e chissà cosa mai ci staranno volendo dire gli dei. Torneremo, non è possibile che non sia così. Nel frattempo, per favore, abbracciami.
Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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