Torna Granata Dall'Europa, di Michele Cercone: "Martedì una sola cosa conta: ritornare in paradiso, anche solo da comparse e anche solo per qualche partita"
Martedi la nazionale si gioca l'accesso al mondiale. Chiacchierando con mio figlio, che di anni ne ha quindici, è venuto fuori che se ancora una volta l'Italia dovesse fallire l'accesso alla fase finale, lui raggiungerebbe i diciotto anni senza aver mai visto una gara degli azzurri nella competizione internazionale più prestigiosa. Il paragone con la mia adolescenza e vita adulta si è imposto immediatamente: avevo dodici anni quando trionfammo in Spagna, e quell'evento è marchiato a fuoco vivo nella mia memoria. Ricordo perfettamente dove e con chi ero ad assistere ad Italia-Argentina, la bolgia che fece seguito alla vittoria con il Brasile e poi la marcia trionfale con Polonia e Germania. Gli anni 80 sono stati segnati da quella vittoria, e buona parte dell'edonismo allegro e spensierato di quel decennio ha avuto origine da quella sensazione di essere un paese sulla cima del mondo, che si è traslata dal calcio all'intera vita socio-economica. Avremmo avuto modo di accorgerci quanto labili fossero le basi di quell'entusiasmo e quanto alto fosse il prezzo che avremmo dovuto pagare per quegli anni apparentemente 'da bere', ma che in realtà scavavano sotto i piedi del paese reale un abisso di debito, corruzione e malcostume politico. Completamente diversa fu invece per me la percezione della vittoria nel 2006, vissuta già da expat e forse per quello abbinata ad una maggiore sensazione di orgoglio nazionale.
La maggior parte delle gare iniziali le ho vissute all'istituto italiano di cultura di Bruxelles, cantando forte l'inno, quando in Italia ancora ci se ne vergognava, con la mano sul cuore che fa tanto retorica, ma che significava l'amore vero per la patria lontana che conosce solo chi da affetti e luoghi natii si è dovuto separare. La finale vinta con Francia, vissuta proprio mentre lavoravo nel gabinetto di un politico francese, ha segnato un soprassalto di italianità che mi è costato qualche (scherzoso) giono di musi lunghi in ufficio, ed ha fatto esplodere Bruxelles di azzurro, con caroselli in centro durati tutta la notte, ed un ingorgo biblico di macchine strombazzanti e sbornie colossali in giro per la città, tutti fratelli, tutti insieme: vecchi italiani arrivati nelle miniere, figli di seconda generazione dalla erre francese e le vocali forti di Sicilia, Campania e Abruzzo, giovani stagiare appena laureati, ubriachi di estero ma travolti da un'italianità riscoperta, funzionari delle istituzioni Ue che smessa giacca e cravatta ritrovavano la sana follia delle notti d'infanzia del mondiale spagnolo. Affollato da tutti questi ricordi mi sono reso conto che di tutto questo mio figlio non sa e non puo' sapere nulla e che per lui il mondiale è solo un calendario di partite di squadre che non rappresentano nulla di importante. Illuso dalla breve parentesi dell'europeo vinto, non ha ancora vissuto le vere 'notti magiche'.
Come sia stato possibile per la nazionale passare dal paradiso all'inferno calcistico in cosi' breve tempo resta incomprensibile, ma di certo il buco nero della gestione del calcio italiano è stato uno dei più terribili esempi di quanto il paese sia in grado di autoditruggersi quando si frammenta nel millemila interessi particolari e personali, diventando lo specchio esploso di un malcostume diffuso e generalizzato. Non so se ci siano le condizioni per rimettere insieme in futuro i cocci in cui il sistema calcio (e di conseguenza la nazionale) si sono spezzettati, probabilmente non si è davvero nemmeno intrapreso lo sforzo di raccogliere i frammenti e di cercare una strada alternativa per il futuro. Pero', qui e adesso, una sola cosa conta: ritornare in paradiso, anche solo da comparse e anche solo per qualche partita. Per questo martedi io e mio figlio saremo azzurri con gli azzurri, insieme a milioni di altri azzurri che questo mondiale se lo meritano tutti.
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