Torna "Granata dall'Europa", di Michele Cercone: "La chiusura della pratica salvezza apre una lunga serie di interrogativi sul futuro della società, dell'allenatore e della squadra".
La chiusura della pratica salvezza - risultato minimo di una stagione che avrebbe dovuto concludersi in ben altro modo - apre una lunga serie di interrogativi sul futuro della società, dell'allenatore e della squadra. Al netto di improbabili cessioni da parte dell'attuale presidente, il prossimo mercato e la prossima stagione saranno ancora all'insegna dell'attuale dirigenza del Torino FC. La prima conseguenza di quella che sembra al momento l'ipotesi più fondata, è che si rischia di continuare a scorrere lungo il piano inclinato che già da anni fa scivolare verso il basso le illusioni e le speranze dei tifosi. Il primo elemento di riflessione che porta a questa conclusione è l'attuale situazione dei bilanci della società. Al netto di un'improbabile ricapitalizzazioni, i conti illustrano una situazione di continua fragilità a cui negli ultimi anni si è potuto fare fronte solo grazie alle plusvalenze garantite dalla vendita dei migliori giocatori. Il problema è che ad esaminare la rosa attuale risulta difficile immaginare vendite milionarie in stile Bremer, Buongiorno o persino Ricci o Bellanova. Se il prossimo mercato dipenderà principalmente dalle entrate disponibili, faremo bene a prepararci ad una stringente austerity, perché sono davvero pochi i calciatori che possono portare risorse fresche nelle casse societarie. Gli indiziati non possono che essere i tre attaccanti di riferimento: Vlasic, Simeone e Adams che però per età, appetibilità e margine di plusvalenza non sembrano poter garantire le risorse necessarie per operare in modo significativo sul mercato. Tutto questo tenendo conto che in caso di partenza di uno o più di questi giocatori sarebbe necessario trovare dei sostituti anche per loro.
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Il secondo elemento di riflessione riguarda la qualità complessiva della rosa. Anche a voler immaginare una squadra capace di salvarsi senza patemi bisognerebbe procedere ad un rinnovamento pressoché totale, date le poche qualità, le carte d'identità e le scadenze di contratto di buona parte degli attuali titolari. Insomma, ci sarà da fare una vera e propria rivoluzione (quella che a gennaio non è stata possibile) per innestare forze fresche, possibilmente giovani, e puntellare i reparti che in questa stagione hanno sofferto oltre il lecito partendo naturalmente dalla difesa. Se e' già difficile riuscire in questo tipo di impresa avendo a disposizione i mezzi necessari, si può immaginare che quella di Petrachi sarà una sorta di missione impossibile date le poche risorse che al momento sembrano disponibili. Il terzo punto interrogativo da chiarire al più presto riguarda l'allenatore per la prossima stagione; decisione che andrà di pari passo con le ambizioni della società. Se l'obiettivo resterà la 10ª posizione e dintorni allora potrebbe essere il caso di riflettere sulla permanenza di D'Aversa che in appena sei gare si è mostrato un allenatore migliore di quello che la sua precedente carriera avrebbe lasciato credere. Non si tratta qui di giudicare solo la qualità delle prestazioni delle ultime sei partite, ma piuttosto la sua capacità di riuscire in un'impresa per nulla scontata: prendere una squadra "sotto un treno", per usare le sue stesse parole, e in poco più di un mese infondere fiducia, coscienza della posta in gioco e orgoglio per la maglia. Non sono molti gli allenatori che pur avendo a disposizione rose più complete e qualitative hanno raggiunto questo obiettivo a Torino e sorprendono in positivo la linearità, la trasparenza e la narrativa credibile che il nuovo mister è riuscito a proporre a giocatori e tifosi.
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Se la squadra continuerà a seguire il mister abruzzese fino alla fine del campionato senza cadere nella trappola di un fine stagione in ciabatte, allora D'Aversa avrà sicuramente meritato la chance di proporre le sue idee e il suo calcio per un'altra stagione, con il chiaro intendimento di non chiedergli più di quanto può dare e di non porre l'asticella delle ambizioni troppo in alto. Se invece la società decidesse per una volta di provare a riportare il Toro dove merita, allora il discorso sull'allenatore dovrebbe prendere un'altra piega e, dopo tante scommesse, sarebbe indispensabile investire su un mister che abbia già in passato raggiunto almeno posizioni europee. Una breve analisi degli ultimi vent'anni lascia pochi dubbi su quali saranno gli scenari più realistici e tende a spegnere immediatamente qualunque velleità di voli pindarici. Se poi per una volta gli dei del calcio decidessero di volgere il loro sguardo dalle parti del Filadelfia, si potrebbe sognare una cessione societaria abbinata a una volontà di investimenti nello stadio e in una rosa degna di questo nome. Ma siamo del Toro e sappiamo per esperienza che le zucche restano zucche, i topolini restano topolini e la mezzanotte indica solo un'ora in cui il buio si fa più scuro.
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