Culto

Primi nel mondo – La saga completa

Francesco Bugnone

 

Quando Torino e Milan entrano in campo per il ritorno dei quarti di Coppa Italia la sera del 26 febbraio, gli occhi di Maratona e dintorni sono colpiti da qualcosa di bellissimo: la nostra divisa. Dopo tantissimo tempo rispolveriamo il completo tutto granata dell’anno dello scudetto e delle stagioni successive e l’impatto è fantastico. In anni successivi lo indosseremo nuovamente, e a volte anche ingloriosamente, ma la tonalità di granata sfoggiata quella sera, e in altre gare in notturna da lì in poi, è di una bellezza commovente. La guardi e pensi che non esista colore migliore.

L’altra cosa che colpisce l’occhio di tutti è l’inizio furente dei granata che, nei primi 20’, mettono il Milan all’angolo e vanno vicinissimi alla rete per tre volte: un colpo di testa fuori misura di Vazquez da ottima posizione, Lentini che a tu per tu con Antonioli si fa respingere la conclusione dal portiere avversario e che, successivamente, si vede bloccata una deviazione aerea. Sul più bello, però, arriva la doccia gelata.

Al 22’ una splendida trama di prima libera Maldini al cross sulla sinistra. Paolo crossa teso, ma Bruno pare in controllo della situazione e si appresta a spazzare. All’improvviso la palla diventa un demone maligno che lo fa incartare, spedendo incredibilmente nella nostra porta. Pasquale è a terra e, dietro di lui, spunta Van Basten che, per vendicare qualche carezza di troppo subita nei primi minuti, apre la gambe sul difensore a terra e improvvisa un balletto ridicolo per deriderlo poi va via facendo finta di niente. Bruno forse non capisce subito quel che è accaduto (da un lato meglio così, altrimenti avrebbe alzato una gamba per stroncare la danza idiota con conseguenze ben immaginabili), mentre Marchegiani lo ha compreso eccome. Lui, prototipo della calma, si mette a inseguire l’olandese e solo il travolgere, correndo, un malcapitato Simone placa la sua ira. Si accende un campannello, Capello capisce l’antifona e richiama in panchina il tulipano, accompagnato proprio dagli improperi di Bruno che, negli spogliatoi dirà “Roger Rabbit è uscito”.

Segnare quattro reti in 70’ è impresa titanica, ma in palio, a questo punto, non c’è più un mero passaggio del turno, bensì l’orgoglio. Lo dirà proprio Capitan Cravero: “Non ci facciamo prendere in giro da nessuno, a maggior ragione a casa nostra”. Ci buttiamo in avanti, meniamo il giusto, troviamo un Antonioli in gran serata, ma alla fine riusciamo a strappare almeno il pareggio con una progressione irresistibile di Lentini che poi esulta verso la Maratona. Una parata di Antonioli di Venturin nega il successo, ma sugli spalti esce comunque uno striscione di ringraziamento. Quando il Toro fa il Toro lo si applaude al di là del risultato. Attenzione, non si parla di applausi sempre e comunque come accaduto troppe volte negli ultimi anni, di magnanimità davanti a certe sconfitte. No, si parla di quando il Toro ti fa sentire qualcosa dentro per come gioca e per come lotta e allora il tabellone passa quasi (e sottolineo il quasi) in secondo piano. Quella sera fu così, quella sera fu Toro vero.

Mentre Borsano, che compie tre anni di presidenza, parla di un Toro pronto per lo scudetto di lì a breve e si sussurrano i nomi di Aguilera e Sergio come primi rinforzi, inizia a sentirsi qualche scricchiolio finanziario. Sono rumori ancora modesti, ma iniziano a esserci e ad apparire con qualche domanda buttata lì da qualche intervistatore con il presidente che respinge con decisione qualsiasi illazione. Il disastro sembra ancora lontano e la nostra testa è tutta alla trasferta di Foggia, coi satanelli in un periodo no (due punti in sei partite) e che, con una decisione provocatoria, decidono di lasciare un settore dello Zaccheria ai cosiddetti “portoghesi” che, entrando nel settore 19, potranno assistere alla gara senza biglietto. Un esperimento, visti i fenomeni di scavalcamento selvaggio delle domeniche precedenti, che si conclude con ben 550 persone che si sentono in dovere di entrare senza pagare: “facce di bronzo” come le definirà l’avvocato Finiguerra.

La partita è bella e disputata a viso aperto, come all’andata, ma stavolta c’è il sole e non il diluvio. Il Toro si fa preferire sin da subito con Rosin che deve salvare in disperata uscita un paio di volte sui lanciatissimi granata che si ritrova sempre davanti poi, verso la fine della frazione, Martin Vazquez viene affrontato fallosamente in area da Petrescu mentre entra in area da sinistra. Scifo è bravo a mantenere la calma mentre il gioco si interrompe per un paio di minuti, visto il lancio di oggetti in campo come risposta alla decisione di Mughetti, e trasforma. Nella ripresa Vazquez colpisce un palo direttamente da corner, Bresciani continua a litigare con la rete e non sfrutta una carambola con Rosin e infine il Foggia ci punisce con una gran botta di Kolyvanov a poco più di 10’ dalla fine dopo un’azione tambureggiante di Codispoti rifinita da Baiano. Il pareggio sta stretto, ma non c’è troppo tempo per recriminare: tre giorni e si ritorna in Europa.

L’urna ha detto Copenaghen e si vola in Danimarca contro il BK 1903. Sorteggio morbido se si pensa a chi altri c’era in quell’urna, ma sulla carta lo era anche quello del 1986/87 contro il Tirol e ricordiamo com’è finita. Poi basta pensare a come i danesi abbiano tritato il Bayern nel secondo turno (6-2 all’andata!) per capire che è meglio non prendere sotto gamba nessuno. Fortunatamente Mondonico è maestro nel non sottovalutare gli avversari a costo di passare per uno che mette le mani avanti e il Toro è concentratissimo. Fuori Bresciani, Casagrande unica punta, Policano con l’undici e Mussi che scala nella parte bassa della fascia sinistra: queste le mosse del mister per la gara di andata.

Entriamo in campo con lo splendido completo tutto granata che indossammo contro il Milan e ci mettiamo subito nell’ottica d’idee che sarà una battaglia. Quando c’è dal metterla sull’agonismo nessuno ci è secondo. Poi, però, abbiamo anche classe e allora non ce n’è, perché possiamo permetterci di segnare al primo tiro. Al 37’ una bella giocata di Fusi lancia a sinistra Policano che crossa al centro dove Casagrande, ormai consacrato come uomo di coppa, infila in spaccata la porta avversaria. Mentre esultiamo e sugli spalti spunta lo splendido due aste “stiamo godendo”, un attimo di terrore: Walter esulta ma con una smorfia di dolore, ha preso una brutta tacchettata al ginocchio mentre stava segnando, ma la preoccupazione dura poco. Casao si rialza in piedi ed è ancora dei nostri. Chiudiamo il tempo con un prezioso vantaggio.

Nella ripresa i padroni di casa riemergono nella parte centrale della frazione, ma Marchegiani fa ottima guardia e sfodera un grande intervento su colpo di testa di Manniche che scoraggia i danesi e dà fiducia a un Toro dove anche Casagrande si sacrifica in difesa. A dieci minuti dalla fine Spassov fischia un calcio di punizione a due in area a nostro favore perché il portiere Risum trattiene troppo la palla. Cravero tocca a Policano che lascia partire un sinistro micidiale dei suoi, di quelli che fanno impazzire e a volte restano impressi più di mille dribbling (“Policano, che bomba” campeggia nella prima pagina dello Sport de La Stampa il giorno dopo). Roberto che si inginocchia a braccia alzate sotto il nostro settore è un’immagine iconica di quella splendida avventura.

Potremmo triplicare quando Lentini conquista un calcio di rigore e Scifo lo angola troppo mandandolo a sbattere sul palo, ma potremmo prendere gol quando Bjerre colpisce la traversa: il 2-0 va benissimo. Nonostante i toni prudenti negli spogliatoi, soprattutto perché Fusi e Policano saranno assenti nella gara di ritorno per squalifica, sentiamo vicinissima una semifinale storica e quella sera guardiamo con animo leggero il Genoa battere 2-0 il Liverpool nell’andata del suo quarto di finale.

Il mercoledì di coppa ha regalato un Toro galvanizzato e una Roma in crisi, visti i fischi raccolti nello 0-0 interno contro il Monaco che ha anche colpito due legni. Morale a mille, cinque stelle in campo e voglia di colpaccio su un campo notoriamente ostico, ma incappiamo nella peggior partita del girone di ritorno. Giochiamo con leggerezza, facendo discretamente incazzare Mondonico, e veniamo giustamente puniti: a quattro minuti dalla fine Stefano Pellegrini, goleador a sorpresa, ci punisce. Sarà l’ultimo ko in campionato. Contro il Parma, dopo un primo tempo non trascendentale con Melli che si mangia un gol fatto, ci ritroviamo nella ripresa, davanti a un pubblico molto femminile per l’ingresso gratuito delle donne granata, essendo ancora in zona otto marzo. Solo un rigore clamoroso negato a Casagrande ci impedisce di cogliere l’intera posta.

Il mercoledì il Genoa vince ad Anfield Road vivendo una serata storica e ci aspetta in semifinale. Noi scendiamo in campo il giovedì sera con l’obiettivo di rischiare zero e di portare a casa il risultato già acquisito all’andata. La gara viene risolta da un’autorete del veterano Nielsen in disperato anticipo su Casagrande, pronto a siglare l’ennesima marcatura europea. Siamo in una semifinale europea dopo ventisette anni eppure, sugli spalti, qualcuno fischia. “Mondo” se la lega al dito e la tirerà fuori al momento opportuno. Che ci sia chi è riuscito a brontolare soltanto per il fatto che, con il passaggio del turno già in tasca e un traguardo storico raggiunto con merito, non si è voluto correre rischi inutili è un caso di studio. In circostanze come queste, dovremmo saperci godere quel che abbiamo, in questo caso un grande Toro. Applausi per il Bk che di lì a poco si scioglierà per diventare l’FC Copenaghen che incontreremo sulla nostra strada quando ci riaffacceremo all’Europa dopo troppi anni e sarà un doppio incontro dal sapore dolce.

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Negli spogliatoi nessuno vuole il Genoa perché sanno tutto di noi e, se mai, il sogno è di incontrarli in finale. Restano Ajax e Real con gli spagnoli preferiti sia per motivi di rivalsa come Martin Vazquez che per voglia di misurarsi col catino del Bernabeu per vedere se ne siamo veramente all’altezza (spoiler: lo siamo eccome). L’urna dI Ginevra asseconda i nostri desideri, il foglietto nella pallina estratta dice proprio “Real Madrid”. Andata in Spagna, il primo novembre 1992. No, non è un pesce d’aprile.

 (6-continua)

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