Sauro Tomà: ‘Li saluto ogni giorno’

E’ la memoria storica vivente, colui che è stato preso dal destino e tirato giù dall’aereo maledetto perchè potesse raccontare ai posteri cos’era stato il Grande Torino, che rivive ancora in lui, nel ricordo, nella nostalgia. Sauro Tomà ha perso in una frazione di secondo tutti gli amici e i compagni di squadra. ‘Lo ricordo quel giorno. Tornai a casa e trovai una gran folla sotto casa. Corsi subito a…

di Redazione Toro News

E’ la memoria storica vivente, colui che è stato preso dal destino e tirato giù dall’aereo maledetto perchè potesse raccontare ai posteri cos’era stato il Grande Torino, che rivive ancora in lui, nel ricordo, nella nostalgia. Sauro Tomà ha perso in una frazione di secondo tutti gli amici e i compagni di squadra. ‘Lo ricordo quel giorno. Tornai a casa e trovai una gran folla sotto casa. Corsi subito a Superga, mi stavo avviando verso il relitto dell’aereo quando il segretario Giusti mi fermò e non volle che andassi oltre. Io volevo andare a vedere cos’era successo, ma oggi lo ringrazio, così li posso ricordare vivi e grandi com’erano’. Vive a due passi dal Filadelfia, vicino alla sua edicola in Via Tunisi, davanti alle case popolari, luogo meta di tanti tifosi. ‘Quanta gente veniva nella mia edicola, anche solo per stringermi la mano, parlare un po’ di Toro. I tifosi mi hanno sempre voluto bene’.

Come non si può non amare questo ragazzo, rimasto tale, alto, dal fisico asciutto, che mantiene intatto nonostante gli ottant’anni compiuti, qualche acciacco e dispiacere, dopo la tragedia di Superga quella vissuta un paio di anni fa con la scomparsa dell’adorata moglie, una vita insieme. ‘Giovanna ed io ci siamo fidanzati a 15 anni. Quando arrivai al cospetto di Novo e lui mi disse che avrebbe fatto di me un grande campione, portandomi ai livelli di Mazzola e compagni, chiesi se potevo portare all’altare la mia ragazza. Novo mi rispose che prima dovevo sposare il Toro. Pochi mesi dopo però riuscii a mettere la fede al dito di Giovanna”. Non era facile la vita all’epoca, nemmeno per un giocatore, c’erano ancora le macerie della guerra. ‘Fu difficile trovare una casa. Affittammo dapprima una camera in casa di una famiglia che stava in Via Bagetti. Avevano una bambina che in pratica stava sempre con noi e spesso portavamo a spasso’.

All’epoca un giocatore aveva anche un mestiere e Sauro era tracciatore navale, una professione imparata nella sua La Spezia, un lavoro che tutto sommato amava, come i tanti velieri che colleziona, un ponte verso il suo mare così distante. ‘Mi manca il mare, ogni tanto penso alla bella passeggiata di La Spezia, con lo sfondo delle Apuane che si estendono con le loro punte bianche marmoree. Ma non potevo lasciare Torino, non ce l’avrei fatta, perchè sarei dovuto partire ogni giorno per andare su a Superga a salutare i miei compagni. Non è retorica, per me è normale ogni tanto passare in questa stanza (piena di ricordi e fotografie, un piccolo museo sul Torino) e mandare un saluto a Valentino che tanto mi aiutò in campo o all’amico Gabetto, per me solo Gabe. Mi fa piacere dire – Ciao Valentino, ciao Gabe -. Per me sono sempre vivi e li ricordo così, come dei vecchi amici. Loro fanno parte della mia vita”.

Che giocatore era Sauro Tomà? “Sono sempre stato considerato un difensore pulito, vale a dire poco falloso. All’epoca con il nostro ‘sistema’ dovevamo mantenere sempre la posizione, non potevamo superare la metà campo, anche se Mazzola spesso rientrava per darmi una mano, quando mi sentivo tranquillo glielo dicevo e Valentino poteva così sganciarsi e andare in avanti in scioltezza. Aveva una potenza incredibile sul collo del piede, con quello inventava giocate incredibili”. Il calcio e il Torino per Sauro sono stati anche fonte di benessere, per quell’epoca un toccasana. “Ho aiutato anche i miei genitori, poi un giorno mia madre mi disse di non mandare più i soldi a casa, che a mio padre avevano aumentato la pensione e si erano fatti un orto, questo bastava per vivere dignitosamente. Quando arrivavo a La Spezia con la macchina mi toccavano tutti la mano, mi sembrava di essere un commendatore. Agli inizi andavo al Filadelfia in tram o a piedi, la mia prima macchina fu una seicento. In quel periodo i giocatori non avevano veline e macchine di lusso”. Anche il calcio era diverso, più autentico, più genuino. “Mi faceva piacere la passione dei tifosi, quando ci fermavano per chiacchierare insieme, bastava una stretta di mano”.

Tomà segue il Toro attuale a spiccioli, un paio di partite l’anno, le altre osservando la Torre della Maratona del rinnovato Comunale ora Olimpico, che spunta dalle sue finestre, ricordando… “Il mio Toro si è fermato a quello dello scudetto, a Pulici, Claudio Sala. Quello era un altro calcio”. Già eppure ogni tanto nasce un campione senza tempo, qual è il giocatore preferito da Sauro della cosiddetta era moderna? C’è un libro ben esposto che evidenzia questa passione. “Baggio. Sapeva trattare la palla in modo magnifico e ha dovuto convivere sempre con le sue ginocchia deboli. E’ ancora più dura per un attaccante giocare con il dolore, eppure lui ha fatto dei veri miracoli. Mi piaceva anche per questo, per la sua voglia di superare il male grazie alla sua classe cristallina. Però un altro grande numero dieci è stato indubbiamente Zaccarelli”. Il tempo passa, è tiranno, sarebbe bello stare delle ore a ricordare pillole di calcio passato che vorremmo regalare ai giocatori attuali. Fermarsi un attimo ogni tanto, far cadere i moduli e le strategie per esaltare la fantasia. In fondo il calcio è un gioco, ma anche una filosofia di vita. Come ci ha raccontato Sauro Tomà l’ultimo eroe in terra.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy