L’ex CT azzurro, medaglia di bronzo a Londra, racconta i luoghi dello sport torinese tra la città che fu e quella che è diventata

Torino non è una città che si concede subito. Di primo acchito sembra introversa e richiede tempo per rivelarsi, per mostrare ciò che abbiamo sotto gli occhi e che troppo spesso finiamo per ignorare. Al di fuori del campanilismo, del costruiamo e poi lo portano a Milano. Pioneristica, creativa. “In mezzo scorre il fiume…” da una sponda all’altra, e anche nelle sue spiagge un tempo balneabili. Il Po che ha irrigato la terra, dando vita a un’oasi sportiva, allargatasi fecondamente nel resto del tessuto urbano e oltre. Dal parco del Valentino, da cui è nata la più antica società sportiva d’Europa, i circoli di canottaggio. “La definiamo una palestra a cielo aperto” e non ci sono così tanti altri esempi così virtuosi in Europa da concentrarsi in pochi metri quadrati. L’occhio che cade inevitabilmente su un passato radioso. Ai primi campioni olimpici che si allenavano sbracciando le acque del fiume, per poi spostarsi al Motovelodromo, oggi dedicato a Fausto Coppi, culla anche del baseball torinese. Con la società civile che, negli ultimi anni, è insorta quando quella storia rischiava di essere sostituita da un più freddo e asettico ipermercato, nell’ottica di un’attualissima gentrificazione. Ma non è solo nostalgia, perché Torino è anche una città che ha cambiato il proprio volto, per sempre, nel 2006. “Io a Torino per ridere mi racconto le barzellette da solo” riporta Darwin Pastorin dai colloqui con Josè Altafini. Non è più una città monotematica, “fiattarola”, con i suoi pro e contro. Non cambia però il pattern calcistico, quello che mostra due mondi difficili da incontrarsi ma nutritisi, soprattutto nel tempo che fu, a vicenda.

Mauro Berruto

Berruto: "Museo? Nel progetto del Filadelfia..."

È a Torino che l’8 maggio 1896 venne disputato il primo campionato di calcio in giornata unica. Negli anni, il quartiere Santa Rita sarebbe poi diventato il fulcro del dialogo continuo, spesso aspro, tra Torino e Juventus. Luoghi del cuore, che il tempo e anche l’imperizia hanno un po’ ingiallito e, purtroppo, anche cancellato per sempre. “E’ un paradosso quello che emerge dalle pagine di questo libro, che dedica due capitoli, uno ai luoghi granata e uno ai luoghi bianconeri. Il valore è la storia, il senso di appartenenza. Il fatto che una squadra come il Toro non riesca ad avere in pancia il posto che ognuno indicherebbe il Filadelfia come quello giusto per il museo. Ma nel progetto c’era quella cosa. È ovvio che è un controsenso assurdo” – spiega Mauro Berruto, ex CT della pallavolo azzurra, medaglia di bronzo a Londra, notoriamente di cuore granata e autore con Elena Miglietti del libro “In mezzo scorre il fiume. Sport e storie a Torino” (66thand2nd). “In questo libro parliamo dei luoghi, quindi anche dello stadio. Il fatto che oggi un potenziale acquirente possa contemporaneamente prendere una squadra della tradizione e della storia del Toro e anche lo stadio, che il comune sta disperatamente cercando di affidare a qualcuno. E qua rischiamo davvero di andare a giocare ad Alessandria l’anno prossimo, se non arrivano offerte dell’attuale presidente. È chiaro che sarebbe un’occasione persa certamente per i tifosi del Toro ma anche per tutta la città”.

Pastorin: "Al Fila qualcosa di particolare"

“Un viaggio sentimentale” lo ha definito Darwin Pastorin, quello percorso da Berruto e Miglietti. Un affacciarsi in un tempo in cui lo stadio era luogo di incontro umano, di semplicità. Tutt’altro che schermato dall’apparenza contenuta del contesto calcistico odierno. Un tempo in cui i giocatori li si incontrava tranquillamente sia al Combi che al Fila: “Al vecchio Filadelfia succedeva qualcosa di particolare – racconta Pastorin – Quando da giovane cronista andavo e c’erano gli anziani, nel parlare del Grande Torino si toglievano il cappello e in lacrime ti raccontavano quella storia”. Ma anche gli stessi giocatori si prestavano con naturalezza al confronto con i propri tifosi: “Avevo anche l’autografo di Gigi Meroni. La sua morte fu un colpo che traumatizzò anche i tifosi della Juventus. Al derby di qualche giorno dopo la scomparsa, andai allo stadio con la bandiera listata a lutto. Anche queste morti appartengono a un tempo che sembra passato. La tragedia di Superga ha portato al racconto di Dino Buzzati, di Indro Montanelli. La più bella poesia esistente in Italia sul calcio in dialetto piemontese è “Me Grand Turin” di Giovanni Arpino”.

La proposta di Berruto: "Un terzo luogo per i caduti di Superga e Heysel"

La Torino dello sport e del calcio che non può ignorare il lascito di due lutti insanabili. Gli sfottò, le incomprensioni, fanno parte del gioco. Ma poi c’è qualcosa di più alto, che accomuna visceralmente: “Anche la storia della Juve ha avuto una tragedia che non è successa a Torino ma allo Stadio Heysel. Credo che questa città potrebbe trovare un terzo luogo, neutro, in cui ricordare quei 70 caduti insieme. Sarebbe un gesto che renderebbe onore a due storie che hanno fatto parte del tessuto di questa città”, è la proposta di Mauro Berruto, che da deputato ha contribuito al percorso che ha portato all’inserimento dello sport nella Costituzione.
Per una Torino finalmente matura di fronte alle diversità che dialogano nelle loro ferite più profonde. “In mezzo scorre il fiume…” che di fronte a certi temi, non può più essere fonte naturale di spaccatura.

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