Le parole in esclusiva su Toro News del giornalista che analizza amaramente la sconfitta della Nazionale italiana nel play-off contro la Bosnia
Torna a parlare in esclusiva su Toro News Maurizio Pistocchi. In questa circostanza il suo intervento riguarda più che il Torino un movimento calcio come quello azzurro uscito con le ossa rotte dalla sfida in Bosnia di martedì.
Buongiorno Maurizio. La prima cosa che ha pensato martedì sera quando è stata sancita l'uscita dell'Italia? "Come in quasi tutte le cose che riguardano questo paese non si fa mai un progetto serio, si cercano sempre e soltanto le vie veloci per perseguire il risultato. Ormai nel calcio le vie preferenziali non esistono più: tutto il mondo si è evoluto tranne noi. Il calcio italiano di oggi è un calcio di secondo ordine. Negli anni d'oro non si è investito nelle strutture, non sono stati creati degli asset strategici intorno alle squadre di calcio come invece hanno fatto gli inglesi. Mancano gli stadi di proprietà e i centri sportivi. Andate a Londra, a Chelsea, e vedete cosa non hanno. La Juventus al momento è una delle poche che ha costruito qualcosa oltre a quello che succede sul campo. E direi che anche sul campo siamo ormai arretrati e provinciali".
Dal punto di vista tattico siamo indietro rispetto al resto d'Europa? "Sì, pratichiamo un calcio che non pratica più nessuno. Siamo l'unico paese che persegue il 3-5-2, un sistema di gioco obsoleto. Il 3-5-2 italiano prevede ancora quello che è il vecchio libero anni Sessanta e si è visto bene anche l'altra sera in Bosnia. Dopo l'espulsione di Bastoni, non siamo passati al 4-4-1 con linee strette per cercare di limitare i nostri avversari sull'esterno. Gattuso ha preferito il 3-5-1 perdendo Kean, il quale si è ritrovato completamente isolato. In questo modo abbiamo soltanto subito. L'epilogo è stato sportivamente tragico, gli episodi hanno spostato gli equilibri, i rigori ci hanno punito ancora una volta. Oggi tutti si affannano a trovare le cause, ma partono ma molto lontano a partire dai dirigenti".
Cosa manca al movimento oggi? "Arrigo Sacchi ha compiuto l'altro giorno 80 anni. Lui è stato l'allenatore italiano più importante della nostra storia. Ha ridato credibilità a un sistema calcio che veniva sbeffeggiato all'estero. Il nostro calcio era considerato mediocre, arido, senza spettacolo. Il Milan di Sacchi, governato da Berlusconi, propose novità eccezionali: dalla zona pressing al fuorigioco fino alla mentalità volta sempre alla vittoria. Arrigo ha aperto una breccia: dal 1989 in avanti abbiamo vissuto un periodo d'oro che poi l'abbiamo completamente bruciato. Siamo stati innovatori, dopodiché non abbiamo più perseguito le innovazioni, anzi le abbiamo sempre criticate. In questo anche i media, oltre ai dirigenti e agli allenatori, hanno avuto le loro colpe".
Secondo lei, sarà facile ripartire? "Oggi non è facile ricostruire, non credo ci sia un unico colpevole. Il dirigente, colui che dirige e fa le scelte, ha le sue grandi colpe e quindi Gravina dovrebbe dimettersi. Però, non c'è solo il dirigente. Il presidente dell'associazione calciatori, Ulivieri, ha ottant'anni, ne cito uno a caso. Tutta la struttura è obsoleta, poco devota al cambiamento e all'innovazione. Tutti vogliono mantenere le poltrone e basta, così come tanti commentatori TV. Ci sono allenatori e opinionisti che veicolano l'idea che dobbiamo smettere di seguire i principi di Guardiola. A parte che non ci siamo nemmeno minimamente avvicinati a quello che Guardiola ha fatto nel corso degli anni e poi questo tipo di partito la dice lunga sulla nostra volontà di restare arretrati. Se non prendi spunto da Guardiola, il più vincente dell'era moderna, da chi devi prendere spunto per aggiornare il tuo calcio? Magari lo imitassimo, magari imitassimo il Sacchi del 1989. Il nostro calcio è davvero da poveracci, è un calcio poco appetibile e vedibile. Siamo governati da dirigenti calcistici che poco capiscono della disciplina e quel poco che capiscono non lo mettono a frutto".
Si era espresso a favore di Baggio in passato. Può essere una soluzione anche oggi? "In passato sì, l'avevo scritto. Baggio era l'uomo ideale per la presidenza della FIGC ma sarebbe stata una scelta di rottura perché non fa parte dell'establishment. Oggi Baggio si è messo in gioco sui social e ha successo, non si rimetterebbe mai in ballo per la presidenza della FIGC. Oggi bisogna ripartire dalla formazione dei ragazzi, chiudere le scuole calcio a pagamento e bisogna far tornare i ragazzi a giocare liberamente per cercare di valorizzare il talento. Bisogna costruire un'identità tecnica e tattica. Le nostre squadre improvvisano. Aveva un'identità il Napoli, ora con Conte è un ibrido. Per ripartire bisogna avere tempo e soprattutto un progetto. Azzerare tutto quello che è stato fatto o non è stato fatto fino a oggi e ripartire. Un progetto quadriennale con centri di addestramento federali imitando chi oggi sta facendo meglio di noi. Ma vi sembra normale che la Bosnia ci metta sotto per tutta la partita? Il cambio di facce potrebbe aiutare ma non basta".
Cosa bisognerebbe aggiungere? "Personalmente prenderei tutta l'Under-21 e la testerei con la Nazionale A. Secondo me, ci sono tanti ragazzi dell'Under-21 più pronti dei ragazzi più adulti. Farei quello che fece Bernardini dopo il disastro del 1974 in Germania: fece un lavoro straordinario perché le Nazionali del 1978 e del 1982 furono figlie di quel lavoro. Bisogna capire che per ritrovare il successo serve un progetto serio che richiede un'attuazione pratica su più anni. Serve una piccola rivoluzione, non servono più le vie veloci e preferenziali".
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