Torna "Loquor", la rubrica su Toro News di Carmelo Pennisi: "Tutto è ancora manifesto della guerra e del dolore in Bosnia, di quanto sia costato essere una Nazione"

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“Sotto i colpi d’ascia della sorte, il mio

capo è sanguinate, ma non chino”

dal film “Invictus”

Per Francesco Totti la partita con la Bosnia è “vincere o morire”, e probabilmente siamo davanti ad una affermazione non tanto roboante, ma propriamente non al passo con i tempi di una gioventù italiana (perché di questa fanno parte i nostri calciatori) cresciuti nel falso tepore di una società protesa verso l’indifferenza. Cogliere l’importanza della maglia della Nazionale come “sangue e mito” non ci appartiene più da tempo, ma sicuro appartiene ai ragazzi che vestiranno la maglia della Bosnia. I balcanici, visti da noi, sono strani tipi, nati con l’eco dell’assedio di Sarajevo udibile sin dentro la culla. I fori lasciati dai proiettili sono ancora ben visibili in città come Mostar, come i piccoli cimiteri incastonati tra gli edifici con lunghi filari di tombe di molti che se ne sono andati via abbastanza giovani. Tutto è ancora manifesto della guerra e del dolore in Bosnia, di quanto sia costato essere una Nazione. Loro sono già morti per riuscire a vincere, e riescono a capire la metafora dell’ex calciatore della Roma e della Nazionale. Hanno platealmente gioito gli azzurri nell’apprendere che avrebbero affrontato la Bosnia e non il Galles, mostrando una inclinazione allo scarso rispetto e ad una improvvida sottovalutazione degli avversari. Hanno dato benzina a della gente capace di salire qualsiasi “Golgota” pur di riscattare l’onore leso da parte di chi ha avuto l’imprudenza di non rispettarli.

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Il calcio è uno sport fatto di dettagli, dove può essere anche uno solo di essi a rendere fatali le aspirazioni di chi si sente più forte. Fosse anche il Brasile di Pelè e Garrincha, e non l’Italia di Politano e Dimarco. “Se hai paura di giocare con il Galles qualcosa non funziona”, ha osservato acutamente una vecchia volpe come Edin Dzeko, ribaltando il tavolo delle angosce a sfavore degli azzurri: “Noi siamo andati a giocare in Galles senza paura e abbiamo vinto”. La paura è un elemento chiave in tutte le vicende della vita, e forse non è un buon viatico esorcizzarla mostrandosi inclini alla sindrome del bullo, come ha fatto Roberto Cevoli, un romagnolo naturalizzato sammarinese e oggi alla guida tecnica della nazionale del “Titano”: “Noi siamo riusciti a metterli in difficoltà, e il pubblico dello stadio di Zenica ad un certo punto ha avuto paura. L’Italia avrà pochi problemi, i magazzinieri di più”. Alcune partite di calcio sono un rodeo di emozioni particolarmente impazzite e imprevedibili, e hanno il vezzo di cincischiare sulle nostre debolezze più profonde. Dalle nostre parti non si vede l’ora di dichiarare sconfitto il sortilegio che non ci vuole più ad una fase finale dei mondiali, come se le nostre mancate partecipazioni fossero state il maneggio di una fattucchiera ben pagata chissà da chi e quando, piuttosto che una irresponsabile gestione del calcio italiano. Non abbiamo talenti cristallini, ma vorremo risultati positivi come se ne avessimo a profusione. Siamo nella stessa condizione di quegli aristocratici decaduti, con vuoti nelle pareti lasciati da quadri di valore, però con la consuetudine di pretendere il the alle cinque servito da camerieri e in compagnia di spiritosi cicisbei.

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L’Italia del calcio non è più da tempo aristocratica, e non riesce ad accettare che dovrebbe giocare non dico con spirito da operaio da catena di montaggio, ma da lavoratore agguerrito da piccola borghesia rampante. La questione non è morire (per questo c’è sempre tempo) o vincere, ma convertirsi ad un sano pragmatismo dove l’accanimento sul pallone sostituisca la carenza di talento baciato particolarmente dagli dei. Dobbiamo andare ai mondiali americani non certo per vincerli, ma per una questione di immagine del nostro calcio già abbondantemente deteriorata. Nel surreale mondiale a 48 squadre voluto da Gianni Infantino detto “Il Mercante nel Tempio”, si è qualificato persino il Curacao, una “nazione costitutiva” (un modo elegante per non chiamare una colonia più una colonia) del Regno dei Paesi Bassi, che raccoglie meno abitanti di Trieste. E allora come si fa stavolta a non qualificarsi? Ci sono ruggine e gradoni rotti nello stadio di Zenica, tutto è una lontananza siderale dall’opulenza di un territorio europeo di cui la Bosnia pare essere una enclave da parente povero. Il calcio è un gioco in cui trova parcheggio ogni tipo di storia e di suggestione, dove il tempo è in realtà senza tempo. In questa ridotta antropologica difficile per noi da capire, l’Italia si giocherà qualcosa che forse non ha ancora capito. Siamo in un periodo in cui dalle Alpi a Lampedusa si respira infelicità; non lo vogliamo ammettere ma dietro ogni nostro pensiero postato sui social è l’insoddisfazione a regnare, se non addirittura rabbia scomposta. Una qualificazione ad un mondiale di calcio può rendere felici? Difficile dirlo, in altri tempi probabilmente sì, ma oggi ogni cosa, ogni emozione, ha la stessa consistenza della sabbia che sfugge tra le mani: la senti, ma non riesci a fermarla a lungo. Abbiamo Jannik Sinner e Andrea “Kimi” Antonelli a irrorare felicemente il nostro bisogno sciovinistico di primeggiare nello sport, il calcio è ormai visto alla stessa stregua di una retrovia insopportabile, per quanto siamo diventati piccoli. Fa impressione, almeno a me lo fa, il non vedere più adolescenti con la voglia di correre istintivamente dietro un pallone. Ogni cosa o è costosa scuola calcio, proiezione del desiderio di un genitore, oppure è altro molto lontano dal calcio. Si è disperso un patrimonio genetico/culturale, e non sappiamo più da dove riprenderlo. Appariamo impotenti o, peggio, indifferenti alle sorti di quello che un tempo fu il nostro sport simbolo. Se andremo ai mondiali per tutti la nostra sarà una comparsata da comprimari, un omaggio dovuto a chi di mondiali ne ha vinti quattro, quasi un Oscar alla carriera. Forse da questa sfida bisognerà ripartire, ovvero dallo smentire chi pensa all’Italia in modalità comparsa. Se andremo ogni partita dovrà essere una fine del mondo in attesa di un’altra fine del mondo, un canto del cigno determinato però a morire.

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Ai 22 che andranno ai mondiali bisognerà chiarirgli cosa in realtà si stanno giocando, ed è qualcosa in più di una vittoria: è indicare una via per il rinascimento del nostro calcio. Gli adolescenti devono trovare il desiderio di emulare il calcio, gli oratori devono riaprire i battenti, nei cortili le automobili devono tornare a fare spazio ad un campetto e a delle porte di fortuna. Dobbiamo desiderare di tornare a giocare al calcio per puro spirito di divertimento e di contesa tra pari, ecco il segreto per tornare grandi nello sport più seguito e amato al mondo. Da Zenica passa tanta di quella storia del nostro Paese da far tremare i polsi, se solo i giocatori ne fossero coscienti. Abbiamo bisogno di vincere per recuperarci, per sapere non che un fantomatico sortilegio sia finalmente andato via, ma che noi siamo tornati. Le parole della sequenza finale del film “Le Ali della Libertà”, si aggrovigliano con le emozioni del momento: “Se sei arrivato fin qui, forse hai voglia di andare un po’ più lontano… spero proprio che tu venga… ricorda, la speranza è una cosa buona, forse la migliore delle cose. E le cose buone non muoiono mai… spero che questa lettera ti trovi, e ti trovi bene… o fai di tutto per vivere o fai di tutto per morire, io ho scelto di vivere… sono così eccitato che non riesco a stare seduto, né a concentrarmi su qualcosa… credo che sia una emozione che un uomo libero può provare. Un uomo libero all’inizio di un lungo viaggio la cui conclusione è incerta… spero di farcela ad attraversare il confine… spero di incontrare il mio amico e stringergli la mano… spero che il Pacifico sia azzurro come nei miei sogni… spero”. Ecco cosa ci giocheremo a Zenica: tornare a sperare. Solo il calcio può riuscire in questa impresa. In bocca a lupo ragazzi.


Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

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