Ieri sera, in un piccolo e sgangherato stadio balcanico si è consumata l'ennesima rappresentazione del nostro smarrimento esistenziale
Quando ero giovane non lo avrei mai creduto possibile, come del resto tante cose che stanno accadendo nel mio Paese avrei creduto possibili. L'Italia fuori dal terzo mondiale di seguito negli anni 80 e 90 non sarebbe stata considerata una distopia, ma uno dei tanti vaticini strampalati e surreali di un Mago Otelma qualsiasi. Un danno di immagine incalcolabile non andare ai mondiali americani, un continente pieno di nostri emigranti e che ci considera maestri del calcio. Questo forse fino a ieri. Vedere ieri un quarantenne Edin Dzeko farsi carico con coraggio e devozione dell'attaco della Bosnia, portava alla mente il trentacinquenne Mario Balotelli, talento all'origine enorme e paragonato a suo tempo, dal potentissimo procuratore Mino Raiola, al valore della "Gioconda". Sono dieci anni che il talento di Balotelli è imploso nell'anonimato. Ti chiedi perché. Ieri a guidare l'attacco azzurro c'era un argentino naturalizzato italiano andato per vil denaro a seppellirsi sportivamente nel campionato saudita e Moise Kean, un immigrato di prima generazione attualmente coinvolto con la sua squadra nella lotta per non retrocedere. Eh sì, nel vortice disordinato dell'immigrazione mediterranea, bussolotto di storie inedite che verranno, non siamo stati nemmeno fortunati: alla Spagna è toccato il talento siderale di Lamine Yamal, a noi quello assai modesto dell'attaccante della Fiorentina. "Nella vita ci vuole fortuna, e io non ne ho mai avuta", soleva ripetere mia nonna nei suoi giorni più cupi, dove la Sicilia diventa la terra smossa e crudele de "I Malavoglia" di Giovanni Verga. Se gli Dei omerici ti voltano le spalle, i nemici non hanno bisogno dell'inganno di un cavallo di legno per entrare da incubo surrettizio al di la delle mura della tua città, dove sosta il tuo sangue e la tua memoria.
Il fato avverso si presenta attraverso le prodezze scellerate di un Alessandro Bastoni che si fa espellere a metà del primo tempo di una partita decisiva per un fallo stupido che neanche all'oratorio, e in Moise Kean che si divora un gol mandando il pallone a caccia di stelle, non sempre riflesso della sostanza dei sogni ma bensì di rigurgiti luminosi dei peggiori incubi. "Il mare è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare", scrive Verga nella speranza sia un monito per i posteri, un campanello d'allarme mentre la legna brucia nel camino e fuori il gelo ricorda che gli uomini non possono vincere sulla natura, ma solo assecondarla per venirci a patti. Se riesci a farlo, non solo avrai la sensazione di aver vinto (la natura ogni tanto è benigna nel lasciarcelo credere), ma saprai come nella vita niente è frutto di un atto dovuto.
Abbiamo ritenuto i nostri quattro titoli mondiali, due europei, uno olimpico, un certificato di garanzia di intoccabilità, una sorta di passepartout per ottenere in modo imperituro risultati degni. Ieri la Bosnia, la piccola Bosnia, ci ha fatto capire in modo chiaro quanto le nostre convinzioni fossero frutto di molteplici fallacie logiche. Se il calcio è specchio della realtà attuale del nostro Paese (e secondo me lo è), ieri sera in un piccolo e sgangherato stadio balcanico si è consumata l'ennesima rappresentazione del nostro smarrimento esistenziale: non siamo più capaci di centrare un obiettivo ambizioso, semplicemente sopravviviamo sovraccaricati di autoreferenza. Questo finché un calcio bosniaco nel deretano non ci riporta nella realtà. L'Italia ha appena subito un terribile tracollo, e l'unica cosa immediatamente precisata dal presidente federale Gabriele Gravina, è che nessuno si dimetterà: avanti con lui, con Gennaro Gattuso, con Gianluigi Buffon. Nessuno molla la presa in Italia, nessuno si assume responsabilità e ne trae conseguenze, nemmeno se ti trovano con una pistola fumante sopra un cadavere. Ci si ritiene innocenti fino a prova contraria, e se la prova ti viene contro tanto peggio per la prova. Rimanere abbarbicati allo strapuntino ottenuto, questa è la parola d'ordine. La politica italiana che dovrebbe essere costituzionalmente svolta con disciplina e onore, e che invece è piena di condannati in via definitiva e soggetti di dubbia fama, indica da tempo la via della dissoluzione etica. In assenza di etica niente si può costruire, nemmeno settori giovanili dei club teoricamente preposti ad andare alla ricerca dei migliori talenti del Paese, o creare i presupposti perché questi talenti emergano.
Siamo immersi nel malaffare dell'anima, nell'arroganza dei nostri interessi, abbiamo scartato tutti i buoni propositi del paradiso e abbracciato ogni malanimo dell'inferno. Al fischio finale di Bosnia Italia mi sono sentito annichilito nell'animo fino ad essere scomparso, e mi sono risuonate le parole di William Shakespeare: "Il nostro gioco è finito. Gli attori, come dissi, erano spiriti, e scomparvero nell'aria leggera".
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